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ICONE > Daniele Ludovico Viganò, L'icona: tra immanenza e trascendenza (1)

 

"[le idee] stanno come esemplari nella natura e le altre cose somigliano a esse e ne sono immagini; e la partecipazione di queste altre cose alle idee non consiste in altro che nell'essere immagine delle idee." (Platone, Parmenide, 132d)

Nel Parmenide - non a caso uno dei dialoghi di maggiore consistenza teoretica in cui Platone, in modo programmatico, si confronta con il maestro "venerando e terribile" - appare in tutta la sua forza la tematica dell'immagine, centrale per tutto il percorso platonico, struttura sostanziale del suo itinerario filosofico.
L'immagine è il lato aporetico, stimolante e irrisolto della riflessione platonica, è il pungolo costante che non si accontenta della faciloneria con cui viene superficialmente contrapposta al numinoso e luminoso mondo delle idee, poiché anch'esse sono immagini cosparse di verità, ma pur tuttavia immagini.
Allora, ecco che l'ossessione di Platone è la sfida lanciata dal suo osservatorio filosofico al destino della cultura successiva, in un alternarsi nonché altercarsi continuo di verità dell'immagine e sua mimetica risoluzione sbiadita, di chiarezza e limpidezza dell'idea e oscurità della copia materiale, di simbolo trascendente e di immanente e fascinosa curiosità terrena.
Si può, in un certo senso, affermare che il comportamento ambiguo di Platone nei confronti dell'immagine sia il medesimo che egli tiene nei confronti del linguaggio, ove premia l'oralità sulla scrittura ma lascia, all'eredità culturale dei posteri, dialoghi scritti di impareggiabile valore, ove condanna l'arte e bandisce come menzognera la poesia dal suo stato ideale, donandoci i miti più pregnanti e la poesia più pura della tradizione classica.

È dunque per tale motivo che è, senza dubbio, a partire da Platone che dobbiamo ricercare, metodologicamente e storicamente, il senso più profondo e primigenio della scoperta della reale funzione dell'immagine e della sua conseguente attribuzione simbolica, nonché di quella ambiguità essenziale e ontologicamente costitutiva, che caratterizza l'immagine.
Emerge, infatti, l'ambigua costituzione dell'immagine già a partire da un primo sguardo rivolto all'etimologia, concretamente resa, allo stesso tempo, nell'espressività grafica, dei due vocaboli di origine greca "eìdos" e "eìdolon", "Idea" e "idolo" (2)
In modo quasi ossessivo, Platone tende, dunque, a confrontarsi con la problematica dell'immagine nel suo duplice valore di verità e di copia o rappresentazione. La portata e l'importanza della tematica, nel suo complesso, è introdotta, dallo stesso Platone, in un altro luogo paradigmatico e campale per il suo pensiero, mediante l'estrinsecazione del "mito della caverna".

"Immaginiamo degli uomini che vivano in un'abitazione sotterranea, in una caverna che abbia l'ingresso aperto verso la luce per tutta la sua larghezza, con un lungo andito d'accesso, e immaginiamo che gli abitanti di questa caverna siano legati alle gambe ed al collo in modo che non possano girarsi e che quindi possano guardare unicamente verso il fondo della caverna medesima. Immaginiamo poi che, appena fuori dalla caverna, vi sia un muricciolo ad altezza d'uomo e che dietro questo, si muovano degli uomini che portano sulle spalle statue lavorate in pietra e in legno, raffiguranti tutti i generi di cose. Immaginiamo, ancora, che dietro questi uomini arda un grande fuoco e che, in alto, splenda il sole. [...] Ebbene, se così fosse, quei prigionieri non potrebbero vedere altro che le ombre delle statue che si proiettano sul fondo della caverna [...]. Ora, supponiamo che uno di questi prigionieri riesca a sciogliersi a fatica dai ceppi, ebbene, costui con fatica riuscirebbe ad abituarsi alla nuova visione che gli apparirebbe e, abituandosi, vedrebbe le statuette muoversi al di sopra del muro e capirebbe che quelle son ben più vere di quelle cose che prima vedeva e che ora gli appaiono come ombre. [...] Egli resterebbe abbagliato prima dalla gran luce e poi, abituandosi, vedrebbe le cose stesse e, da ultimo, prima riflessa e poi in sé, vedrebbe la luce stessa del sole e capirebbe che queste e solo queste sono le realtà vere e che il sole è causa di tutte le altre cose visibili." (3)

Per Platone l'immagine è "falsa apparenza", poiché manifesta soltanto l'aspetto esteriore della cosa che imita. È sulla base di questo statuto fenomenico che l'immagine viene estromessa dal reale e dal sapere.
Il "Modello" o "Idea", invece, è altro dall'immagine, in quanto non è visibile e non dipende, quindi, dalle molteplici prospettive dell'apparire.
Per raggiungere l'Idea, occorre dunque staccare gli occhi da ciò che vediamo e questo salto dalla cosa all'Idea della cosa, priva le immagini di ogni statuto ontologico, riducendole appunto a falsa apparenza.
Il problema viene, da Platone, apparentemente risolto nella condanna dell'arte imitativa, altra cosa rispetto alla filosofia che esige, in primis, l'abbandono di ogni illusione derivante dalla presunta "realtà delle ombre" che ci appaiono nel mondo sensibile. L'arte imitativa rimane invece, con forza, attaccata a questa illusione.

L'imitazione, che tanta importanza avrà nelle posteriori teorie dell'arte, è, infatti, un luogo di particolare ambiguità, poiché bisogna sottolineare che, se da un lato la condanna dell'imitazione risulta totale - in quanto allontanamento dalla verità, verità intesa come alètheia, termine con il quale si vuole indicare l´esperienza del carattere di evento della verità, pensata nel senso della svelatezza, ossia di una manifestatività in coesistenza con una velatura, e imitazione in quanto copia di copia, in quanto riduzione della verità alla visibilità del reale come immagine -, dall'altro lato è sulla visibilità e sull'imitazione che viene fondato il senso stesso della gnoseologia platonica.
E questo divieto platonico di considerare la verità dell´immagine come principio di verità tout court, informa e condiziona tutta la speculazione filosofica, artistica e culturale successiva, lasciando per alcuni secoli la questione ambiguamente in sospeso, come possiamo anche trovare traccia e testimonianza nelle ricorrenti profezie veterotestamentarie riguardo la produzioni di immagini.


 

Note:
1.
D.L. Viganò, Ambiguità artistiche e iconografiche del mondo sovietico: 1. L´ icona: tra immanenza e trascendenza, in L'invisibile visione del Palazzo dei Soviet: iconografia e architettura negli anni Trenta sovietici, Milano 2002, pp. 99-123.
2. Entrambi i termini fanno capo alla medesima radice "(e)id-", derivanti dal verbo greco "orào" che significa vedere. Ma, nella forma dell'aoristo presente, come nel testo, "vedere" diviene "aver visto"; quindi, assume la valenza di qualcosa che, perché visto, viene conosciuto e di cui si ha una precisa e attiva percezione.
3. Platone, La Repubblica (VII, 514a-516c ), in Opere complete, vol. VI, Laterza, Roma-Bari 1991, pp. 229-232.

 

 

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