LETTERATURA E CRITICA > Ines Belsky Lagazzi, Anton Cechov, 1987

 

A Mosca, in via Sadovaja Kudrinskaja n. 6, sorge una piccola deliziosa casa rossa: è qui che Anton Cechov [Chekhov], famoso narratore e drammaturgo, passò quattro anni felici con la madre, la sorella Marija, il fratello minore Michail. Gli piaceva questa casa, di essa scrisse a un amico: «Vivo nella casa di Korneev, somigliante a un comò». Vedendo l’edificio si nota l’esattezza del paragone.
Sul portoncino c’è ancora la targhetta: “Dottor Cechov”. Nel vestibolo sono esposte molte fotografie del luogo di nascita (Taganrog), di altri luoghi dove Cechov visse, e poi la documentazione della sua lunga carriera, da quando cominciò a scrivere piccole cose firmando con uno dei tanti pseudonimi che gli piacque adottare: Antosa Cechonte [Antosha Chekhonte], fino alle opere che gli diedero notorietà e lo trasformarono nel grande scrittore Anton Cechov.
Eccoci nello studio del medico-scrittore: qui dalle 12 alle 15 riceveva gli ammalati; qui scrisse La steppa, Una storia noiosa, Fuochi, le prime commedie e un centinaio di racconti. Sul tavolino vi sono il tagliacarte che usò, il calamaio, il porta candele. Alle pareti disegni di Marija e di Michail: era una famiglia di grandi talenti, anche Michail fu ottimo prosatore.
Al primo piano è situato il soggiorno dove la famiglia e gli ospiti si riunivano. “Io non posso vivere veramente senza ospiti” soleva dire. E in questa casa passò infatti gente diversissima: pittori, scrittori, musicisti, molto assiduo Pëtr Ciajkovskij. Si organizzavano serate musicali, letture di classici, di opere poetiche.
«Sono moscovita… non posso immaginare la mia vita senza Mosca» scriveva. A Mosca era in effetti approdato in tenera età, aveva compiuto gli studi, si era laureato in medicina, aveva cominciato ad esercitare la professione e a scrivere.
Era un borghese elegante, nella persona, nel comportamento, in ciò che scriveva, nel suo umorismo, ma era anche uno scrittore realista, acuto osservatore del suo mondo e la sua dolcezza non gli impediva di criticare le distorsioni della società russa, ad esempio la disgregante vita di fabbrica: «Getta un’occhiata in una fabbrica di una qualsiasi località sperduta. C’è quiete e silenzio, ma, se guardi dentro, quale inesauribile ignoranza dei padroni, quale ottuso egoismo, quale disperata condizione degli operai!» …proprio quella condizione che appariva allora il simbolo del progresso, il mito della civiltà delle macchine.
Sentiva il brontolio minaccioso della società russa, capiva la necessità di una riforma, già presagiva la malinconia di una transizione verso un futuro inevitabilmente diverso e sconvolto. E sentiva di dover fare qualcosa di più con la penna, oltre che inventare storie per il pubblico.
Fu davvero singolare l’amicizia che lo legò a Maksim Gor’kij: lui colto, raffinato, umanissimo, il più europeo dei russi; l’altro autodidatta, intemperante. Due epoche, due mondi diversi, due atteggiamenti opposti, due stili: Marta e Maria. Due che sembravano fatti apposta per non intendersi, invece la loro corrispondenza dimostra che s’intesero perfettamente anche se l’uno parlava soltanto di sé e l’altro poco di sé e molto degli altri; Cechov sapeva ascoltare, perché sapeva comprendere: e comprendere è rispettare.
La poesia di Cechov si muoveva nel mondo delle grandi cose semplici, la forza e l’emozione di essa nascevano da un’intimità con quelle cose e i loro quotidiani protagonisti. Soffrì la vita, si sforzò di cercarne la dignità, la scoprì nel dolore, perciò ne parlò con parole dimesse, come le parole di una preghiera. La sua poetica è infatti racchiusa negli insegnamenti del monaco di Nella notte santa su come debba esser composto un canto: «Bisogna che in ogni verso vi siano dolcezza, grazia, tenerezza, che non vi sia parola aspra, rozza, imprecisa…».
Nel marzo 1890 Cechov lasciò la casa di via Kudinskaja e la professione (ormai poteva dedicarsi soltanto alla letteratura). Voleva capire meglio il complicato mondo nel quale viveva, voleva impegnarsi a fondo, come scrittore, nella conoscenza visiva e fisica della sua gente e della sua terra. Perciò intraprese un lungo viaggio attraverso la Siberia fino all’isola di Sachalin nell’Estremo Oriente, un’isola due volte la Grecia, che era diventata luogo di deportazione per migliaia di condannati e dove vivevano anche le loro famiglie, autorità militari, funzionari civili, giudici e una formicolante umanità di commercianti: pescatori, trafficanti di ogni specie.
Rimase impressionato dai racconti dei condannati, dalle loro traversie, dalle complessità della vita sociale di quel grande carcere aperto, dalla rappresentazione di quel mondo senza finzioni e senza ipocrisie: una piccola Russia dolente. E anche questo era il “suo” popolo.
Al suo ritorno scrisse una serie di articoli, poi raccolti in un libro che ebbe vasta eco in tutta l’Europa. Fu preso allora dall’ansia di fare qualcosa in campo sociale, acquistò una piccola proprietà a Melikovo, non lontano da Mosca, vi fece costruire scuole e strade e curò i contadini durante un’epidemia di colera.
La febbrile attività gli minò la salute già precaria e fu costretto a lunghi soggiorni in Crimea e sulla Costa Azzurra. La sua narrativa si spogliò dei toni ironici, colse la tristezza di troppe situazioni umane, ed ecco La sala n. 6, Racconti di uno sconosciuto, Il monaco nero, La mia vita, I contadini, Il duello.
Anche nelle commedie denunciò il contrasto tra gli ideali troppo alti e la gretta, piatta realtà, contrasto che si, risolve in inerzia e in futili speranze. E vennero Il gabbiano, Zio Vania, Le tre sorelle, Il giardino dei ciliegi, colmi di conflitti drammatici solo apparentemente sfumati, bellissime toccanti commedie che si rappresentano ancora sui nostri teatri.
Viaggiò ancora molto: Vienna, Parigi, Nizza, Montecarlo, Venezia (di questa città disse: «Mi ha affascinato, mi ha fatto uscire di senno…»). Morì a Badenweiler, in Germania, di tubercolosi. Aveva solo 44 anni.

Cechov – Il monaco nero (217kB)
Cechov – Nella notte santa (641kB)

 

 

 

 

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