Icone

Storia

Arte e architettura

Letteratura e critica

Pubblicazioni

ICONE > Daniele Ludovico Viganò, L'icona: tra immanenza e trascendenza


pagina precedente
"
Non farai immagine o figura alcuna né di ciò che si trova nell'alto dei cieli, né di ciò che che si trova sulla terra e di ciò che si trova nel profondo degli abissi.[...] Poiché non vedeste alcuna figura nel giorno in cui il Signore vi parlò sull'Oreb, sul monte, dal fuoco, state bene in guardia per la vostra vita. State bene in guardia per la vostra vita, perché non vi corrompiate e non vi facciate la figura scolpita di qualche idolo - qualunque immagine! -, la figura di maschio o femmina, la figura di qualunque animale che è sulla terra, la figura di ogni uccello che vola nel cielo, la figura di ogni rettile che striscia sul suolo, la figura di ogni pesce che vive nelle acque sotto la terra; perché alzando gli occhi al cielo e vedendo il sole, la luna, le stelle, tutte le schiere del cielo, tu non sia tratto in inganno prostrandoti e adorando quelle cose" (4)

Fedele a questo divieto, il monoteismo ebraico, rimasto fondamentalmente aniconico per il rifiuto di qualsiasi concezione antropomorfica della divinità, come emerge già nei primi comandamenti del Decalogo, ha fissato l'identità tra iconismo e idolatria, fra eikòn e eìdolon, avendone sancita la perenne condanna, attraverso una superiorità quasi ontologica della parola sull'immagine.
Diverso, invece, il caso della tradizione cristiana, unica eccezione tra i grandi monoteismi, al cui interno, pur non mancando spinte aniconiche, legate alla proliferazione di "eccedenza" dell'immagine stessa, comunque sempre in funzione anti-idolatrica, ha prevalso una certa considerazione positiva dell'immagine.

Prima di procedere nella disamina delle diverse e complesse produzioni dell'immagine e del loro riempimento di senso, legato a doppio nodo alle dispute e alle differenti querelle di matrice storico-filosofica, consegnate al nostro Mondo, sarebbe opportuno tracciare e delineare, in maniera del tutto fondante, il percorso simbolico dell'iconografia, dell'icona e il significato, visibile ed invisibile, delle aperte modalità di presentazione-rappresentazione dell'immagine stessa nella realtà.
Va ricordato, in primo luogo, che rispetto a un'immagine artistica la posizione di un possibile osservatore è quella di chi si trova, allo stesso tempo, all'interno e all'esterno di ciò che osserva. Per chiarire, è come se egli si sentisse catturato in essa, pur sapendo che ne è fisicamente fuori.
L'immagine assurge, dunque, a luogo di un sapere che è insieme un non-sapere, poiché nel suo essere rappresentazione si pone, al contempo, come luogo del presentarsi di qualcosa che si ritrae nel momento in cui si offre in essa. In questo senso, l'immagine non è riducibile a un modello di verità come pura corrispondenza, come adaequatio rei et intellectus.
Attraverso la presa di coscienza e di consapevolezza oggettivata nella produzione artistica-iconografica, che rifiuta di ridurre l'immagine a mera rappresentazione, vale a dire visibile e referenziale, affiora la problematica dell'icona, con tutto il proprio bagaglio di stratificazioni e significato.
Si tratta, in definitiva, di tornare a riflettere, al di qua del visibile rappresentato, su quella che è la sua stessa condizione di possibilità, ossia il suo essere "presentazione".
Questo significa, in prima istanza, che si avrebbe a che fare non con un'opposizione tra visibile e invisibile, dove il visibile costituirebbe l'apparenza, il fenomeno, e l'invisibile l'Idea, la vera realtà che sta "dietro", al di là del fenomeno, ma con qualcosa che, pur dandosi nel visibile, non è essa stessa visibile, essendo ciò che rende possibile il visibile stesso.

Questo qualcosa che si dà nel visibile è, perciò, non prevedibile e, in quanto tale, è qualcosa che si dona. Il non-sapere, che l´immagine propone, consiste, quindi, nel capire che se il sapere ha a che vedere con la rappresentazione e con la referenza, il non-sapere riguarda, invece, ciò che si presenta come non-previsto nel visibile. L'immagine non si offre in modo completo ed esaustivo al cosiddetto "primo sguardo", comunque necessario, in quanto primo afferramento sensibile, che coinvolge la globalità dei sensi, ma, evitando di limitarsi unicamente all'apparenza di ciò che osserva, deve cogliere, invece, dell'immagine un "al di là" che non presuppone e non sostiene una fruizione "in corsa", richiedendo, al contrario, per essere compresa nelle sue intime sfaccettature e stratificazioni, un dialogo e un reciproco rapporto con il possibile osservatore, premessa indispensabile a che venga instaurata, sulla base dell'immagine stessa, un'esperienza che non sia solipsistica, ma intersoggettiva, dotata di senso e soprattutto comunicabile.

Il "darsi" di queste immagini va ricondotto nell'alveo di questa esperienza che chiarifica, struttura e mette ordine nella varietà multiforme dell'apparenza, tematizzando e facendo ritorno, in virtù del senso ontologico dell'esperienza, al senso qualitativo originario di questo "darsi" dell'immagine, non limitando la descrizione a una passività del visibile, captando, invece, in esso la dinamicità dell'invisibile, ossia i percorsi e le strade del possibile.
L'immagine non è, dunque, un prodigioso ed autonomo potere, ma una funzione dell'esperienza che agisce a partire dall'esteticità stessa dei fenomeni e dei loro contenuti apprensionali; passaggio da una funzionalità esperienziale e operativa ad una possibilità aperta, ad un senso ontologico, che si conquista soltanto andando al di là delle immagini, cercando, a monte, quei presupposti che, pur invisibili, fondano e nutrono quei dati empirici offerti dal visibile o, più in generale, dal percepibile.


 

Nota:
4.
Esodo (20, 4-5), Deuteronomio (4, 15-19).

 

 

webmasterwww.larici.it - info@larici.it