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| LETTERATURA E CRITICA > Ines Belsky Lagazzi, Fëdor Michajlovic Dostoevskij, 1982
Ed è con profonda emozione che ci ritroviamo dinanzi all'ospedale Marlinskij. In un appartamento di questo stabile, ora trasformato in museo, nacque nel 1821 il più grande interprete dell'anima russa: Fëdor Michajlovic Dostoevskij. Suo padre esercitava qui la professione di medico, sua madre Maria era un letterata dolce e riflessiva. Fëdor visse in queste stanze i suoi primi anni di vita, qui formò la sua personalità, qui conobbe "gli umiliati ed offesi": erano i poveri che venivano a farsi curare all'ospedale. Qui lesse i suoi primi libri: Puskin; Gogol', Walter Scott e si accostò a Shakespeare, a Schiller, Hoffmann, Balzac, George Sand, Eugenio Sue..., qui tradusse l'Eugenia Grandet. Qui soffrì profondamente per la morte della madre malata di tisi, per quella del padre, assassinato, pare, da un servo... Per qualche tempo l'opera del grande romanziere, tradotta in almeno cinquanta lingue, era stata messa al bando, ma oggi la potenza del pensiero, l'originalità dell'arte di Dostoevskij sono state pienamente riconosciute e sono ben sette i musei che gli sono stati dedicati, ciascuno nei luoghi dove visse. E non si è ancora spenta l'eco delle celebrazioni per il centenario della morte (1881) di questo autentico genio. [...] Gli occhi fissi allo scrittoio che fu suo, e su cui stanno - come li aveva lasciati un momento fa - i suoi appunti, i suoi occhiali, la penna a ghiera col pennino Perry, lasciamo tumultuare nell'animo, sull'onda del ricordo, le emozioni che le sue pagine immortali, indimenticabili hanno suscitato nel nostro intimo. Dopo la morte dei genitori Fëdor si trasferì a Pietroburgo per entrare nella scuola del genio militare. A 25 anni scrisse Povera gente, la storia di due disgraziati, lui un modesto funzionario, lei una giovane sarta a domicilio che si sostengono a vicenda per resistere alla miseria e soprattutto per gridare - ecco la novità di quei tempi - il loro diritto alla dignità. Un famoso critico così si espresse appena letto il libro: "Onore e gloria al giovane poeta la cui musa ama gli inquilini delle soffitte e delle cantine e li indica ai frequentatori dei palazzi dorati dicendo: - Anch'essi sono esseri umani, sono vostri fratelli". Vennero poi le poetiche Notti bianche, e l'inquietante Sosia i cui eroi, poveri esseri desiderosi di sfuggire alla loro alienazione diventano preda di un'idea fissa. Anche Fëdor però diventa suscettibile, irascibile, nervoso, s'inquieta con qualche recensore, diserta i salotti pietroburghesi. E si avvicina a Michajl Petracevskij, un giovane ventottenne che aveva radunato intorno a sé scrittori, scienziati, filosofi, ufficiali. Nelle riunioni del venerdì i convenuti sognavano di abolire la schiavitù, reclamavano la libertà di stampa, auspicavano riforme giudiziarie e militari, criticavano la chiesa ortodossa, il regime zarista... Si parlava, si parlava... Troppo. La Russia imperiale di Nicola I non permetteva idee democrtaiche. Una spia si infiltrò tra i giovani contestatori. Dostoevskij fu arrestato, gettato in un'umida cella della fortezza Pietro e Paolo, la cui cuspide dorata domina la Neva, e condannato a morte per aver nutrito "progetti criminali". "Fummo condotti sul luogo dell' esecuzione, la piazza Semënovskij - narra lo stesso Dostoevskij - e lì ascoltammo la nostra condanna senza il minimo pentimento. La condotta per la quale venivamo puniti, queste idee, queste concezioni che animavano il nostro spirito non soltanto non ci apparivano tali da dovercene pentire, ma ci sembravano una purificazione, un martirio grazie al quale molto ci sarebbe stato perdonato". All'ultimo momento Dostoevskij fu graziato, la pena commutata in quattro anni di lavori forzati e quattro di servizio militare. A mezzanotte i condannati con pesanti ferri ai piedi partirono in treno per la fortezza di Omsk in Siberia, e qui Fëdor trascorse quattro anni terribili tra banditi e criminali; non poteva né leggere né scrivere, solo la Bibbia gli era permessa. Soffrì moltissimo per quel "comunismo forzato" come lo chiamò, con gente rude e rozza. Per di più si manifestò quel male che covava da anni, l'epilessia. Ebbe crisi spaventose, con convulsioni delle membra e del viso, schiuma alla bocca, rantoli, e poi, passato l'accesso, la totale perdita della memoria per parecchi giorni. Il medico ed il direttore del carcere lo trattenevano in infermeria il più a lungo possibile, gli consentivano di prendere appunti. Compatibilmente col ferreo regolamento avevano per quell'uomo sensibile, dalla salute precaria, dal temperamento inquieto, molte attenzioni. "Quanta gioventù seppellita tra queste mura - annotò in quel periodo - quante energie inutilizzate, qui perdute senza profitto. Sì, bisogna dirlo, tutta questa gente ha in sé delle risorse meravigliose, ma le loro eccezionali capacità vengono distrutte senza scampo. Di chi la colpa? Sì, di chi la colpa?". Dopo il carcere, si recò per il servizio militare a Semipalatinsk e fu qui che conobbe in uno dei momenti più tristi della sua vita colei che avrebbe risuscitato la sua anima e sarebbe diventata sua moglie. "Quanti
tipi ho conosciuto in prigione - scrisse al fratello - mi sono abituato
a loro ed è per questo che credo di conoscerli abbastanza. Quanti
racconti di vicende di vagabondi e di banditi, e in tutta questa vita
miserabile triste c'è materia per dei volumi". Dure prove lo attenderanno negli anni seguenti: la morte della moglie amatissima, la morte del fratello, le continue crisi del suo male, le difficoltà finanziarie, che tentava invano di superare abbandonandosi alla passione del gioco... Ma resisterà. Aiutato anche dalla paziente tenerezza della seconda moglie, Anna Grigorievna, animerà ben tre riviste: "Il tempo", "L'epoca", "Il cittadino", fonderà la sua: "Giornale di uno scrittore" in cui affronterà tutti i grandi interrogativi dell'umanità, ma anche le questioni di attualità, un'attualità eterna: i bambini maltrattati, il suicidio degli adolescenti, le giurie popolari, gli scandali degli ambienti finanziari. Sarà, il suo, un patetico dialogo con la Russia intera. Scriverà
mirabili racconti, romanzi stupendi: Umiliati ed offesi, dominato
da un forte sentimento di pietà; Memorie del sottosuolo
e Il giocatore, dove prevale l'introspezione psicologica, che
prepareranno il grande romanzo Delitto e castigo (1886), nel
quale, convinto com'è della potenza redentrice del dolore, affronterà
il problema del male e delle contraddizioni che esso suscita nel sottosuolo
della coscienza. Dostoevskij,
figlio del secolo della miscredenza e del dubbio, fu sempre tormentato
dal bisogno di credere. Dopo la prigionia, fu Cristo il suo modello
nascosto. Il suo credo era semplice: "Credere che non c'è
niente di più bello, di più profondo, più ragionevole,
più virile e più perfetto del Cristo. Di più, se
qualcuno mi provasse che il Cristo è fuori della verità
e che la verità si trova all'infuori di Cristo, preferirei restare
con Cristo e rinunciare alle verità". Negli
ultimi tre I demoni, L'adolescente e I fratelli
Karamazov è in atto l'incessante duello: da una parte l'ideale
di Cristo e la Russia promessa a un ruolo messianico, e dall'altra l'ateismo
e il materialismo. I demoni narrano l'appassionante storia
di un omicidio politico e del processo che ne consegue: e quanti, quanti
riferimenti coi tempi che viviamo, le brigate rosse e nere e i processi
in atto! Per
tutto questo, Dostoevskij è romanziere moderno, di più,
contemporaneo e la sua opera esercita un fascino permanente. Nonostante tutto non è mai pessimista e conserva la sua fede nell'uomo la cui esistenza è una continua lotta, un alternarsi di cadute e resurrezioni, tanto che a volte sembra precipitare nell'abisso senza possibilità di risalire. Ma anche allora - come Aljocha Karamazov - il cuore intravede "una strada di cristallo". E in fondo c'è il sole.
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