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| ICONE > Daniele Ludovico Viganò, L'icona: tra immanenza e trascendenza (1)
"[le idee] stanno come esemplari nella natura e le altre cose somigliano a esse e ne sono immagini; e la partecipazione di queste altre cose alle idee non consiste in altro che nell'essere immagine delle idee." (Platone, Parmenide, 132d) Nel
Parmenide - non a caso uno dei dialoghi di maggiore consistenza
teoretica in cui Platone, in modo programmatico, si confronta con il
maestro "venerando e terribile" - appare in tutta la sua forza
la tematica dell'immagine, centrale per tutto il percorso platonico,
struttura sostanziale del suo itinerario filosofico. È
dunque per tale motivo che è, senza dubbio, a partire da Platone
che dobbiamo ricercare, metodologicamente e storicamente, il senso più
profondo e primigenio della scoperta della reale funzione dell'immagine
e della sua conseguente attribuzione simbolica, nonché di quella
ambiguità essenziale e ontologicamente costitutiva, che caratterizza
l'immagine. "Immaginiamo degli uomini che vivano in un'abitazione sotterranea, in una caverna che abbia l'ingresso aperto verso la luce per tutta la sua larghezza, con un lungo andito d'accesso, e immaginiamo che gli abitanti di questa caverna siano legati alle gambe ed al collo in modo che non possano girarsi e che quindi possano guardare unicamente verso il fondo della caverna medesima. Immaginiamo poi che, appena fuori dalla caverna, vi sia un muricciolo ad altezza d'uomo e che dietro questo, si muovano degli uomini che portano sulle spalle statue lavorate in pietra e in legno, raffiguranti tutti i generi di cose. Immaginiamo, ancora, che dietro questi uomini arda un grande fuoco e che, in alto, splenda il sole. [...] Ebbene, se così fosse, quei prigionieri non potrebbero vedere altro che le ombre delle statue che si proiettano sul fondo della caverna [...]. Ora, supponiamo che uno di questi prigionieri riesca a sciogliersi a fatica dai ceppi, ebbene, costui con fatica riuscirebbe ad abituarsi alla nuova visione che gli apparirebbe e, abituandosi, vedrebbe le statuette muoversi al di sopra del muro e capirebbe che quelle son ben più vere di quelle cose che prima vedeva e che ora gli appaiono come ombre. [...] Egli resterebbe abbagliato prima dalla gran luce e poi, abituandosi, vedrebbe le cose stesse e, da ultimo, prima riflessa e poi in sé, vedrebbe la luce stessa del sole e capirebbe che queste e solo queste sono le realtà vere e che il sole è causa di tutte le altre cose visibili." (3) Per
Platone l'immagine è "falsa apparenza", poiché
manifesta soltanto l'aspetto esteriore della cosa che imita. È
sulla base di questo statuto fenomenico che l'immagine viene estromessa
dal reale e dal sapere. L'imitazione,
che tanta importanza avrà nelle posteriori teorie dell'arte,
è, infatti, un luogo di particolare ambiguità, poiché
bisogna sottolineare che, se da un lato la condanna dell'imitazione
risulta totale - in quanto allontanamento dalla verità, verità
intesa come alètheia, termine con il quale si vuole
indicare l´esperienza del carattere di evento della verità,
pensata nel senso della svelatezza, ossia di una manifestatività
in coesistenza con una velatura, e imitazione in quanto copia di copia,
in quanto riduzione della verità alla visibilità del reale
come immagine -, dall'altro lato è sulla visibilità e
sull'imitazione che viene fondato il senso stesso della gnoseologia
platonica.
Note:
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