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| LETTERATURA E CRITICA > Ines Belsky Lagazzi, Nikolaj Vasil'evic Gogol', 1988
Nauseato
dalla vita d'ufficio, a un certo punto scappò in Germania, ma
spese tutti i soldi e dovette tornare al detestato impiego. Quando però
uscirono i suoi racconti col titolo Veglie alla fattoria presso
Dikan'ka, il successo fu grande, e tale da procurare al loro autore
amicizie influenti, grazie alle quali ottenne un posto di professore
di storia al Collegio delle ragazze nobili. Tornò alla penna e mentre scriveva I racconti di Pietroburgo si persuase finalmente di essere uno scrittore. Anche questi racconti piacquero molto, vi era descritta una capitale opprimente, ambigua ed emblematica, coi suoi piccoli funzionari, i mediocri intellettuali, un'umanità vinta e avvilita. E' qui, in questi racconti, che fa la sua comparsa quel "riso attraverso le lagrime" tipicamente gogoliano, in cui si mescolano l'ironia, l'umorismo, il grottesco.
A Roma giunse il Sabato Santo del 1837 e si sentì subito placato, in pace con se stesso, quasi in stato di grazia. E fu qui che scrisse la prima parte di Le anime morte, l'opera che avrebbe dovuto cancellare il peccato commesso con L'ispettore generale. Tornò in Russia nel '41 e fu ripreso dalla sua mistica angoscia. I critici russi si domandarono la ragione del grande amore di Gogol' per Roma e per l'Italia. La verità era una sola. Gogol' amò l'Italia perché amò gli italiani, li amò perché ebbe stima di loro e ne ebbe stima perché li conobbe per averli studiati, per aver studiato la loro letteratura, appresa la loro lingua, per averne capito i difetti, per aver costatato con sorpresa che i nostri peggiori difetti sono spesso le nostre migliori qualità. (Questo non succederà a Gor'kij che visse lungo tempo in Italia ignorando la lingua italiana, e quanto agli italiani, pescatori compresi, preferì inventarli). Gogol' invece, curioso di tutto, parlava con tutti, scrittori e popolani, borghesi e alti porporati, si mescolava alla folla per le vie cittadine, frequentava le osterie di campagna, discuteva ai tavoli del Caffè Greco... Le
anime morte uscì nel '42. Nello stesso anno uscì
anche Il cappotto,
un racconto che eserciterà una profonda impressione sui narratori
russi della generazione futura a cominciare da Dostoevskij.
E' la storia di un povero impiegato vittima delle angherie del capoufficio
e dei colleghi; con enormi sacrifici riesce a comprarsi un bellissimo
cappotto. Lo indosserà con legittimo orgoglio, ma la sua gioia
durerà poco, perché il cappotto gli verrà rubato. Le anime morte, intanto, avevano rivelato la Russia ai russi e la cultura militante e progressista vi aveva visto una denuncia feroce e geniale dei mali della società, ma fu subito delusa dall'atteggiamento di Gogol' che, nella corrispondenza con gli amici, rinnegò il significato del suo capolavoro. Gogol'
fu nuovamente travolto da una crisi religiosa e partì per la
Palestina. Quando ne tornò (1848) volle dare alle fiamme la seconda
parte de Le anime morte, che rimane comunque, anche così
mutilato, uno dei più straordinari libri della letteratura mondiale.
Narra in chiave grottesca le vicende di Cicikov, un possidente russo
che compra a vil prezzo i servi della gleba morti, considerati vivi
ai fini fiscali, per ottenere a condizioni favorevoli nuove terre. Dopo che il fuoco, in quella drammatica notte, ebbe compiuto, secondo Gogol', la sua opera di purificazione, il grande scrittore poté dormire in pace, una pace che precedette di poco il riposo eterno. Gogol' morì a Mosca il 21 febbraio del 1852.
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