LETTERATURA E CRITICA > Stefano Garzonio, Tolstoj cent’anni dopo, 2010

 

Stefano Garzonio (1952) è professore ordinario di Lingua e Letteratura russa alla Facoltà di Lingue e letterature straniere dell'Università di Pisa e un eminente slavista riconosciuto internazionalmente, nonché traduttore, scrittore, bibliofilo e collezionista di libri in lingua russa. Qui pubblichiamo un suo articolo su Lev Tolstoj scritto in occasione del centenario della morte (1910-2010) che evidenzia un aspetto inusuale come recita il sottotitolo: «La fuga, il delirio, la morte del grande scrittore russo, nel 1910, furono al centro di un’attenzione di stampa, oggi diremmo mediatica, ancora impensabile per l’epoca. Fu come se il mondo intero avesse riconosciuto nello scrittore scomparso l’irraggiungibilità della cima dell’Elbrus, la potenza tempestosa di una immensa nube foriera di pioggia purificatrice. Ecco come lo ricordavano Pasternak, Grazia Deledda e i giornali italiani».

 

Nella sua autobiografia Uomini e posizioni Boris Pasternak ricorda: “[…] appresi che Tolstoj, fermato in viaggio dalla malattia dopo la sua fuga da Jasnaja Poljana, era morto nella stazione di Astapovo, e che mio padre era stato chiamato là con un telegramma. Ci preparammo in fretta e andammo alla stazione Paveleckaja per prendere il treno della notte”. Giunto alla piccola stazione ferroviaria di Astapovo con il padre, il pittore Leonid Pasternak, che aveva illustrato la celebre edizione londinese di Resurrezione, il futuro autore del Dottor Zivago [Zhivago] si trovò di fronte Sofja Andreevna, la vedova dello scrittore, piangente, che andava raccontando di come avesse tentato il suicidio dopo la fuga del marito da casa. Notò Pasternak: “Nella stanza c’era una montagna, un Elbrus (alla grandiosa montagna del Caucaso egli paragonò Tolstoj) e lei ne era una grande rupe. La stanza era occupata da una nube tempestosa larga mezzo cielo, e lei ne era un lampo. E non sapeva di avere il diritto della rupe e del lampo, il diritto di tacere […]”.

In alcuni celebri schizzi Leonid Pasternak ritrasse il grande scrittore sul letto di morte. Tolstoj, la cui opera di scrittore aveva appassionato milioni di lettori in tutto il mondo e che con il suo pensiero e la sua azione aveva creato un vero e proprio movimento spirituale, addirittura una sorta di nuova religione nella trattazione dei suoi seguaci, era fuggito da casa in un ultimo slancio di appassionata ribellione, alla ricerca di un ultimo rifugio oltre la prigione della quotidianità. Aveva visitato il celebre romitorio di Optina pustyn’, aveva incontrato la sorella a Samardino e si era fermato, spossato e febbricitante, nella piccola stazione della linea ferroviaria per Rostov. La fuga, il delirio, la morte del grande scrittore furono al centro di un’attenzione di stampa, oggi diremmo mediatica, ancora impensabile per l’epoca. Fu come se il mondo intero avesse riconosciuto nello scrittore scomparso l’irraggiungibilità della cima dell’Elbrus, la potenza tempestosa di una immensa nube foriera di pioggia purificatrice. Le varie fasi della fuga e del viaggio che portarono alla morte dell’autore di Guerra e pace fu seguita dalla stampa di tutto il mondo.
Anche in Italia l’attenzione fu sempre alta e partecipe, come si evince anche da un primo, superficiale spoglio dei giornali del tempo. Domenica 13 novembre 1910 Il Corriere della Sera dava notizia della fuga di Tolstoj da casa e titolava: La scomparsa di Tolstoi. La follia dell’assoluto, ponendo il quesito: “In un chiostro, in una caverna o in un bosco?” E annotava poco sotto: “Congetture di familiari a Parigi. Duplice tentativo di suicidio della moglie” sollevando l’ovvia ipotesi: “Scomparso per dissenso di famiglia?” e infine forniva una notizia fresca di agenzia: “Tolstoi scovato in un monastero”. Analogamente si chiedeva La Nazione di Firenze: Dov’è Tolstoi? (14 novembre 1910) e La Stampa informava i lettori con toni da scoop giornalistico: La romanzesca avventura di Leone Tolstoi. È fuggito per non guadagnare un milione di rubli? […] Presso un amico? e poi tra le ultime notizie con un servizio speciale informava Tolstoi nel romitaggio di Optina!. Con sicurezza lo stesso giorno il quotidiano romano Il Messaggero titolava: Dov’è Tolstoi? Al convento di Schamordiansk [Samardino, NdR]. Dispaccio da Mosca: “Ho trovato il conte Leone Tolstoi nel monastero di Schamordiansk presso la città di Kosselsk, nel governo di Kaluga”. Meno tempista nel fornire le notizie e attento a trasferirle nell’ambito delle polemiche italiane l’Avanti! titolava: Lo stato di Tolstoi. L’agonia vigilata dai pret e accompagnava la notizia della morte dello scrittore con un articolo dal titolo Tolstoi e il Vaticano. Una conversione che non avvenne mai, relativo al presunto tentativo di Leone XIII di portare Tolstoj a Roma. I giornali italiani riportano ogni notizia relativa a Tolstoj nel corso della settimana che ne precede la morte, che annunciano addirittura prima del tempo per un intempestivo telegramma inviato da Lev Obolenskij. Accanto alla cronaca, al vero e proprio gossip, peraltro per la gran parte desunto dalla stampa d’Oltralpe, sulle pagine di tutti i quotidiani italiani furono pubblicati contributi letterari e critici, alcuni di indubbio valore e originalità. Sul Corriere troviamo gli interventi di Ettore Janni e di Federico De Roberto. Quest’ultimo, relativamente alla morte di Tolstoj, affermò: “Scompare con lui lo spirito che Tommaso Carlyle avrebbe assunto nel cielo degli Eroi”. Sulla Stampa, che aveva dato notizia dello svenimento di Maksim Gorkij alla notizia della morte dell’autore di Guerra e Pace, G.A. Borgese pubblicò l’articolo L’ultimo profeta, dove sottolineò il destino che aveva accompagnato Tolstoj “a rinnovare il mondo” e concluse affermando che “uno solo forse, Enrico Ibsen, poté stargli a paro”. Qualche giorno più tardi (il 24 novembre) nell’articolo Astapovo lo stesso critico esaltò Guerra e pace, “il miracolo più alto dell’arte tolstoiana”. Sempre a Guerra e pace dedicò il suo saggio Enrico Serao sul Messaggero analizzando la genesi del romanzo e gli aneddoti storici e di vita che ad esso sono sottesi.
Nella stampa popolare troviamo anche un ricco apparato iconografico che accompagnò l’evento. Mi riferisco, ad esempio, all’Illustrazione italiana o alla Domenica del Corriere. Solitamente Tolstoj è presentato come un profeta, un apostolo (“bisogna risalire a Cristo per trovare un uomo che, datosi ad un apostolato, sostenga e vinca, – come Tolstoi, – la più intima lotta per conformare la propria vita alle idee che egli va diffondendo sulla terra […]” scrisse l’Illustrazione italiana). La Domenica del Corriere presentava sul numero del 24 novembre una drammatica rappresentazione della morte dello scrittore “nella piccola stazione ferroviaria di Astapovo (gov. di Rijasan) all’alba del 20 corrente” a firma di Achille Beltrame. Sempre in data 24 novembre La voce pubblicò il saggio di Giovanni Papini Preghiera per Leone Tolstoi, scritto prima della definitiva notizia della morte dello scrittore. Era questo un intervento contro gli aspetti scandalistici di molta dell’informazione italiana sulla vicenda. “Quando la falsa notizia della morte comparve a grandi lettere nere su tutte le mura di tutte le città del mondo mi dolse il cuore quasi per la morte di mio padre […] muore l’ultimo esemplare della razza dei geni europei […]”. E poi continuava: “[…] ma come si può sopportare che certi venditori di parole a un tanto la riga, la cui prosa stampata non sarebbe nemmeno degna d’esser ammessa nelle latrine di Jasnaja Poljana, approfittino di questa occasione – della morte di colui che li disprezzava senza conoscerli – per fargli le fiche dinanzi e trattarlo come un matterello, un buffone, un dilettante?”. E concludeva: “Oggi, dinanzi alla tormentata agonia dell’ultimo Eroe, io vorrei soltanto che ognuno pensasse in silenzio qual conto potrà dare a se stesso della propria vita quando sarà prossima un’altra agonia – la nostra agonia […]”.
E in effetti la risposta dell’Italia letteraria fu ampia e profonda. Gli echi della morte di Tolstoj, il complesso delle congetture, delle ipotesi, ma anche dei pettegolezzi e dello scherno che accompagnarono su certa stampa le notizie della fuga, degli screzi familiari, delle lotte tra i seguaci, furono seguiti da una ricchissima messe di scritti critici e letterari. Giovanni Pascoli dedicò a Tolstoj addirittura un poema. Ma andiamo per ordine. Furono riviste, quali ad esempio Il Marzocco, La voce, Nuova Antologia, a presentare nella loro complessa articolazione la figura e l’opera di Tolstoj al lettore italiano, a proporne una sintesi e un bilancio. Molti dei massimi scrittori italiani del tempo si sentirono in dovere di intervenire, da Luigi Capuana a Arturo Graf, da Grazia Deledda a Federico De Roberto, e con loro critici e pensatori, da Giovanni Papini a Giuseppe Prezzolini e Giovanni Amendola, per non parlare dei tanti filosofi e pensatori religiosi, tra i quali il filosofo cattolico modernista Giulio Vitali con una notevole biografia dello scrittore pubblicata nel 1911 (Vitali aveva scritto a Tolstoj e questi gli aveva risposto nel settembre 1910 approvando quanto scritto da Vitali sulle proprie concezioni filosofico-religiose).
Luigi Capuana, da sempre estimatore del Tolstoj scrittore e meno del Tolstoj predicatore, scrisse comunque sulla Nuova Antologia: “Dobbiamo però, forse, essergli grati di aver tentato di fare della sua vita una specie di opera d’arte [...]. L’opera di creazione, che aveva messo al mondo i mirabili personaggi dei suoi romanzi, sembra ripetersi negli avvenimenti della seconda parte della sua vita. C’è tutta la grandiosità [...] la tragicità delle vaste tele dove è stata da lui dipinta, per l’eternità, la folla delle umane creature [...]. Egli è il protagonista di questo romanzo vissuto: e sua moglie, i suoi figli, i suoi amici sono le figure secondarie che lo circondano nella gran solitudine di Jasnaja Poljana [...]”.
E Grazia Deledda nel breve scritto L’ultimo viaggio fornì un ritratto ricco di coinvolgente poeticità: “Non l’ultima giornata, ma tutto l’ultimo periodo della sua vita fu un delirio grandioso, di apostolo e di veggente, di viandante diretto verso un luogo di luce e di pace, e trattenuto suo malgrado dalle forze maligne della febbre in una stazione gremita di altri viandanti, che lo irrisero, lo ascoltarono, lo amarono, s’illusero di poterlo seguire nella sua via luminosa”. L’idea del “viaggio” è al centro del già ricordato poema di Giovanni Pascoli Tolstoi. Il poeta certamente lesse il saggio di Grazia Deledda e costruì il suo testo come un viaggio simbolico nel tempo e nello spazio, nel corso del quale il grande russo si fa seguace di San Francesco, discepolo di Dante e poi si ferma a Caprera con Garibaldi:
E presso lui si fece il vecchio errante,
vestito al modo delle sue campagne.
“Mugik eroe” disse: “io vuo’ qui restare”.
Certo il testo non ebbe ovunque un’accoglienza positiva se sulla Voce si scrisse: “Ma com’è possibile che un uomo colto, un uomo di gusto, possa far accogliere Tolstoi da San Francesco così: Frate Leone pecorella […] come è possibile commettere questi accostamenti ridicoli, vuoti d’ogni anima e significato? […]”.
La fuga e la morte di Tolstoj furono così un evento vissuto in Italia con partecipazione e commozione, come un evento proprio, nazionale, che ancor di più conferma il carattere universale della testimonianza di vita e di arte del grande scrittore russo.

 

 

 

 

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