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ICONE > Colin Thubron, In Siberia. Vecchi Credenti


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Una volta inoltrato tra le valli del Transbajkal, raggiunsi la regione in cui Caterina la Grande aveva fatto trasferire trentamila Vecchi Credenti alla fine del Settecento. Le nuvole portatrici di neve che si erano addensate sulle montagne riducevano il fiume Selenga a un cordone grigio. Guardavo di fronte a me intimorito. Sapevo che i Vecchi Credenti rifuggivano tutto quello che era straniero, non escluso, immaginavo, me stesso. I prodotti importati, come il tè e le patate (introdotte nel paese da Pietro il Grande) erano stati banditi. perfino i vomeri in ferro avevano provocato sommosse, e varie comunità si erano divise sull'uso delle lampade a kerosene. In assenza di Eucarestia, il pasto famigliare, con i suoi tabù alimentari, aveva assunto carattere di sacramento e un forestiero non poteva sperare di avervi accesso. Molti prodotti erano aborriti da tutti. II canto meccanico dei grammofoni poteva togliere valore alla liturgia e le vaccinazioni o le polizze assicurative sulla proprietà costituivano uno scandaloso tentativo di neutralizzare il volere di Dio. L'alcol, naturalmente, era un sacrilegio e il tabacco - considerato il cugino satanico dell'incenso - insudiciava il corpo su cui si tracciava il segno della croce.

Ma quando la corriera sferragliò su per un passo e ridiscese fino alla città di Tarbagataj, non vidi nulla di quello che mi aspettavo. Non c'erano patriarchi impaludati e con le barbe lunghe sulle soglie delle case; non c'erano donne infagottate nelle sottane e con collane pesanti al collo, pronte ad abbassare lo sguardo al mio passaggio. Trovai una normalissima città con la piccola piazza, il monumento ai caduti e una manciata di negozi semivuoti. Quando domandai dei Vecchi Credenti, la gente scuoteva la testa. Erano praticamente scomparsi, mi dissero. Deluso, presi una stanza in una pensione malandata e continuai la mia ricerca fino a sera, quando qualcuno mi indirizzò a una casetta con le imposte azzurre.

Nel cortile trovai una vecchia con in mano un'ascia. Non arrivava al metro e cinquanta di altezza e indossava una gonna rigonfia e un enorme fazzoletto in testa. "Che cosa vuole?" strillò. Era tesa, rabbiosa. La neve sfarfallava tra noi. Farfugliai qualcosa a proposito di una cappella dei Vecchi Credenti.
"Cappella? Non c'è una cappella! lo ho la mia!" Brandì l'ascia e si mise di fronte alla porta. Sembrava decisa a cacciarmi, ma cambiò idea. "E va bene, venga a vedere la mia cappella!"

Entrai in due stanzette linde, con tutti i mobili innevati di pizzi. "Eccola!". Indicò delle icone sistemate in alto, sopra una mensola ad angolo. "Quella è la madre di Dio e quelli sono gli angeli. Adesso faccia il segno della croce!" Unì le dita alla maniera dei Vecchi Credenti. Continuava a parlare con un tono duro e arrabbiato che non sapevo spiegarmi. "Così! Così!" e corresse la posizione delle mie dita. "Adesso faccia di nuovo il segno della croce!... E adesso preghi per i fatti suoi!..."

Viveva li da quando era bambina, mi disse. Suo padre aveva perduto le gambe in guerra e poi era morto. Suo marito era finito sotto un carro armato tedesco l'anno stesso del matrimonio. "Dove sono andati tutti i Vecchi Credenti?" ripeteva la mia domanda spingendomi fuori. "Non lo so. Al cimitero, per la maggior parte! Questa comunque non è la nostra parte della città. Lei cerca Aleksej Akilovic! Lì è il nostto quartiere! Oltre il ponte, sulla via Partigiani e sulla via Lenin, siamo tutti là. Oltre il fiume!"
Mi sbatte la porta in faccia.

In fondo a una zona desolata c'era un ponte di legno sopra un fiumiciattolo e da li in poi la città era immersa nel silenzio. Le case pencolavano sopra cortili deserti nell'ombra incerta del crepuscolo. La neve ora cadeva più fitta. Mi sentivo un intruso. Esploravo una comunità che forse non mi avrebbe accolto volentieri. Le porte erano tutte chiuse e non c'erano luci. Gli ultimi doni che mi erano rimasti - dei portachiavi e una calcolatrice tascabile - potevano risultare insultanti o addirittura sacrileghi. I miei piedi lasciavano orme solitarie nella neve.

Dietro il cancello traballante del cortile di Aleksej Akilovic un orda di cani bastardi latrava facendo stridere le catene. Bussai con un po' di imbarazzo. Poco dopo udii i passi pesanti di qualcuno che camminava nel fango e i catenacci che venivano tirati. II cancello cigolò e si apri. Un mastino si buttò nello spazio libero con una corda tra i denti, ma venne allontanato con un calcio. Una voce gutturale gridò: "Chi è?" e mi feci avanti con la mano tesa. Ma Aleksej rimase fermo, puntellando il cancello con la spalla, insospettito. La faccia era poco visibile sotto il cappellaccio. Sopra gli stivali alti, i pantaloni erano saliti fino al ginocchio e dalla giacca lacera usciva l'imbottitura. Per un attimo non vidi altro che la barba ramata che gli invadeva il petto, poi distinsi gli occhi socchiusi e indagatori. "Che cosa vuole?"
"Mi hanno detto che qui c'è la cappella di un Vecchio Credente".
"No che non c'è".
"C'è un prete?"
"Non abbiamo preti. Niente".

Tremavamo entrambi per il freddo. Stava per tornare indietro quando, ricordandomi del profondo rispetto che i Vecchi Credenti avevano per i libri, dissi che ero scrittore. La tesa del cappello si sollevò un poco. Esitò. I cani mugolavano e facevano stridere le catene. "Anch'io ho dei libri" disse. Lasciò libero il cancello.

Entrai in un grande cortile pieno di sporcizia, che dava accesso alla casa. Uno dei cani mi strappò i pantaloni sulla gamba, un altro affondò i denti nello stivale. All'interno i locali erano spogli e sporchi: l'antico orgoglio era stato dimenticato. C'era un bastone per mescolare il miele e un tavolo ingombro di avanzi di cibo e piatti sbreccati. Pezzi di favi d'ape erano abbandonati sul pavimento insieme a un ferro da stiro. Una cintura incastonala da cerimonia giaceva dimenticata nella polvere. L'unica concessione alla modernità era una sveglia di latta posata su una cassa. Nella seconda stanza, dove un letto di ferro ospitava mucchi di mele e cipolle, lasciai vagare lo sguardo sulle pareti di tronchi appena sbozzati. Ma su un tavolo male in arnese splendevano dei libri antichi.
Aleksej mi fece accomodare sotto una nuda lampadina. Illuminava debolmente il cuoio consunto dei libri e la massa della sua barba che mi sfiorava mentre mi mostrava i volumi. "Guardi... guardi". Quando li apriva il dorso si staccava dai risvolti fradici e dalle copertine rosicchiate. Alcuni erano chiusi da lacci di cuoio e da ganci dorati, l'ultimo loro appiglio per tenersi insieme. Molti erano libri di preghiera per uso domestico. Li aveva ricevuti in dono da vecchie famiglie i cui figli avevano perso interesse per la religione, mi disse. Le sue dita callose scorsero un testo, per me indecifrabile. "E questo! Guardi!" Era un enorme messale liturgico stampato nel 1547, molto prima del grande scisma, conservato dai fedeli in fuga. Le pagine, con i doppi alleluia tutti al loro posto e con tutti i cavilli sul regno eterno del figlio di Dio tanto cari ai Vecchi Credenti, scricchiolarono sotto le sue mani. Sull'ultima pagina qualcuno aveva scritto con un inchiostro ormai stinto: "Quando verrà il giorno del giudizio, i peccati dell'umanità saranno diventati grandi come montagne, gli uomini buoni saranno pochi e rimarranno inascoltati. Una grande guerra porrà i padri contro i figli e ognuno crederà solo al proprio cuore. Allora il sole si oscurerà..."

Aleksej me lo recitò come un proclama. "Noi vedremo tutto questo! Succederà presto, molto presto. Tutto perché il nostro secolo è un mostro, è perverso".
Adesso potevo vederlo da vicino. Doveva essere sui cinquant'anni. Sotto il bagliore della lampadina, la testa agitava una massa biblica di capelli scarrnigliati, tra cui brillavano due occhi diffidenti. Anche nelle sue più fiere confidenze colsi l'ombra del sospetto.
"Ogni cosa qui cresce corrotta, dappertutto. I giovani hanno perso la fede e i vecchi stanno morendo. Le ragazze vanno in giro con quelle gonne corte, anche le figlie dei nostri Vecchi Credenti, sì. Le ha viste? Le gambe..." Le mani stringevano e lasciavano i pantaloni. «Le ha viste? Adesso si vedono gambe nude dappertutto». Ma un attimo dopo levava le dita per formare la croce dei Vecchi Credenti e gridava: "Nel giorno del giudizio coloro che faranno così" - la mano tremava - "si salveranno. Loro soltanto. II resto perirà".

Mi ritenni incluso nell'olocausto, ma Aleksej non parve notare o sentire il mio: «Perché?»
«Tutti bevono, tutti fumano».
«Anche tra voi?»
«Sì, c'è stata una grande decadenza. Ma se qualcuno di noi fuma, corrompe la sua fede. E' assoluIamente proibito. Quanto al bere, be', possiamo bere un po' di vino...»
« Vino?» Ero allibito. L'alcol era sempre stato sacrilego.
«... E anche un pochettino...» - unì il pollice e l'indice - «un goccetto di vodka».

Lo squadrai. Mi guardò di rimando con una specie di melliflua duplicità. Gli brillavano gli occhi. "Solamente un goccio". Sperava che sorridessi. Voleva la mia complicità nel dolce gusto del peccato. Ma un attimo dopo era ridiventato saccente e rancoroso. "l giovani, però, fumano le droghe. Non quelle che arrivano dall'Afghanistan, no. Le coltivano qui, nei campi, una specie di canapa. Arrotolano a mano le foglie e se le fumano. E alcuni, in seguito, hanno commesso suicidio. Hanno perfino bevuto la benzina e si sono dati fuoco». Si picchiò il petto con violenza. "E' orribile, togliersi la vita".

Eppure sembrava velatamente contento. Il suicidio col fuoco un tempo era stato un atto di virtù, tra la sua gente. Stava cercando di dirmi qualcosa? Forse era un po' matto? Non riuscivo a capire. E il sospetto nel suo sguardo ardeva come una fiamma. "Oggigiorno i suicidi vengono sepolti al cimitero come tutti gli altri, ma prima non era così. Ai bei tempi, prima del comunismo, venivano sepolti in terra sconsacrata. Le chiamavano 'tombe nere', e quei morti erano 'schiavi del demonio'.
"Davvero si suicidano a quel modo? Con la benzina..." Quei suicidi suonavano come parodie dei martiri che erano morti tra le fiamme e anche questo forse - lo svilimento e la parodia del sacro - per lui era il segnale dell'arrivo imminente del giorno del giudizio.
Aleksej richiuse i libri. "La nostra comunità sta scomparendo" disse. "Molti se ne vanno in città, o in altri villaggi, o nella tomba. Quando muore qualcuno a volte mi chiedono di leggere le preghiere e di mettere delle candele vicino al suo corpo: di solito se ne mettono sette. Ma ormai ho perso il conto dei morti. Nessuno dei figli crede più. E non so in quanti siamo rimasti, non glielo so dire. La domenica però ci ritroviamo qui in un gruppetto: questa è l'ultima cappella che ci è rimasta. Preghiamo qui".

Guardai il pavimento coperto di polvere, i mobili da rigattiere. Non era facile credergli. Oltre ai libri, l'unico oggetto sacro era un'icona con un santo o una Vergine ridotta a un'ombra scrostata. Una tavola appesa al muro era scavata nei punti in cui ne aveva ospirate altre, disposte a cerchio attorno alla croce a otto punte dei Vecchi Credenti. Non c'era più nulla. "Ho subito troppi furti. Mi hanno portato via anche dei libri. E le mie icone. Avevo delle icone bellissime».

 

 

 

 

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