LETTERATURA E CRITICA > Ines Belsky Lagazzi, Appunti di viaggio: Kiev, 1984

 

“Par di stare a Napoli!”, esclama una signora che sta percorrendo nel gruppo di turisti, in un sole smagliante (eppure è ottobre) il Kresciatik [Kreshchatyk], la strada principale, ricca di splendidi palazzi, monumenti, fontane e ombreggiata da filari di possenti ippocastani.
La spontanea esclamazione della turista risponde bene a chi pensa che i russi “oppressi” dal regime totalitario vadano in giro con musi lunghi e facce da funerale. Sono le cinque del pomeriggio: operai e impiegati hanno lasciato il lavoro e si riversano nei negozi. Buona parte di essi però non torna a casa subito: con un panino imbottito e un gelato comprati alla bancarella sull’angolo, volano a teatro: al concerto, allo spettacolo di danza classica o popolare. Il biglietto costa pochissimo.
La policroma fiumana è formata da bella gente sana: floride contadine col fazzoletto in testa e grosse sporte, e un esercito di giovani con camicie vistose e di ragazze con leggiadri abitini acquistati a poco prezzo nei grandi magazzini, scarpette leggere con tacchi altissimi (c’è tempo per i cappotti imbottiti, gli stivaloni antigelo, l’inverno è ancora lontano).
Risa, chiacchiere, richiami… la diresti gente senza problemi. […]
A Kiev non esiste il problema villeggiatura, perché la città ha un clima incantevole, mai troppo freddo d’inverno, mai troppo caldo d’estate, dispone di trecento splendidi parchi, e il Dnepr ha rive sabbiose, ideali per i bagni… Kiev adagiata tra verdi colline, sulle rive del Dnepr – terzo fiume d’Europa dopo il Volga ed il Danubio, è uno dei più puliti del mondo – è una città salubre e pittoresca. A primavera giardini e parchi si rivestono di verde, fioriscono gli ippocastani (la foglia di questa pianta è nello stemma cittadino). D’estate la città è tutta in fiore, le acque del fiume brillano al sole, il cielo è d’un azzurro incantevole. In autunno le foglie gialle, rosse. brune creano scenari fantastici, la natura gareggia in bellezza con le cupole d’oro delle sue chiese e dei suoi monasteri.
Kiev è la capitale della Repubblica Ucraina, e coi suoi due milioni e mezzo di abitanti è la terza città dell’Unione Sovietica, dopo Mosca e Leningrado. Negli antichi annali si legge che fu fondata nel 482 da tre principi slavi Kij, Stcek, Khoriv e dalla sorella Lybed (ha infatti celebrato nel 1982 il suo 1500° anno di vita con grandi feste). Fu il maggiore dei fratelli, Kij, a dare il nome alla città. Favorita dal suo fiume, importante via di comunicazione tra la Scandinavia e Bisanzio, il Mar Baltico e il Mar Nero, Kiev divenne subito un grosso centro commerciale e si trasformò ben presto nel centro politico della Rus’ di Kiev, antico stato russo. Quando poi negli anni 988-989 il principe Vladimir accettò il cristianesimo predicato dai SS. Cirillo e Metodio, la città si arricchì di monasteri, di splendide chiese, tanto da rivaleggiare per bellezza e ricchezza con Costantinopoli, considerata “la città suprema”.
Kiev continuò a prosperare anche durante il regno del successore di Vladimir, Jaroslav il Saggio: la città si arricchì di splendidi monumenti architettonici: fa chiesa Desiatinnaja, la cattedrale Sofijskij (di Santa Sofia), il monastero Kievo-Pecerskij [Kievo-Pechersky], la Porta d’Oro… L’artigianato si sviluppò rapidamente: fabbri, fonditori, intagliatori, ceramisti, gioiellieri crearono capolavori. La città divenne inoltre un importante centro culturale, vennero aperte scuole e biblioteche; letteratura, pittura, arte applicata ricevettero nuovi impulsi.
I reali stranieri considerarono grande onore prendere in sposa le figlie di Jaroslav: Anna sposò il re Enrico di Francia, Anastasia il re d’Ungheria, Elisabetta il re di Norvegia. E i figli maschi di Jaroslav impalmarono l’uno la figlia dell’Imperatore dì Bisanzio, un altro la figlia del re di Polonia, il terzo la contessa Oda di Germania.
Ma nel 1240 l’orda tartara si impadronì della città saccheggiandola e incendiandola. Il giogo mongolo-tartaro durò più di cent’anni, poi una parte del territorio di Kiev cadde sotto il dominio dei feudatari lituani e polacchi. Fu un periodo durissimo. Soltanto nel 1648 il popolo ucraino riuscì a rivoltarsi contro i feudatari polacchi e ad entrare a far parte dello stato russo.
Nella seconda metà del XIX secolo cominciarono a sorgere le industrie; stabilimenti metalmeccanici, concerie, birrerie, manifatture di tabacco; la ferrovia collegò Kiev a Mosca, i vapori solcarono il Dnepr, fu costruito l’acquedotto, una prima centrale elettrica, e nelle vie urbane comparve il tram. Ed ecco sorgere anche le prime società segrete, i primi circoli operai, le prime unioni di lotta per l’emancipazione della classe operaia.
Quando scoppiò la prima rivoluzione russa, nel 1905, gli operai di Kiev si batterono contro l’aristocrazia e continuarono la lotta durante la prima guerra mondiale, fino alla vittoria del 1917. Alla fine di dicembre dello stesso anno Kiev ricadde nelle mani della Rada Centrale. Nel gennaio del ‘18 una insurrezione armata ebbe come centro l’officina “Arsenal”: i dirigenti della Rada fuggirono e in città venne istaurato il potere sovietico.
Nel 1922 si formò l’Unione delle Repubbliche Socialiste Sovietiche e l’Ucraina entrò a farvi parte; dal 1934 Kiev è la capitale della Repubblica Ucraina e il suo centro politico, amministrativo, economico, scientifico e culturale.
E di nuovo la guerra. Kiev è bombardata dai tedeschi e poi invasa nonostante la strenua resistenza dei kieviti e del movimento clandestino partigiano. Centomila cittadini vengono deportati in Germania, altri duecentomila, un terzo della popolazione, perdono la vita, massacrati dalle bombe o fucilati. Insignita del titolo di “città eroe” per il coraggio e l’eroismo dimostrato dai suoi cittadini, Kiev risorge dalle rovine. Si ricostruiscono stabilimenti, case, scuole, istituti, vie, ponti sul Dnepr, laboratori di ricerca scientifica, musei, cinema, teatri, biblioteche, clubs, palazzi di cultura, sì restaurano chiese e monumenti. La capitale dell’Ucraina è considerata oggi (a buon diritto) una delle più belle città dell’Urss.
Alla sua nascita Kiev si divideva in due parti: una città alta sulle colline in cui si trovavano le abitazioni dei principi, e la città bassa dove risiedevano piccoli commercianti, pescatori, artigiani.
La nostra visita comincia proprio dalla collina Vladimirskaja dove sorge il monumento al principe Vladimir e da dove si gode una splendida vista sul Dnepr e sul ponte che unisce le due rive, alto tanto (26 metri) da consentire il passaggio delle navi anche durante le piene.
Nei pressi della collina sorge la chiesa Andreevskaja (di S. Andrea), un gioiello storico architettonico in stile barocco russo, bianco e azzurro come tutti gli edifici creati dal genio di Bartolomeo Carlo Rastrelli, l’architetto fiorentino che lavorò in Russia per Pietro il Grande. L’edificio colpisce per la sua eccezionale leggerezza, l’armonia delle proporzioni, l’oro delle sue cupole. E’ un museo, oggi, ricco di affreschi pregevolissimi.
Ma in tema di musei, riserveremo una più lunga visita al Museo statale di Sofijskij formato da un insieme di monumenti architettonici e artistici, il principale dei quali è la cattedrale di Santa Sofia, fatta costruire nel 1037 da Jaroslav il Saggio. Non era solo la principale chiesa cristiana della vecchia Russia e la residenza del metropolita, ma anche il centro politico e culturale del paese. Qui venivano incoronati i principi e si ricevevano gli ambasciatori stranieri, qui sorsero le prime scuole e la biblioteca, qui si cominciarono a scrivere gli annali e qui si seppellivano i principi (e primo fra questi fu Jaroslav).
L’interno è letteralmente coperto di affreschi (tremila metri quadrati) e di mosaici (260 metri quadrati) originali del secolo XI. Domina l’abside la figura della Vergine Orante alta sei metri, per il solo volto della Vergine alto un metro, occorsero diecimila pezzetti di smalto.

Altro museo interessantissimo è il Kievo-Pecerskij (ex monastero Kievo Pecerskaja Lavra. Lavra significa grande, ricco, e pecery [pechery] significa grotta). Si tratta infatti del più grande monastero tra quelli che sorsero dopo l’avvento del cristianesimo (988-989) come centri di propaganda della nuova fede. Venne fondato nel 1501 quando i primi monaci andarono a vivere nelle grotte sulla ripida riva del Dnepr, scavate nella roccia in tempi ancora anteriori. Il Kievo Pecerskij occupa un’area press’a poco uguale a quella del Cremlino di Mosca (28 ettari) ed è circondato da mura e torri e delle ottanta costruzioni che lo compongono, almeno la metà sono monumenti architettonici e storici del passato creati da maestri russi e ucraini: la chiesa della Trinità, la cattedrale dell’Assunzione, la chiesa di Tutti i Santi, sono ricche di preziose iconostasi e icone di delicatissima fattura. Svetta tra le chiese il campanile alto 96 metri, e brilla nel sole la sua cupola dorata. Nel complesso del monastero ebbe sede anche una delle più antiche tipografie ucraine (1615) la cui attività ebbe grande importanza per la diffusione della cultura.
Impossibile anche soltanto citare i moltissimi musei kieviani tutti interessantissimi, ma non possiamo tralasciare un doveroso cenno al Museo Sevcenko dedicato all’opera del grande poeta, pittore, pensatore ucraino Taras Sevcenko (Shevchenko; 1814-1861), che dedicò tutta la sua vita alla causa degli oppressi.
Servo della gleba, fu riscattato dalla schiavitù da alcune personalità russe che ne avevano compreso il talento poetico e artistico. Frequentata l’Accademia a Pietroburgo, pubblicò nel 1840 una raccolta di poesie Kolizar. Ma il successo non gli fece dimenticare le tristi condizioni dei contadini ucraini. Tutte le sue opere difendono appassionatamente l’idea della rivoluzione contro la schiavitù e il potere assoluto degli zar. Deportato, fece personalmente l’esperienza del crudele trattamento inflitto ai prigionieri politici dal regime zarista. Le sue opere di poeta e di pittore sono una testimonianza delle sue sofferenze.
Dopo dieci anni di deportazione tornò a Pietroburgo e vi morì a 47 anni:
Porterò alle stelle
gli schiavi, i bambini, i muti.
A loro protezione
passerò parola…

promette in una sua lirica.

 

 

 

 

webmasterwww.larici.it - info@larici.it