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| ICONE > Colin Thubron, In Siberia. Vecchi Credenti
Ma quando la corriera sferragliò su per un passo e ridiscese fino alla città di Tarbagataj, non vidi nulla di quello che mi aspettavo. Non c'erano patriarchi impaludati e con le barbe lunghe sulle soglie delle case; non c'erano donne infagottate nelle sottane e con collane pesanti al collo, pronte ad abbassare lo sguardo al mio passaggio. Trovai una normalissima città con la piccola piazza, il monumento ai caduti e una manciata di negozi semivuoti. Quando domandai dei Vecchi Credenti, la gente scuoteva la testa. Erano praticamente scomparsi, mi dissero. Deluso, presi una stanza in una pensione malandata e continuai la mia ricerca fino a sera, quando qualcuno mi indirizzò a una casetta con le imposte azzurre. Nel
cortile trovai una vecchia con in mano un'ascia. Non arrivava al metro
e cinquanta di altezza e indossava una gonna rigonfia e un enorme fazzoletto
in testa. "Che cosa vuole?" strillò. Era tesa, rabbiosa.
La neve sfarfallava tra noi. Farfugliai qualcosa a proposito di una
cappella dei Vecchi Credenti. Entrai in due stanzette linde, con tutti i mobili innevati di pizzi. "Eccola!". Indicò delle icone sistemate in alto, sopra una mensola ad angolo. "Quella è la madre di Dio e quelli sono gli angeli. Adesso faccia il segno della croce!" Unì le dita alla maniera dei Vecchi Credenti. Continuava a parlare con un tono duro e arrabbiato che non sapevo spiegarmi. "Così! Così!" e corresse la posizione delle mie dita. "Adesso faccia di nuovo il segno della croce!... E adesso preghi per i fatti suoi!..." Viveva
li da quando era bambina, mi disse. Suo padre aveva perduto le gambe
in guerra e poi era morto. Suo marito era finito sotto un carro armato
tedesco l'anno stesso del matrimonio. "Dove sono andati tutti i
Vecchi Credenti?" ripeteva la mia domanda spingendomi fuori. "Non
lo so. Al cimitero, per la maggior parte! Questa comunque non è
la nostra parte della città. Lei cerca Aleksej Akilovic! Lì
è il nostto quartiere! Oltre il ponte, sulla via Partigiani e
sulla via Lenin, siamo tutti là. Oltre il fiume!" In fondo a una zona desolata c'era un ponte di legno sopra un fiumiciattolo e da li in poi la città era immersa nel silenzio. Le case pencolavano sopra cortili deserti nell'ombra incerta del crepuscolo. La neve ora cadeva più fitta. Mi sentivo un intruso. Esploravo una comunità che forse non mi avrebbe accolto volentieri. Le porte erano tutte chiuse e non c'erano luci. Gli ultimi doni che mi erano rimasti - dei portachiavi e una calcolatrice tascabile - potevano risultare insultanti o addirittura sacrileghi. I miei piedi lasciavano orme solitarie nella neve. Dietro
il cancello traballante del cortile di Aleksej Akilovic un orda di cani
bastardi latrava facendo stridere le catene. Bussai con un po' di imbarazzo.
Poco dopo udii i passi pesanti di qualcuno che camminava nel fango e
i catenacci che venivano tirati. II cancello cigolò e si apri.
Un mastino si buttò nello spazio libero con una corda tra i denti,
ma venne allontanato con un calcio. Una voce gutturale gridò:
"Chi è?" e mi feci avanti con la mano tesa. Ma Aleksej
rimase fermo, puntellando il cancello con la spalla, insospettito. La
faccia era poco visibile sotto il cappellaccio. Sopra gli stivali alti,
i pantaloni erano saliti fino al ginocchio e dalla giacca lacera usciva
l'imbottitura. Per un attimo non vidi altro che la barba ramata che
gli invadeva il petto, poi distinsi gli occhi socchiusi e indagatori.
"Che cosa vuole?" Tremavamo entrambi per il freddo. Stava per tornare indietro quando, ricordandomi del profondo rispetto che i Vecchi Credenti avevano per i libri, dissi che ero scrittore. La tesa del cappello si sollevò un poco. Esitò. I cani mugolavano e facevano stridere le catene. "Anch'io ho dei libri" disse. Lasciò libero il cancello. Entrai
in un grande cortile pieno di sporcizia, che dava accesso alla casa.
Uno dei cani mi strappò i pantaloni sulla gamba, un altro affondò
i denti nello stivale. All'interno i locali erano spogli e sporchi:
l'antico orgoglio era stato dimenticato. C'era un bastone per mescolare
il miele e un tavolo ingombro di avanzi di cibo e piatti sbreccati.
Pezzi di favi d'ape erano abbandonati sul pavimento insieme a un ferro
da stiro. Una cintura incastonala da cerimonia giaceva dimenticata nella
polvere. L'unica concessione alla modernità era una sveglia di
latta posata su una cassa. Nella seconda stanza, dove un letto di ferro
ospitava mucchi di mele e cipolle, lasciai vagare lo sguardo sulle pareti
di tronchi appena sbozzati. Ma su un tavolo male in arnese splendevano
dei libri antichi. Aleksej
me lo recitò come un proclama. "Noi vedremo tutto questo!
Succederà presto, molto presto. Tutto perché il nostro
secolo è un mostro, è perverso". Mi
ritenni incluso nell'olocausto, ma Aleksej non parve notare o sentire
il mio: «Perché?» Lo squadrai. Mi guardò di rimando con una specie di melliflua duplicità. Gli brillavano gli occhi. "Solamente un goccio". Sperava che sorridessi. Voleva la mia complicità nel dolce gusto del peccato. Ma un attimo dopo era ridiventato saccente e rancoroso. "l giovani, però, fumano le droghe. Non quelle che arrivano dall'Afghanistan, no. Le coltivano qui, nei campi, una specie di canapa. Arrotolano a mano le foglie e se le fumano. E alcuni, in seguito, hanno commesso suicidio. Hanno perfino bevuto la benzina e si sono dati fuoco». Si picchiò il petto con violenza. "E' orribile, togliersi la vita". Eppure
sembrava velatamente contento. Il suicidio col fuoco un tempo era stato
un atto di virtù, tra la sua gente. Stava cercando di dirmi qualcosa?
Forse era un po' matto? Non riuscivo a capire. E il sospetto nel suo
sguardo ardeva come una fiamma. "Oggigiorno i suicidi vengono sepolti
al cimitero come tutti gli altri, ma prima non era così. Ai bei
tempi, prima del comunismo, venivano sepolti in terra sconsacrata. Le
chiamavano 'tombe nere', e quei morti erano 'schiavi del demonio'. Guardai il pavimento coperto di polvere, i mobili da rigattiere. Non era facile credergli. Oltre ai libri, l'unico oggetto sacro era un'icona con un santo o una Vergine ridotta a un'ombra scrostata. Una tavola appesa al muro era scavata nei punti in cui ne aveva ospirate altre, disposte a cerchio attorno alla croce a otto punte dei Vecchi Credenti. Non c'era più nulla. "Ho subito troppi furti. Mi hanno portato via anche dei libri. E le mie icone. Avevo delle icone bellissime».
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