LETTERATURA E CRITICA > Ines Belsky Lagazzi, Nikolaj Vasil’evic Gogol’, 1988

 

Accade anche ai nostri giorni, che qualcuno si creda uno scrittore e poi si accorga… di non avere fiato. A Gogol’ accadde invece il contrario, tutto pensava di essere fuor che un letterato, considerava l’arte nient’altro che un gioco. Si credette dapprima un politico, un riformatore sociale, tanto che lasciò l’Ucraina dov’era nato per trasferirsi a Pietroburgo, e impiegarsi presso un ministero. Ma fu una grama vita, stentava a mettere insieme il pranzo con la cena. Per non sentire il freddo e la solitudine della modesta camera d’affitto buttò giù dei racconti ambientandoli in un’Ucraina al tempo stesso reale e favolosa, rivissuta con nostalgia ironica.
Nauseato dalla vita d’ufficio, a un certo punto scappò in Germania, ma spese tutti i soldi e dovette tornare al detestato impiego. Quando però uscirono i suoi racconti col titolo Veglie alla fattoria presso Dikan’ka, il successo fu grande, e tale da procurare al loro autore amicizie influenti, grazie alle quali ottenne un posto di professore di storia al Collegio delle ragazze nobili. Gogol’ si esaltò, si credette uno storico, meditò di scrivere ponderose opere (è di quel tempo il romanzo storico Taras Bul’ba, una vigorosa e colorita rievocazione della vita dei cosacchi). Ma Gogol’ non sapeva parlar bene, timido com’era si sentiva in soggezione quando doveva interrogare le allieve, così dette le dimissioni: “Senza gloria sono salito sulla cattedra, senza gloria ne discendo”, scrisse ad un amico.
Tornò alla penna e mentre scriveva I racconti di Pietroburgo si persuase finalmente di essere uno scrittore. Anche questi racconti piacquero molto, vi era descritta una capitale opprimente, ambigua ed emblematica, coi suoi piccoli funzionari, i mediocri intellettuali, un’umanità vinta e avvilita. È qui, in questi racconti, che fa la sua comparsa quel “riso attraverso le lagrime” tipicamente gogoliano, in cui si mescolano l’ironia, l’umorismo, il grottesco.
In un certo senso Gogoi’ tornò alla primitiva vocazione di riformatore sociale quando scrisse la commedia L’ispettore generale, una satira della rozza patriarcale società russa. Ma ahimè, rappresentata nel 1836, ebbe ostili accoglienze: chi era stato messo alla berlina si offese a morte, ci fu chi disse che i personaggi “erano dei mostri disumani e assurdi”.
Fu un brutto colpo per Gogol’. Sorprendendo gli amici, lasciò la Russia, riparò in Germania, poi a Parigi dove lo raggiunse la notizia della morte di Puskin (conosciuto a Pietroburgo, e che ammirava molto). Era spaventato dal pensiero di aver commesso un sacrilegio proprio quando aveva inteso compiere un’opera di redenzione.
A Roma giunse il Sabato Santo del 1837 e si sentì subito placato, in pace con se stesso, quasi in stato di grazia. E fu qui che scrisse la prima parte di Le anime morte, l’opera che avrebbe dovuto cancellare il peccato commesso con L’ispettore generale. Tornò in Russia nel ’41 e fu ripreso dalla sua mistica angoscia. I critici russi si domandarono la ragione del grande amore di Gogol’ per Roma e per l’Italia. La verità era una sola. Gogol’ amò l’Italia perché amò gli italiani, li amò perché ebbe stima di loro e ne ebbe stima perché li conobbe per averli studiati, per aver studiato la loro letteratura, appresa la loro lingua, per averne capito i difetti, per aver costatato con sorpresa che i nostri peggiori difetti sono spesso le nostre migliori qualità. (Questo non succederà a Gor’kij che visse lungo tempo in Italia ignorando la lingua italiana, e quanto agli italiani, pescatori compresi, preferì inventarli). Gogol’ invece, curioso di tutto, parlava con tutti, scrittori e popolani, borghesi e alti porporati, si mescolava alla folla per le vie cittadine, frequentava le osterie di campagna, discuteva ai tavoli del Caffè Greco…
Le anime morte uscì nel ’42. Nello stesso anno uscì anche Il cappotto, un racconto che eserciterà una profonda impressione sui narratori russi della generazione futura a cominciare da Dostoevskij. È la storia di un povero impiegato vittima delle angherie del capoufficio e dei colleghi; con enormi sacrifici riesce a comprarsi un bellissimo cappotto. Lo indosserà con legittimo orgoglio, ma la sua gioia durerà poco, perché il cappotto gli verrà rubato. La sottile arte gogoliana aveva fatto sì che un personaggio minimo diventasse il simbolo di una disperante condizione umana.
Le anime morte, intanto, avevano rivelato la Russia ai russi e la cultura militante e progressista vi aveva visto una denuncia feroce e geniale dei mali della società, ma fu subito delusa dall’atteggiamento di Gogol’ che, nella corrispondenza con gli amici, rinnegò il significato del suo capolavoro.
Gogol’ fu nuovamente travolto da una crisi religiosa e partì per la Palestina. Quando ne tornò (1848) volle dare alle fiamme la seconda parte de Le anime morte, che rimane comunque, anche così mutilato, uno dei più straordinari libri della letteratura mondiale. Narra in chiave grottesca le vicende di Cicikov [Chichikov], un possidente russo che compra a vil prezzo i servi della gleba morti, considerati vivi ai fini fiscali, per ottenere a condizioni favorevoli nuove terre. Più che un romanzo (non vi è un vero intreccio), o un poema (come Gogol’ l’aveva chiamato) è una collana di racconti, una galleria di persone, accomunati da un itinerario geografico e legati col filo rosso della persona di Cicikov, finché in un capitolo a sé l’autore si decide ad isolare il suo protagonista. Sulla narrazione aleggia un suggestivo trascinante tono di miracolo.
Dopo che il fuoco, in quella drammatica notte, ebbe compiuto, secondo Gogol’, la sua opera di purificazione, il grande scrittore poté dormire in pace, una pace che precedette di poco il riposo eterno. Gogol’ morì a Mosca il 21 febbraio del 1852.

Gogol’ – Il cappotto (339kB)
Gogol’ – L’ispettore generale (459kB)
Gogol’ – Appendici all’Ispettore generale (363kB)

 

 

 

 

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