LETTERATURA E CRITICA > Ines Belsky Lagazzi, Nina Berberova, 1993

 

Si è spenta nella città di Filadelfia, in Pennsylvania, la grande scrittrice russa Nina Berberova: nel panorama della storia letteraria e intellettuale del Novecento il suo nome ha un posto preminente, a buon diritto. Nata nel 1901 a San Pietroburgo, a 16 anni già scriveva poesie. Il suo ultimo anno di liceo fu colmo di grandi avvenimenti: la rivoluzione d’ottobre del 1917, la pace di Brest-Litovsk, conclusa tra la Russia rivoluzionaria e gli Imperi Centrali, l’incontro col grande poeta Aleksandr Blok, autore de I dodici e quello col suo primo e forse unico amore, il poeta Vladimir Chodasevic [Khodasevich].
Quando la Russia degli Zar si disgregò, Nina, che aveva già pubblicato un libro di poesie ed era entrata nel cerchio degli intellettuali russi, lasciò la patria in compagnia di Chodasevic: unico bagaglio uno zaino con le opere di Puskin. Meta? Il percorso classico dell’emigrazione: Berlino, la Costa Azzurra, Parigi. Nell’esilio francese vive una vita di povertà e di oscurità.
Frequenta gli altri emigrati, scrive le loro storie ambientandole nella “Little Russia” di Billancourt, un sobborgo parigino, dove i profughi, anche quelli che provengono dai ceti alti, si adattano alla coabitazione in case fatiscenti. Esercitano umili mestieri: operai, tassisti, camerieri… È gente sempre alla ricerca di denaro, di legna per scaldarsi, di cibo, di qualcosa da vendere.
A Berlino, Nina aveva già tradotto in russo, per suggerimento di Chodasevic il romanzo epistolare di Laclos (Les liaisons dangereuses) e aveva guadagnato i primi soldini. A Parigi riesce a pagare l’affitto del modesto alloggio scrivendo per i giornali dell’immigrazione, brevi racconti sulla vita della povera gente russa (in un suo libro ricorderà che un calzolaio russo le rimise gratis i tacchi alle vecchie scarpe per compensarla del fatto che scriveva – in russo – le storie degli umili profughi).
A un certo punto le parve che la sua unione con Chodasevic si logorasse nella squallida routine: detto e fatto lasciò il poeta solo nella modesta abitazione dopo avergli rammendato la biancheria e avergli preparato cibo per tre giorni (il poeta morirà nel 1939). Nel 1940 i tedeschi sfondano la linea Maginot, s’impadroniscono di Parigi che si fa deserta come già Pietroburgo. Nina non può sopportare che il nemico vincitore si comporti da padrone e che i parigini non si ribellino, anzi, trovino negli invasori dei “tratti positivi”. Continua a scrivere: biografie, reportage, interventi, romanzi, opere liriche. E sempre in russo.
I francesi le chiedevano perché non scrivesse in francese, per i francesi. Rispondeva, un po’ seccata, che per lei «la lingua russa era tutto». In francese scrisse soltanto una monografia su Aleksandr Blok.
Eccola poi cronista al processo Kravcenco [Kravchenko]: siederà, emozionatissima, accanto ai grandi giornalisti del Times e dell’Isvetzia (il caso Kravcenco: è una vicenda del tutto dimenticata, ma a quel tempo se ne parlò molto in Italia. Nel ‘43 l’ingegner Viktor Andreevic Kravcenco venne inviato dal governo russo a Washington per acquistare tecnologia. Ma si rifiutò di tornare in patria, scrisse un libro per giustificare il suo comportamento denunciando gli abusi del terrorismo di Stalin, la condizione di schiavitù dei contadini. Il libro, tradotto in ventidue lingue, fu edito da Longanesi in Italia con il titolo Ho scelto la libertà. Ebbe un grande successo, fece scalpore, ma in Francia il giornale filocomunista Les lettres françaises accusò Kravcenco di falso. Kravcenco querelò il direttore del giornale: ci fu nel ‘49 un clamoroso processo alla presenza di Gide, Mauriac, Aragon. Alcuni intellettuali, insigniti della Legion d’Oro giurarono di essere stati in Russia e di non aver visto niente delle persecuzioni denunciate da Kravcenco. La Berberova era perplessa: dov’era la verità? Comunque a lei di Kravcenco non importava nulla, le era pure antipatico. Soltanto nel 1962 Aleksandr Solzenicyn [Solzhenitsyn] confermerà le accuse contenute nel libro di Kravcenco, che vincerà la sua causa: ma purtroppo finirà male, suicida per debiti di gioco all’Hotel Plaza di New York).
Nina fu accusata di anticomunismo, di filonazismo, di antisemitismo per non aver aiutato degli ebrei parigini. Si difendeva col silenzio. Era una donna forte, dallo sguardo fiero. Aveva intitolato un suo libro La donna di ferro. Non si lasciava facilmente prendere dalle emozioni, sapeva controllare con l’intelligenza gli impulsi del cuore, senza peraltro soffocarli.
Stanca di Parigi, a guerra finita, si imbarca appena può su una nave e approda a Manhattan: i grattacieli le sembrano cattedrali gotiche. Impara l’inglese, incontra gli esponenti della letteratura russa: la poetessa Marina Cvetaeva, Boris Pasternak, Vladimir Nabokov, che aveva già frequentato a Parigi e che resterà sempre suo grande amico. Vivrà sempre sola e continuerà a scrivere. In russo.
Fu un piccolo editore francese, nel 1985, a scoprire il talento della Berberova: Hubert di Arles, che si ritrovò tra le mani la traduzione francese de L’accompagnatrice. Tra la scrittrice e l’editore nacque una grande amicizia, e fu lui ad accompagnare Nina in Russia nel 1989. Ma che delusione! Che squallore! Mosca e Leningrado non le piacquero più, ritrovò la sua casa, grigia e in rovina, e non ci entrò nemmeno. «La Russia è finita» mormorò. Non le piacque Gorbacëv, non le piacquero gli scrittori moderni: Evtusenko, Solzenicyn, Brodskij… È morta [nel 1993] in un ospedale di Filadelfia, ma ci ha lasciato i suoi splendidi libri, ora tradotti in Italia.
Il primo editore italiano della Berberova fu Feltrinelli col racconto L’accompagnatrice. È la storia di un personaggio spento, incolore: una accompagnatrice al piano, magra, bruttina, ma carica di sentimenti sotterranei che inutilmente cercano spazio e comprensione. Povera Sonecka [Sonechka]! Ha il cuore colmo d’amore, ma nessuno può raccoglierlo… Ecco poi Adelphi con Il corsivo è mio che Nina considerava il suo libro migliore e dove racconta la sua vita. Ma sarà Guanda a far la parte del leone con Il male nero e ora, postumo, Felicità di dimensioni insolitamente cospicue rispetto agli altri libri.
Protagonista de Il male nero è Eugenij Petrovic [Petrovich], esule a Parigi. Vive solo e povero. Conosce gente, tra cui giovani donne cui ispira tenerezza, forse amore, ma ogni volta che un legame con cose, luoghi, persone… tende a stringersi, Eugenij fugge. Ha un solo desiderio: raggiungere un fantomatico amico, Druzin [Druzhin], in America. I soldi per il viaggio li avrà quando riuscirà a riscattare dal Monte di Pietà un paio di preziosi orecchini salvati dalla rivoluzione. Ma quando attraverso una complicata vicenda di prestiti si ritroverà in mano gli orecchini, saprà dall’orefice cui si è rivolto, che essi non hanno quel gran valore che sperava: uno dei diamanti è malato di “mal nero”. Un male misterioso, lo stesso che affligge la sua anima inquieta, cioè la commovente fedeltà a una felicità perduta dieci anni prima: la nostalgia per l’adorata moglie morta tra le sue braccia sotto le macerie, durante un bombardamento aereo. Pagine delicatissime.
Ed ora, ultimo, il più lungo, forse il più bello. È stato trovato alla morte dell’autrice, inedito, ma completo. Vera è la protagonista di Felicità, un romanzo intenso, ricco, avvincente. Un inizio drammatico: Sam Adler, musicista famoso appena arrivato a Parigi si uccide con un colpo di rivoltella. Ha lasciato un numero di telefono e un nome: quelli di Vera, un’amica d’infanzia. Così, sul filo del rimpianto e del ricordo, Vera ripercorre gli anni della sua vita tormentata ed intensa: quelli indimenticabili della Russia prerivoluzionaria e rivoluzionaria, poi quelli drammatici e terribili del comunismo, quelli dell’emigrazione e dell’esilio in Francia. Rivive gli anni trascinati accanto a un marito malato che poi la lascerà sola. «Tutto ciò che accade è bene che accada – dice a un certo punto. – Felicità è esser buoni con qualcuno. Venivo invasa da una pietà insensata appassionata… e questa pietà era così simile alla gioia!». In pagine stupende Vera rivive la sua vita amara, difficile e bella fatta di addii, di paesi stranieri e di lacrime. Finché un giorno, stanca di solitudine, incontrerà un altro uomo e partirà con lui. Vera non sa più che cosa voglia dire esser felici: in ogni esistenza c’è distacco, esilio, morte.
Forse il segreto della felicità è soltanto questo: lasciarsi vivere.

 

 

 

 

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