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LETTERATURA
E CRITICA > Ines Belsky Lagazzi,
Maksim
Gor'kij,
1989
Nella
seconda metà del XIX secolo la Russia attraversava un periodo
di profonda inquietudine: erano sorte le prime industrie, l'economia
capitalista aveva avuto uno sviluppo notevole e la borghesia alle cui
spalle stava la piccola proprietà agraria e patriarcale era praticamente
arbitra dell'impero zarista. Verso la fine del secolo comparve una forza
nuova: la classe operaia. Era ancora, nell'immenso continente russo,
soprattutto popolato di contadini, una minoranza sparuta, ma ad essa
guardarono subito, con interesse, gli intellettuali e gli scrittori
più sensibili, con la speranza che il proletariato riuscisse
- come classe rivoluzionaria - a eliminare le contraddizioni di una
società chiusa, facendo compiere alla Russia zarista un decisivo
passo verso strutture economiche e politiche più moderne.
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Aleksej
Maksimovic Peskov [Peshkov] nacque il 14 marzo 1868 a Niznij Novgorod,
una cittadina provinciale, povera e squallida. Il padre era un
tappezziere che dopo anni di fatiche era riuscito a diventare
agente di navigazione ad Astrahan, dove la famiglia si trasferì
per breve tempo. Il padre morì quando Aleksej aveva soltanto
cinque anni e la madre riportò il bambino a Niznij Novgorod
presso i nonni. (Descriverà nell'opera Infanzia,
le figure indimenticabili del nonno dal carattere chiuso e della
nonna, donna straordinaria, buona e sensibile).
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La
madre si risposò con un intellettuale, e morì poco dopo.
Il nonno che aveva insegnato al nipote a leggere sui Salmi
e su un breviario, lo mandò fuori di casa a nove anni perché
si guadagnasse da vivere nella bottega di un ciabattino. Tra il 1875
e il 1893 il ragazzo esercitò ogni sorta di mestieri che lo portò
a contatto con ogni sorta di umanità: fu venditore di bevande,
aiuto giardiniere, aiutante di un pittore di icone, sguattero su un
vaporetto di linea sul Volga. E fu proprio il cuoco di bordo che svegliò
nel ragazzetto l'amore alla lettura: gli fece leggere le vite dei santi,
le opere di Gogol',
di Dumas...
(Scriverà: "Prima di conoscere quel cuoco avevo odiato i
libri e tutta la carta stampata compreso il passaporto. Passati i quindici
anni cominciai a sentire un ardente desiderio di studiare e a questo
scopo andai a Kazan', pensando che là l'istruzione fosse impartita
gratuitamente a tutti coloro che la desiderassero. E invece nulla. Tanto
che entrai al servizio di un pasticcere per tre rubli al mese").
E
cosi, come dirà nell'opera Le mie università,
le sue scuole furono i bassifondi di Kazan', dove vivevano i rifiuti
della società, che saranno più tardi i protagonisti dei
suoi racconti.
Tornò
a vagare tra il Volga e il Caucaso, dalle steppe alle montagne: nessuno
conoscerà mai la Russia come l'ha conosciuta lui.
Furono
anni di tormentosi contrasti; per una delusione amorosa tentò
anche il suicidio, sparandosi al petto. Fu positiva, invece, una delle
ultime sue esperienze, quella di giovane di studio presso un avvocato
di Niznij Novgorod, che gli fece intravedere e sentire l'importanza
della cultura.
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Tra
i 18 ed i 20 anni fece amicizia con molti rivoluzionari e proprio
a Niznij Novgorod fu arrestato e schedato come sovversivo. Aveva
già cominciato a scrivere, durante le sue peregrinazioni,
dei poemetti: Il canto del falco e La procellaria,
ma il famoso scrittore Vladimir Korolenko lo dissuase dallo scrivere
in poesia e ciò fu per Aleksej una grossa delusione.
Si
votò allora alla prosa. Il suo primo importante racconto
fu Makar Cudra pubblicato nel 1892 sul giornale "Kavkaz"
(Il Caucaso) con lo pseudonimo di Maksim Gor'kij (Massimo Amaro).
Il racconto ebbe successo, tanto che Korolenko stesso gli pubblicò
sulla sua rivista "Russkol bogatstvo" (La ricchezza
russa) il racconto Celkas. |
L'incoraggiamento
del grande scrittore fu determinante per il giovane Gor'kij, che nel
1898 raccolse in due volumetti tutti i suoi racconti, tra i quali i
famosi Konovàlov, Suprughi Orlovy (I coniugi
Orlov) e Mal'va.
Non solo i racconti piacquero, ma la figura stessa dello scrittore divenne
popolare, e la sua fama varcò i confini della Russia. Ad aumentare
la sua popolarità arrivò anche il successo teatrale dei
drammi I piccoli borghesi,
L'albergo dei poveri
(o Nei bassifondi), I
figli del sole...
Nel
1905 Gor'kij fu nuovamente arrestato e rinchiuso nella fortezza Pietro
e Paolo a Pietroburgo, perché coinvolto nei moti rivoluzionari
di quell'anno. Il fatto provocò reazioni in tutto il mondo, perché
lo scrittore era ormai conosciuto ovunque per l'enorme diffusione che
avevano avuto le sue opere teatrali, entrate ben presto anche nel repertorio
dei maggiori teatri d'Europa.
Liberato, Gor'kij decise di lasciare la Russia per gli Stati Uniti,
ma per strani motivi di puritanesimo si trovò a disagio: si era
saputo che la donna che lo accompagnava non era stata da lui regolarmente
sposata.
Tornò
in Europa e si stabilì a Capri dove rimarrà fino alla
scoppio della Prima guerra mondiale e dove creò un centro per
l'emigrazione rivoluzionaria e dove portò a compimento il romanzo
La madre, cominciato in prigione.
Protagonista di quest'opera è la vedova Pelageja Nilovna. Sposa
a un fabbro crudele e rozzo che la picchiava regolarmente, alla morte
del marito non ha che il conforto del figlio Pavel, un ragazzo di intelligenza
vivacissima, desideroso di imparare. Votato alla causa della rivoluzione,
egli porta a casa opuscoli politici e libri proibiti che legge e commenta
in compagnia di amici. A poco a poco anche Pelageja, che dapprima non
capiva nulla e aveva soltanto paura, comincia ad interessarsi ai loro
discorsi e a sentir nascere in sé i sentimenti di libertà,
di giustizia, di diritto alla vita.
Tutto questo è descritto in pagine di mirabile penetrazione psicologica.
Quando Pavel verrà arrestato ed esiliato in Siberia, la donna
farà propria la causa rivoluzionaria e assumerà la parte
che il figlio rappresentava, soprattutto perché rivolta a combattere
l'ignoranza e l'oppressione. La persecuzione passa dal figlio alla madre
e un giorno in cui ella sta per reccarsi in un'altra località
per diffondere le idee da cui è tutta pervasa, è arrestata,
calpestata, ingiuriata, martirizzata, fino a che il martirio, che le
strappa soltanto frasi di ribellione in mezzo alla folla circostante,
farà di lei, la contadina ignorante, l'amorevole madre di Pavel,
la madre di tutti i giovani rivoluzionari, il simbolo stesso della rivoluzione.
Il
romanzo al suo apparire fu accolto dalla critica russa con grandi elogi
e si parlò di capolavoro: in realtà il libro era destinato
ad imporsi sulle folle derelitte e misere che nel 1917 avrebbero travolto
per sempre la Russia zarista.
A quest'opera seguirono periodi di fervida attività e di grandi
incertezze; Gor'kij attraversò anche una crisi quasi religiosa
sotto l'influenza delle idee di Tolstoij. Ne parlò egli stesso
nel suo libro Una confessione.
La
lunga permanenza a Capri - dove curava anche i postumi di quel tentato
suicidio - gli ispirò i Racconti sull'Italia, nei quali
oltre all'ammirazione per la natura e la gente italiana esprime interesse
e partecipazione per i problemi sociali e politici della nazione a lui
cara.
Alla
vigilia della guerra, Gor'kij si schierò con i pacifisti come
Lenin e fondò la rivista Letopis (Cronaca) contro la
guerra. Allo scoppio della rivoluzione d'ottobre, mentre si scatenava
la violenza della lotta aperta, si preoccupò di fondare a Pietroburgo
un comitato per la protezione dei musei, delle chiese monumentali e
delle opere d'arte.
Nel '21 Lenin gli consigliò di tornare per qualche tempo in Italia
per curarsi; Gor'kij ubbidì, ma fino al '24 non ottenne il visto
d'ingresso e si stabilì in Germania, a Marienbad, dove scrisse
L'affare degli Artamonov, una saga familiare che analizza spietatamente
la fine del capitalismo in Russia.
Dal
'24 al '28 dimorò a Sorrento in vista dell'amata Capri, poi tornò
definitivamente in Russia dove fu festeggiato in occasione del suo sessantesimo
compleanno.
Negli ultimi anni lavorò intensamente alla ricostruzione culturale
dell'Unione Sovietica, un'attività che gli permise, tra l'altro,
di organizzare e dirigere una collana di traduzioni di capolavori di
tutto il mondo. Scrisse ancora romanzi e drammi di contenuto sociale,
come La vita di Klim Samgin rimasto incompiuto, anch'esso una
ricostruzione della borghesia russa prima della rivoluzione e del suo
dissolversi e che, con le opere Dastigaev e altri e Egor
Bulycev, avrebbe dovuto costituire una drammatica trilogia.
Motivo
centrale delle opere dello scrittore fu sempre la sofferenza umana,
e anche se fu definito il "primo scrittore proletario dell'Unione
Sovietica" non fu un semplice propagatore di quelle idee, ma illuminò
sempre con una luce di poesia, a volte rude e scontrosa, tal'altra appassionante
ed elegiaca, la condizione umana, l'estrema miseria morale degli emarginati
della società, come egli era stato.
Morì
a Mosca il 18 giugno 1936. I suoi funerali furono celebrati solennemente;
la sua tomba è scavata dietro il mausoleo di Lenin, che sorge
sulla Piazza Rossa.
Grazia Deledda, il nostro premio Nobel per la letteratura, scrisse di
lui: "Maksim Gor'kij è noto e amato per la sua umanità,
la forza della sua arte, la sua penetrazione nei problemi fondamentali
che forgiano lo spirito dell'uomo moderno e soprattutto per il suo innato
sentimento di simpatia per i respinti".
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