LETTERATURA E CRITICA > Ines Belsky Lagazzi, Nina Berberova e “l’accompagnatrice”, 1989

 

Tra i grandi narratori russi ecco inserirsi a un tratto a metà secolo, e a buon diritto, una sottile squisita scrittrice – Nina Berberova – amica di Gor’kij, di Pasternak e di Nabokov, e subito appartenere, a pieno titolo, alla storia letteraria e intellettuale del Novecento.
Nata a Pietroburgo nel 1901 vive la rivoluzione d’ottobre del ‘17. Pubblica a ventidue anni un libro di poesie. Poco dopo lascia l’Unione Sovietica e si stabilisce a Parigi dove traduce Dostoevskij in francese e Raimond Rolland in russo, scrive una biografia di Ciaikovskij (1936), e due anni dopo Akkompaniatorsa (L’accompagnatrice), il bellissimo romanzo di cui parleremo.
Nel 1950 parte per gli Stati Uniti dove vive tuttora (*) e dove ha insegnato letteratura russa in prestigiose Università, continuando a scrivere racconti, biografie, saggi. Nel 1969 pubblica una voluminosa Autobiografia, che entra clandestinamente in Russia e le vale un posto rilevante nella storia della letteratura mondiale.
Nella prefazione de Laccompagnatrice (edito in Italia da Feltrinelli) la Berberova dice di essersi servita per la sua trama di un manoscritto comprato per pochi soldi da un rigattiere insieme ad altre cianfrusaglie lasciate nella stanza d’un infimo albergo da una vecchia signora morta improvvisamente. Un abbastanza noto espediente per darci pagine di rara finezza psicologica in un libro che ha l’impianto del grande romanzo russo.
È la storia di un grigio personaggio, un po’ alla Dostoevskij, un po’ alla Gogol’, smunto e incolore, apparentemente senza rilievo, carico invece di sentimenti sotterranei che invano cercano spazio e comprensione, e giù nelle profondità della psiche si contorcono, si concatenano, si sciolgono, si rimpastano. Si pensa a quei sommovimenti del magma terrestre che possono esplodere in un terremoto, un’eruzione vulcanica o ammosciarsi in un brontolio sommesso.
Sonecka [Sonechka] era – come si diceva un tempo – figlia della colpa, frutto dell’amore di sua madre, professoressa di pianoforte, con un giovane allievo. La sua origine, quando a quindici anni ne verrà a conoscenza, la marchierà a fuoco, sarà la “vergogna” della sua vita. Uscita dal Conservatorio, come la madre pianista, darà per vivere modeste prestazioni in cinema di periferia. È magra, bruttina, introversa, malvestita, non si reputa nemmeno intelligente. Insomma era “niente”, lei stessa dirà.
Quando resterà del tutto senza lavoro sarà per le due donne la più nera indigenza: «Avevo stivali ricavati da un tappeto, il vestito fatto con una tovaglia, il mantello con un mantello della mamma e il cappello con un cuscino ricamato d’oro». Andava in giro così: vivere o morire le era indifferente. Ma un giorno, tramite l’unico allievo rimasto alla madre, le viene offerto un posto di accompagnatrice.
In quell’anno 1919 a Pietroburgo è passata come un ciclone devastatore la rivoluzione: «Dappertutto silenzio, freddo, fame, finestre tappate con stracci, fuliggine colante dalle stufe, mucchi di spazzatura ovunque».
In casa di Marija Nikolaevna Travina, la cantante che dovrà accompagnare, c’è invece lusso, caldo, musica, buon cibo, fiori freschi, perfino una cameriera. Marija è una bella donna; canta bene, è gentile, innamorata della vita; è ambiziosa, sogna il successo, la celebrità. È sposata a Pavel Fëdorovic, un tipo rozzo, un trafficone, non si sa come riesca a far soldi.
Sonecka comincia il suo lavoro, ore e ore al piano: è bravina e Marija è contenta di lei, le dimostra affetto. La ragazza è ubbidiente, sottomessa, ma verso questa sua datrice di lavoro prova sentimenti contrastanti: un po’ di gratitudine, ma anche molta invidia. Perché Marija ha avuto tutto? È bella, brava, amata. Perché, al contrario, lei e altri milioni di persone come lei non hanno avuto nulla?
Un giorno Marija le affida una lettera da imbucare: è diretta a un certo Andrej Grigorevic Ber. Un amante segreto? Sonecka comincia a sospettare.
Qualche tempo dopo, su invito della cantante, l’accompagnatrice si trasferisce in casa Travin; Marija dà applauditissimi concerti, mentre Sonecka resta nell’ombra, grigia e impacciata, a crogiolarsi nel suo complesso di inferiorità.
I contratti portano Marija a Mosca, ma qui l’atmosfera è pesante: funzionari sovietici controllano, danno ordini, bisogna andare dove vogliono loro, suonare e cantare brani particolari, in questo o quel circolo, essere assidui alle riunioni del Cremlino.
Marija miete successi ovunque, Sonecka macina silenziosamente il suo corruccio: «intorno a lei c’è la gloria di un’altra, la felicità di un’altra e quel che è peggio tutto questo è ben meritato». Lei stessa, se facesse parte del pubblico, nutrirebbe per Marija sentimenti di ammirazione.
Un rovello velenoso comincia a morderle l’anima: vorrebbe trovare in Marija – questo essere privilegiato – un punto debole, per tenerne in pugno la vita qualora le diventasse intollerabile vivere nella sua ombra.
Pavel ama la moglie, il loro legame dura da sei anni e sembra non conoscere nubi. Eppure... possibile che la donna non tradisca il rozzo marito tanto diverso da lei? Chi è, ad esempio, quello Ksenya che frequenta la casa e che troppo spesso parlotta sottovoce con Marija? E chi è quel Ber che una sera, in assenza dei Travin, ha telefonato?
Poi non c’è tempo per pensare a tutto questo: si parte precipitosamente da Mosca con documenti falsi, si fanno viaggi spaventosi con assalti di banditi, binari scardinati dalla dinamite, fughe, carri bestiame... Rostov, Novorossijk, Costantinopoli. E finalmente un po’ di pace: Parigi. E per Marija di nuovo concerti a non finire e applausi.
È il 1920. Un giorno – Sonecka è sola in casa – si presenta alla porta un bell’uomo, alto, distinto, di poche parole, sguardo serio. E Ber lascia alla ragazza, pensando trattarsi di una domestica, il suo numero telefonico e due franchi di mancia.
(«Quando se ne andò, rimasi seduta lì in anticamera, su uno sgabello di velluto e cominciai a piangere. Forse perché mi facevo pena, oppure per la gioia di essermi avvicinata alla soglia del mistero?»).
Sonecka ora non ha più dubbi, Ber ha lasciato la Russia per raggiungere Marija a Parigi: è lui l’amante segreto da smascherare.
Marija non ha fatto commenti quando ha saputo che Ber l’ha cercata, ha pregato gentilmente la ragazza di telefonargli dicendo che è molto occupata e che le dispiace di non poterlo ricevere. Ma aveva le guance in fiamme, gli occhi lucidi, la voce tremante.
Sonecka conferma i suoi sospetti, anche nei giorni seguenti trova spesso Marija con gli occhi rossi. E una sera, mentre Marija sta cantando alla Sala Gaveau, l’accompagnatrice si accorge che Ber è tra il pubblico, in prima fila.
Marija non aveva rivelato al marito la presenza di Ber a Parigi, né Ber era mai entrato in casa Travin, nonostante fosse aperta a tutti; artisti, amici, conoscenti...
Dunque – ipotizzava Sonecka – Pavel sa.
...Il tempo lentamente trascorreva: non ci furono né telefonate, né visite, le giornate di Marija erano colme di musica. Pure la giovane era sicura che Marija s’incontrasse con Ber: ma dove, ma quando?
Una sera scoprì nel cassetto della scrivania di Pavel una rivoltella: forse l’uomo meditava di uccidere uno o l’altra, o entrambi?
Accadde poi che Marija ricevesse una lettera e s’affrettasse a bruciarla senza farne parola né a Pavel né a Sonecka, e che qualche giorno dopo rifiutasse due importanti scritture, una in America e l’altra a Milano, alla Scala.
- Perché c’è Ber a Parigi! - Sonecka fu tentata di gridare al marito.
Marija s’era fatta taciturna, usciva tutti i giorni, per non molto tempo, ma a dispetto di tutto. E Sonecka si mise a spiarla, a seguirla, scoprì alfine che i due si incontravano in un modesto caffè di periferia. Non succedeva nulla, si guardavano e basta. Un giorno, di là da un tramezzo (Sonecka era diventata ardita), udì Marija dire a Ber con voce di pianto: «Non posso lasciarlo, sarebbe come ucciderlo. E non posso nemmeno ingannarlo». «E allora dovremo continuare così? Non potremo mai stare insieme?» aveva ribattuto Ber, tristissimo.
Sonecka fuggì come inebetita, aveva voglia di piangere. Anche Marija, dunque, era infelice. E allora, improvvisamente, la ragazza decise che avrebbe ucciso Pavel quella sera stessa, avrebbe compiuto il grande gesto, Marija le sarebbe stata grata per tutta la vita, e lei – un niente – si sarebbe sentita grande, un’eroina.
Andò nello studio di Pavel e s’impadronì della pistola. Ma la sera la casa era affollata di invitati, Marija cantava (era più pallida del solito) e lei l’accompagnava col cuore in tumulto.
Tornò alla sua mente eccitata il vecchio progetto di tradirla, perché Travin potesse fare giustizia, fu così che con somma cautela riportò la rivoltella dove l’aveva trovata.
L’indomani Pavel Fëdorovic preparò la valigia, disse che doveva partire per Londra, un viaggio d’affari. Uscì di fretta, quasi senza salutare. Pioveva a dirotto, ma alla solita ora Marija uscì e Sonecka la seguì. Era diventata ormai un’abitudine. E “li” vide dietro i vetri del bar. La solita scena le diede le vertigini. Ma ad un tratto s’accorse che «sotto gli alberi del viale c’era una panchina bagnata e lucente e sulla panchina era seduto Pavel. Dunque non era partito, se ne stava lì in un atteggiamento di stanchezza mortale».
Sonecka si nascose dietro il monumento della piazza. Quando ne riemerse Pavel non c’era più. Sonecka poteva perfino dubitare di averlo visto.
Corse verso casa. Appena entrata notò subito il cappello e il cappotto di Pavel appesi all’attaccapanni: erano fradici.
Chiamò sottovoce: «Pavel Fëdorovic...». Nessuno rispose. Chiamò più forte. Silenzio. Allora entrò nello studio. Pavel era seduto alla scrivania, era morto e nella mano destra appoggiata al tavolo stringeva la pistola.
La ragazza urlò e svenne. Pavel aveva sempre saputo, dunque. E aveva capito ciò che doveva fare. Non aveva regolato i conti con Ber e con la moglie, aveva ceduto il passo a lei perché potesse continuare a vivere come voleva, ad essere felice con chi voleva. In libertà.
Tutto, dunque, era accaduto senza di lei, l’accompagnatrice, e al di fuori di lei, come non fosse mai esistita. Un “niente”.

 

*. Nina Berberova è morta il 27 settembre 1993 a Philadelphia, Pennsylvania (N.d.R.)

 

 

 

 

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