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ICONE > Henri Troyat, La chiesa ortodossa

 

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La parola starec in russo significa vegliardo ma, al contrario del termine corrente starik, evoca una idea di dignità morale, di serena esperienza. Lo starec era in genere un monaco anziano che aveva acquisito con la meditazione e la preghiera la capacità di comprendere e guidare coloro che si recavano da lui nel dolore. Poteva essere il superiore del convento o semplicemente assistere il superiore nella sua carica, ma era comunque la guida spirituale della confraternita. Lo starec non era necessariamente prete: se non lo era, i fedeli si rivolgevano a lui con la stessa spontaneità e umiltà che se fosse stato ministro di Dio, però si confessavano regolarmente da un altro.

La diffusione degli starec era così notevole in Russia che i più celebri di essi ricevevano dalla mattina alla sera, nelle loro celle o nel parlatorio, masse di peccatori alla ricerca della verità. Malati del corpo o dell’anima, illetterati ottusi o intellettuali tormentati , ricchi mercanti o pellegrini affamati, tutti volevano essere illuminati, elevarsi, a contatto con il vecchio saggio. Il suo parere veniva richiesto su quasi tutti i problemi della vita quotidiana: una posizione da accettare o da rifiutare, un progetto di matrimonio, una vocazione religiosa, una lite familiare, un amore tradito, un delitto nascosto... Talvolta, prima ancora che il nuovo venuto gli avesse confidato il suo problema, lo starec lo indovinava e gli rispondeva con una parola rasserenante, con uno sguardo ispirato, con un sorriso.

Un tempo, a Optina Pustyn’ padre Leonida riceveva i pellegrini seduto sul suo letto, vestito di una camicia bianca e con la berretta in testa. Mentre parlava con trasporto, andava intrecciando delle cinture. I visitatori erano inginocchiati o accoccolati a terra intorno a lui. Il suo successore, padre Macario, aveva accolto e consigliato Nicolaj Gogol’ e il pubblicista slavofilo Kireevskij, la cui conversione aveva suscitato allora tanto rumore. Dopo padre Macario era stato padre Ambrogio a continuare, a Optina Pustyn’, la luminosa tradizione degli starec. Il suo insegnamento aveva spinto il letterato e filosofo Constantin Leontiev ad allontanarsi dal mondo e a ricevere la tonsura. Altre eminenti personalità gli avevano chiesto una lezione di saggezza: ufficiali della guardia, sapienti, alti funzionari, il celebre critico Strachov, i pubblicisti e filosofi Chomjakov e Vladimir Solovëv, il granduca Costantino e i due più celebri romanzieri del loro tempo: Dostoevskij e Tolstoj.(10)

“Era già molto vecchio quando l’ho visto per l’ultima volta” disse Alexandr Vasilevic Zubov. “Immagini un uomo alto, magro, curvo, lo sguardo vivace, il voto segnato da rughe profonde, con una corta barba. Mi ha guardato con una dolcezza penetrante e ho sentito che nella mia testa tutto diventava pulito. Se ci fossero più starec come lui, anche il dolore, per noi, sarebbe fonte di gioia.”

“Ci sono molti monasteri in Russia?” s’informò Jean Roussel.

“Cinquecento circa, che ospitano undicimila monaci e diciottomila suore. Non sono poi tanti!”

“E a quale autorità è sottoposto il clero monastico?”

“Al di sopra di esso sono solo il Santo Sinodo e lo zar.”


 

Note:
10. A questo proposito cfr. Quand la Russie avait de Saints, di Costantin de Grunwald (ed. Fayard). Nel 1910, quando Tolstoj decise di lasciare definitivamente la famiglia, si recò a Optina Pustyn’ per incontrare lo starec Josef, discepolo e successore dello starec Ambrogio.

 

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