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| LETTERATURA E CRITICA > Lucio Dal Santo, Problematica religiosa nei classici russi dell’Ottocento (*)
La domanda centrale che di continuo pone a se stessa la letteratura russa è pertanto: chi sono io? cos’è l’uomo? Cos’è la licnost’ [lichnost’] (persona, personalità, individualità)? Quella russa è dunque, nella sua essenza, una letteratura «filosofica», nella cui narrativa e nella cui poesia confluiscono tutti i dilemmi e tutti i conflitti dell’anima russa nelle varie epoche. Se, d’altra parte, i problemi che essa dibatte non fossero stati universali, ossia comuni a tutto il genere umano, si stenterebbe a capire il costante interesse d’una moltitudine di genti per un Tolstoj, poniamo, o un Dostoevskij o un Cechov [Chekhov], grazie al riflesso che è nella loro opera del tema, già caro a Pascal, della «grandezza e nullità dell’uomo»: tema espresso con forza, per esempio in un verso lapidario del poeta Derzavin [Derzhavin]: «Ja car’, ja rab, ja cerv’ [cherv’], ja bog» (Io sono un re, uno schiavo, un verme, un dio). Di lì scende il tema esterno della sofferenza, della tragicità dell’esistenza, della speranza e della Provvidenza. Di lì proviene, per altra via, l’indefettibile amore per la libertà (intesa soprattutto come libertà dello spirito) che è proprio dei russi, e che si riflette con evidenza anche nella letteratura, la quale pone al centro l’uomo e la sua salvezza. Dirò ancora che la letteratura del secolo scorso racchiude in sé gelosamente un’idea – l’«idea russa» appunto –: un’idea essenzialmente di fraternità universale e di salvezza religiosa. Ma, se il tema dominante della letteratura russa ottocentesca è stato quello dell’uomo, e precisamente del destino suo nella società e nella storia, è pur vero che tale letteratura ha sperimentato non tanto l’umanesimo, inteso secondo il significato particolare che gli si attribuisce nel nostro Occidente, quanto piuttosto ha vissuto intimamente la crisi dell’umanesimo, la sua ricca dialettica interna e le sue contraddizioni, con tutta la sua carica a volte autenticamente e dolorosamente cristiana, ovvero alle prese con i suoi dubbi, con le sue inquietudini e con i tormenti della coscienza. Invariabilmente presente all’ispirazione dei capolavori creati dalla letteratura russa è, con tutto lo slancio del suo amore e con tutto il peso della sua sofferenza, la sua celovecnost’ [chelovechnost’] inappagata e inappagabile, ossia la pietas nella sua accezione più genuina e più piena: «La compassione è la più importante, l’unica legge forse dell’esistenza umana», afferma Dostoevskij. Essa si accompagna a un inestinguibile amore per la pravda (per la verità morale, per la verità-giustizia), nel riconoscimento del proprio irrinunciabile compito morale. In tal modo la Bellezza (che è di origine divina, in quanto potenza salvifica; per Dostoevskij e per Solov’ëv essa è senz’altro una formula religiosa) diviene tutt’uno con l’ideale di salvezza; e la salvezza scaturisce a sua volta dalla fede nell’«infinitamente grande», sicché la Bellezza s’identifica da ultimo con il Cristo medesimo, che reca appunto sulla terra la Sua Parola, la salvezza agognata, ossia Se stesso. Una rassegna degli autori eminenti della letteratura russa, sia pure forzatamente brevissima e incompleta come la presente (non vi figurano tra gli altri i nomi di Leskov, di Korolenko, di Solov’ëv, di Tjutcev [Tyutchev], che pur dovrebbero farne parte), non può non aprirsi col nome, sacro a tutti i russi, di Aleksandr Puskin [Pushkin]. A lui, primo scrittore profondamente nazionale, compete il pregio di rinnovare la letteratura russa e di dilatare l’arte propria ben oltre i confini nazionali. Puskin è stato per davvero «un’apparizione colossale», anzi «un evento profetico», come lo definì Gogol’. Di Puskin è anche il merito di avere discoperto e disvelato al mondo «l’anima russa». Senza Puskin, afferma Berdjaev, non sarebbero esistiti né Tolstoj né Dostoevskij. Egli è il prototipo dell’«uomo universale» (vsecelovek [vsechelovek]) esaltato da Dostoevskij in quello che può essere considerato a giusto titolo come il suo testamento spirituale, cioè nel celebre Discorso su Puskin, dove il suo autore ben vide nel sommo poeta la naturale attitudine a far propria la vita di tutti i popoli. In guisa esemplare, Puskin per primo aduna in sé le straordinarie doti di assimilazione e di universalizzazione della letteratura russa. Nella Russia del suo tempo egli appare come il cantore sovrano della libertà. Il problema della libertà e della schiavitù, che sembra essere il problema centrale del mondo d’oggi, sarà dopo Puskin uno dei temi ricorrenti della letteratura russa. Perciò tanta parte della produzione letteraria di Puskin e dei suoi successori fu e rimarrà rivoluzionaria in senso spirituale; e volgendosi a esprimere la tradizione e la sostanza dello spirito russo in ogni epoca, la sua miglior parte, sempre e in tutto, si oppone a ogni specie di materialismo e di totalitarismo. Puskin visse dunque in ogni senso e custodì gelosamente la libertà creativa, a partire dall’istinto semicosciente della vol’nost’, della facoltà di agire spontaneamente, sino alla conquista della suprema coscienza della libertà intesa quale servigio reso alla Divinità e quale libera risposta all’appello rivolto da Dio all’uomo. In definitiva, tutto quanto Puskin ammira, vagheggia e ama è indissolubilmente legato alla libertà, esattamente come lo è all’assenza di libertà, alla violenza, alla coercizione e alla tirannia tutto ciò che egli odia, aborre e nega. Puskin, l’intelletto più libero della Russia, intuì e introdusse nelle lettere patrie il tema della tragedia della libertà: tema che diverrà in seguito il culmine e il cardine della dialettica dostoevskiana; e in cui pare concentrarsi il destino dell’umanità in ogni tempo e luogo. Una legge suprema, e appunto eterna, è quella che Puskin riconosce e riverisce: la legge divina della verità e della giustizia. Alla luce della divina giustizia egli dunque ama ritrarre la realtà. La profondità e l’altezza della libertà si rivelano soltanto nella vita concreta della licnost’, così dell’individuo come della nazione. E Puskin lo capì e lo esaltò nei suoi versi, poiché egli tendeva irresistibilmente all’ideale della Bellezza; e il servizio e la sottomissione alla vera libertà rappresentano appunto la Bellezza. L’arte autentica è sempre un’arte libera, al modo stesso che sempre libero è il genio. In Puskin si avverte un forte senso morale, un’appassionata inclinazione alla verità-giusitizia, come pure un sentimento vivo della colpa e del pentimento. Puskin fu congenitamente libero tanto dal desiderio di potere (di qualunque potere) quanto da ogni forma di servilismo; immune dalla tentazione di comandare, non volle mai neppure essere comandato. Nulla comunque poté mai distruggere in Puskin la libertà di giudizio morale. Fu essa la condizione che rese Puskin capace di guardare arditamente al futuro, anzi all’eterno. C’è in Puskin una nostalgia infinita che sarebbe vano cercare di definire, e che richiama a una Verità che ci trascende, a una Verità che è in noi e sopra di noi.
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