LETTERATURA E CRITICA > Gabriele D’Annunzio, Un albero in Russia, 1916 (1)

 

«La personalità di Gabriele D’Annunzio è una delle più difficili della nostra storia e della letteratura; sembra che egli abbia vissuto non una, ma dieci vite che si intersecano, che non abbia avuto una, ma dieci anime – in disaccordo tra loro»: è l’epigrafe di G.R. Dzitaroza che la famosa poetessa Elena Andreevna Svarc (Shvarts; 1948-2010) ha scelto per aprire la prima biografia scritta in russo sullo scrittore e poeta italiano, pubblicata a San Pietroburgo nel 2010. Ma D’Annunzio (1863-1938) era conosciutissimo in Russia negli anni Dieci e Venti del XX secolo: gli scritti erano letti e discussi dagli intellettuali e le opere teatrali erano spesso rappresentate, tanto che illustri personaggi non esitavano a chiedergli pareri o articoli a «tutte le condizioni che porrà» (2). Poi, in epoca sovietica, su di lui cadde il silenzio, talvolta rotto da qualche feroce critica, perché «Tutte le enciclopedie del tempo – scrive la biografa russa – definivano D’Annunzio “uno degli ideologi del fascismo” [...] ma senza annotare che il fascismo italiano era molto diverso dal suo omologo tedesco e non vestiva quella natura cannibalesca. Gabriele D’Annunzio aveva un rapporto complesso e difficile con Mussolini, non servì mai il partito, e se involontariamente aiutò il movimento, fu più come esteta e storico, fornendogli il gesto di saluto con la mano tesa, preso in prestito dalla Roma antica, la divisione delle truppe in legioni, manipoli e centurie, il grido di vittoria eia-eia-alala, e la camicia nera». Qui non interessa approfondire la questione, ma riportare soltanto l’unica favola che egli ambientò in Russia, in cui mescola religiosità e paganesimo.

 

Poiché oggi la Santa Russia, cieca e selvaggia, empie del suo nome l’Europa inquieta, voglio qui riportare da un cronista mal noto il racconto d’un’avventura natalizia d’Ina Baranoff e di Dimitri Kiriline.
L’albero di Natale del palazzo Labanoff è certamente il più bello e il più ricco fra quanti alberi fioriscono al sorriso del soavissimo Bambino Gesù. Si leva nel mezzo d’una sala che ha l’altezza di due piani; e su le verdi braccia la finta neve brilla e scintilla alla luce di mille candele.
La principessa Labanoff aduna, intorno al suo albero immenso, non soltanto i parenti e gli alleati, ma anche i lontani amici delle famiglie loro. Più che una festa, quella dell’albero, è una solennità mondana e religiosa che fa più stretti i legami di parentela e d’amicizia e qualche volta è occasione di tenerezze. Tutta la città in fatti si occupa del grand’albero dei Labanoff; e, il giorno dopo, sa minutamente tutto quel che s’è fatto e s’è detto all’ombra dei rami d’abete.
La principessa è ancora assai bella, e sarà bella sempre. Ella resiste al tempo, per virtù delle sue infinite cure, del suo egoismo e del piacer suo. Non mai si preoccupa né si affligge di una qualunque disgrazia. In verità, l’uomo ha i dolori che vuole avere, poiché basta non pensare alle cose tristi e spiacevoli per distruggerne l’influenza su lo spirito. Forte di questo principio, la principessa non s’è lasciata abbattere né dalli anni né dalle asperità della vita.
Ella è bionda, con i capelli un po’ crespi. Ha un colorito caldo e li occhi verdi come quelli d’una ninfa lacustre: occhi loquacissimi, che parlano quando la bocca tace. E la bocca è così vermiglia e fresca che dà, nel sorriso, il diletto di un bacio. Tutta la persona ha un’agile e fiera bellezza di attitudini e di gesti. La voce è melodiosa, singolarmente roca a tratti.
Alcuni de’ suoi amici son diventati suoi amanti, e tutti i suoi amanti son rimasti suoi amici. Il suo cuore è così largamente ospitale che s’apre a chiunque ne sia degno, e non si chiude dopo la partenza dei viaggiatori. Ella dice, con la massima schiettezza, che non val più la pena di vivere nelle privazioni, essendo così breve il tempo del nostro passaggio su la terra. Ma, con tutto ciò, ella non perde mai quella sua aria di gran signora.
Il principe Labanoff, giudicando con criterii molto elevati i fatti e i detti di sua moglie, non ne combatte le teorie; ma lascia anzi, con una perfetta urbanità coniugale, ch’ella le metta in pratica e le esperimenti ad ogni occasione.
Tra quelli che la principessa Labanoff ha esaltati all’amor suo la cronaca segna in particolar modo il conte Dimitri Kiriline. Essendo forte, bello, giovine, ammirato dalle donne, egli si consacrava alla felicità di parecchie amiche, se bene avesse una cura speciale per la felicità di Wera Labanoff.
Era stato mandato in missione, assai lontano. La cronaca non sa veramente se si trattasse d’esaminar terreni o uomini o cavalli; ma sa di certo che per ordine di S.M. l’Imperatore il conte Dimitri fu per sei mesi allontanato dal suo reggimento, dalla Corte, da Wera e “dalle altre”, elette fra le più belle, quali la contessa Fulmering e le signorine Olga Maximowitch ed Ebba Golenski, poiché ognun sa che in quel vergine paese il libero amore non aspetta l’emancipazione del matrimonio.
Wera, costretta più d’una volta a chiuder li occhi, diceva, con benignità, doversi contentare della parte di sultana favorita. Ma il fatto è che Dimitri Kiriline avrebbe volentieri dato “tutte le altre” per quell’amante matura la cui bellezza sopravviveva alla giovinezza cingendosi di quanti allettamenti può offerire il lusso più raffinato.
La principessa non aveva mai avuto figliuoli; ma in casa sua cresceva una nipote del marito, Ina Baranoff, senza ch’ella se ne adombrasse o si disegnasse di mostrarle la benché minima sollecitudine materna. Né pure il principe aveva cura della fanciulla, e non per indifferenza, che anzi egli l’amava assai, ma per essere continuamente ingolfato nel giuoco e nella crapula. Egli era ricco a bastanza per poter perdere enormi somme senza batter ciglio, ed a bastanza ben costruito per sopportare qualunque più ignea miscela di vini e di liquori. L’ebrietà, quasi cotidiana, gli si adunava tutta nel cervello. Soltanto lo sguardo, per la immobilità, indicava lo stato del principe; le labbra, in quelle ore, non profferivano mai una parola e le ginocchia vacillavano. Insomma Boris Labanoff era gran giuocatore e gran bevitore al conspetto di Dio.
Egli era convinto che ogni sua responsabilità di zio e di tutore si limitasse alla dote d’Ina. Egli aveva già pensato a dotare Ina con principesca magnificenza. Cosicché la pulzella era libera di ogni suo atto.
Ma, non abusando affatto di questa libertà senza confini, ella in mezzo a tanti e così splendidi esempi di vizio, si serbava pura ed intatta come la neve che copre la terra nel giorno della natività di Gesù Cristo.
Pur tuttavia da lungo tempo avea preso radice nel suo cuore un sentimento forte, doloroso, tumultuoso, come una passione. Ella amava Dimitri Kiriline.
Poiché il suo spirito erasi precocemente illuminato, nelle sale del palazzo Labanoff, ella comprendeva senza alcuna incertezza tutto quel che accadeva intorno a lei; e talvolta l’assaliva un desiderio pazzo di strozzare l’amatissima zia. Però essendo sempre padrona di sé stessa, non lasciava indovinare il suo pensiero.
Quando il conte Kiriline partì per la frontiera lontana, Ina aveva a pena diciassette anni. Era magra e tutta fatta di angoli e senza alcuna grazia. Il candore non sano della sua faccia indicava la pugna della giovinezza contro l’infanzia. In paragone della grande e lussureggiante Wera, la poverina non poteva ispirare al bollente Dimitri che la misericordia.
Ma la primavera e l’estate del diciottesimo anno finalmente sopravvenivano e quel pallido fiore settentrionale si schiudeva con un vigor meraviglioso. Le forme prendevano una rotondità soave, li occhi neri e arditi lampeggiavano rischiarando un volto delicato e fresco; e tutta la bellezza; a pena dischiusa, era piena di dolci promesse.
Quando, dopo sei mesi di assenza, Dimitri, giunto proprio alla vigilia di Natale, entrò nelle sale della principessa Labanoff, in sul principio non riconobbe Ina.
Ma l’albero di Natale fu… ministro del Fato.
Quando dunque il conte Dimitri Kiriline entrò, i lunghi rami dell’abete leggendario già piegavano sotto il grave pondo dei doni reciprocamente offerti. Or dove mai avrebbe Dimitri appeso i suoi?
Egli portava a Wera una pelliccia di martora zibellino, alla contessa Fulmering un tappeto d’orso bianco, a Olga Maximowitch e ad Ebba Golenski due bellissimi mantelli di lontra. Né aveva egli dimenticato Ina; ma come offrire a quella magnifica creatura un infelice manicottino senza alcun valore?
La valigia che conteneva i doni era nell’anticamera; e, mentre amici ed amiche gli facevano ressa intorno rallegrandosi, egli si stillava il cervello per trovare una qualunque soluzione.
Pur rispondendo alle calde felicitazioni, egli provava un singolar senso di stanchezza.
Quelle che nell’inverno precedente si contendevano il suo cuore, gli parevano ora quasi insignificanti. Ma Wera non era invecchiata nemmen d’un giorno, e le tre altre seguitavano a fiorire, proprio come al tempo della partenza. Dunque? Egli si avvicinò a Ina, da cui, una volta, restava sempre lontano. Voleva essere amabile, per far passare il manicotto.
«Sapete,» le disse, «che, s’io vi avessi incontrata altrove, non vi avrei riconosciuta affatto?»
«Dunque son meno brutta che nell’anno scorso?»
«Brutta! Proprio, Ina, voi siete stata brutta? Non si crederebbe – Certo qualcuno v’ha dovuto dire…»
«Che cosa?»
«Che siete bella.»
«Me lo dicono tutti i giorni.»
«Chi ve lo dice?»
«Siete troppo curioso.»
«Non volete prendermi per confidente?»
«No.»
«Pure, noi siamo amici vecchi.»
«Ah, davvero? Non l’avrei mai pensato.»
«Perché mi dite questo, Ina?»
«Ma perché voi neppure mostravate di accorgervi della mia presenza nella casa.»
«Ebbene, io vi assicuro che ora me ne accorgo… molto. Via, siate buona: ditemi chi è colui…»
«Colui! Ma dite “coloro”.»
«Ah, sono parecchi?»
«Sì.»
«E non vi fanno che complimenti e madrigali?»
«Bastano i madrigali, per cominciare. Le dichiarazioni verranno in seguito.»
«E voi le ascolterete!»
«Ne ascolterò una sola.»
«Quale?»
«Quella dell’uomo che io amo.»
«Dunque amate già qualcuno.»
«Da gran tempo.»
«Chi? dite.»
«No.»
«Ma io, tanto, lo saprò.»
«Come farete per saperlo?»
«Vi sorveglierò.»
«Davvero? Troppa bontà.»
Dimitri non poteva arrivare a capire s’ella parlasse a diritto e a traverso come una bimba allegra e maliziosa, oppure s’ella volesse canzonarlo.
«Venite dunque, Kiriline,» gridò con quella voce un po’ roca il principe Labanoff. «Non s’aspetta che voi.»
Fu portata la valigia. L’attenzione generale pesava su Dimitri; il quale, col pensiero sempre fisso a quel maledettissimo manicotto, non sapeva come trarsi d’impaccio. Per un istante ebbe l’idea di offrire ad Ina il mantello d’Olga o quello d’Ebba; ma sarebbe stata una ingratitudine, ed egli rinunziò all’espediente.
Cavando fuori dalla valigia la pelliccia, la sospese al ramo della principessa; quindi appiccò le altre pelliccie ai rami delle altre amiche. Egli operava con molta lentezza, per ritardare l’estrazion finale del manicotto, che gli dava brividi di terrore. I suoi doni suscitavano grida di ammirazione ed urrà. Tutti si congratulavano e l’acclamavano. E, in mezzo a quella magnifica adunanza, sotto il fuoco di tutti gli sguardi, egli stava per offrire un dono ridicolo e meschino alla bellissima pupilla del suo ospite! Il sangue gli batteva forte alle tempie e la vista gli si oscurava. Una strana voglia l’assaliva, di fuggire, di non farsi più vedere, di non tornar mai più.
Quando, per l’ultima volta, si volse alla valigia, vide il piccolo manicotto schiacciato in un angolo, mezzo spelato dallo sfregamento di una corda, insomma non presentabile.
Allora, con un gesto risoluto, il conte Kiriline chiuse la valigia; e, con uno slancio, si afferrò al ramo d’Ina. Il suo corpo agile ed elegante pendeva fra la verdura, fra i doni, fra le lanterne. Vedendo tutti li sguardi pieni di meraviglia levati verso di lui, Dimitri sorrideva sotto i baffi biondi.
Nessuno giungeva a indovinare quel ch’ei volesse fare lassù.
«È sul mio ramo e me lo spezzerà,» esclamò Ina che capiva anche meno delli altri.
«Non vedi dunque ch’egli ti si offre?» disse placidamente la principessa Wera. «Va a staccarlo.»
«Ina Baranoff, accettate tutti i doni di Natale sospesi al vostro ramo?» chiese il conte Dimitri.
«Sì, sì,» gridò lietamente Ina, balzando a piè dell’albero.
«Ero dunque io l’uomo di cui volevo sapere il nome?»
«Eh, altrimenti, potreste rimanere costassù un secolo…»
Dimitri, fra i rami, gittò verso la principessa uno sguardo pieno d’inquietudine.
«Oh!» disse Ina, «non vi preoccupate affatto di mia zia. Queste cose, mia zia le sa prender bene, caro Dimitri.»

 

 

Note:
1. In G. D’Annunzio, Parabole e Novelle, Napoli 1916.
2. Cfr http://www.russinitalia.it/archiviodettaglio.php?id=78.

 

 

 

 

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