LETTERATURA E CRITICA > La giovane siberiana Praskov’ja Lupolova nelle opere letterarie occidentali (1)

 

Il 16 febbraio 1805 sul “Journal du débats”, periodico di letteratura e politica edito a Parigi, fu pubblicata la seguente notizia:

Russia. Pietroburgo, 15 gennaio. Qualche anno fa un individuo del governatorato di Ekaterinoslav, chiamato Lupolov, essendosi reso colpevole di qualche delitto, fu esiliato in Siberia. Sua figlia, di sette anni, lo seguì. Lo stato disgraziato al quale suo padre era ridotto, le ispirò da allora la risoluzione di liberarlo, risoluzione che aumentò con l’età, e che ebbe alla fine una felice conclusione. Questa ragazza, attualmente ventenne, tanto rispettabile per la fermezza del suo carattere e l’innocenza dei suoi costumi quanto interessante per la sua figura, costrinse i suoi genitori, con due anni di sollecitazioni continue, ad acconsentire al suo generoso disegno, dichiarando loro che aveva fatto voto di esporsi a tutti i pericoli possibili per ottenere la grazia per suo padre e in seguito consacrarsi alla vita religiosa se avesse avuto la felicità di riuscirvi. Sua madre le presentò invano la sua età, la sua inesperienza, la sua debolezza, la sua povertà. “Dio provvederà a tutto,” rispose la ragazza; “Mi metto con fiducia tra le braccia del mio padre celeste; egli solo mi aiuterà a rendere la vita a quello che io sulla terra”. Lasciò i suoi genitori, più stupiti che persuasi, portando solamente dieci soldi dalla casa paterna, e contando solamente sulle elemosine che avrebbe ricevuto. In questo modo la ragazza è venuta di Tobol’sk a Pietroburgo, a piedi, per implorare la clemenza del sovrano; è così che ha attraversato un spazio di circa 4000 verste, con deserti e fiumi. Si crederebbe la cosa quasi impossibile, ma quali ostacoli la virtù sostenuta dalla religione non può sormontare? Arrivata a Pietroburgo, si informò sulla casa di una dama rispettabile, che le era stata indicata come la madre degli infelici e che, alloggiando sotto il suo tetto i poveri viaggiatori senza asilo, ci descrive i costumi ospitali degli antichi patriarchi; è la principessa Trubeckoj, sorella del fu maresciallo conte di Romanzov. Ella accolse la ragazza, le accordò la sua protezione e la indirizzo al senatore Kosodavlev che rimise il suo placet alla commissione incaricata di rivedere i vecchi affari criminali. Tale commissione, di cui Kosodavlev è membro, esaminando la questione, trovò che suddetto Lupolov era stato condannato giustamente all’esilio, ma, non potendo decidersi a lasciare senza ricompensa il coraggio e la pietà filiale di quella giovane sfortunata, la commissione ha chiesto la grazia per suo padre all’imperatore. Non è necessario aggiungere che S.M. l’ha accordata. Questo generoso sovrano ha inoltre disposto la donazione di una ricompensa alla ragazza.»

L’articolo fu ripreso da altri giornali francesi e non passò inosservato alla scrittrice Sophie Ristaud Cottin che l’anno successivo pubblicò Élisabeth ou les Exilés de Sibérie (Elisabetta o gli esiliati di Siberia), il primo romanzo in assoluto su Praskov’ja Lupolova.
Sophie Ristaud (1773-1807) aveva vent’anni quando sposò il banchiere Jean Paul Marie Cottin, che morì tre anni dopo alla vigilia del suo arresto come aristocratico. Perse anche il suo patrimonio nel tentativo infruttuoso di salvare due parenti dal patibolo e il 17 ottobre 1795 fu condannata a morte in contumacia per aver partecipato all’insurrezione realista del 13 vendemmiaio anno IV (5 ottobre 1795). Nessuno sapeva che amava scrivere, tranne un cugino, che colpito dalle sue lettere, la invitò a pubblicare, ma Sophie resistette, nonostante le ristrettezze economiche, fin quando le capitò di compiere una buona azione: un suo amico fu proscritto e per raccogliere fondi pubblicò anonimamente, nel 1798, il suo primo romanzo Claire d’Albe. Sempre coprendosi con l’anonimato scrisse altri due romanzi (Malvina nel 1800 e Amélie Mansfield nel 1802), il cui successo la costrinse a uscire allo scoperto e firmò Mathilde, ou Mémoires tirés de l’histoire des croisades nel 1805 e, l’anno successivo, Élisabeth ou les Exilés de Sibérie, l’ultimo pubblicato prima della sua morte per malattia a 34 anni. Lasciò lettere, appunti, poemi e altri scritti che non volle mai pubblicare perché era contraria a che le donne scrivessero per un pubblico in quanto «quando si scrive un romanzo, ci si mette sempre qualcosa del proprio cuore: bisogna quindi tenerlo per gli amici».
Sophie Cottin rielaborò la toccante storia di Praskov’ja Lupolova in un romanzo romantico – in cui dette ampio spazio al coraggio e alla pietà filiale, ai buoni sentimenti e al valore della religione: «colmo di effetti melodrammatici e sentimentalismo eccessivo», ha scritto un critico russo, – trasformando la famiglia di esiliati in nobili pretendenti al trono di Polonia, allungando il periodo d’esilio, spostando la data della vicenda a qualche anno prima per finirla a Mosca e dando spazio alla geografia della Siberia, all’epoca considerata ancora misteriosa. Il romanzo ebbe molto successo e già pochi mesi dopo fu rappresentato in un teatro parigino e nel 1807 fu pubblicata la traduzione in russo con il titolo Elisabetta L., o le sventure della famiglia, che fu esiliata in Siberia e poi ritornata. Il successo francese, però, non fu dovuto soltanto alla storia ma anche ad altri fattori, come all’inconsueto modo di scrivere (la preferenza per l’analisi psicologica), alla nuova visione del mondo (più aperto e vicino all’Occidente), all’accenno alla politica del tempo (la spartizione della Polonia). Inoltre, si ritiene l’Autrice precorritrice di un genere nuovo di romanzi, quello in cui viene descritto particolareggiatamente l’ambiente naturale, che ebbe poi nel Michele Strogoff di Jules Verne (1876) la sua punta più alta.
La conclusione del romanzo di Sophie Cottin aggiunse alla vera storia il matrimonio tra Praskov’ja e il bel militare che l’aiutò, sia perché il romanzo doveva avere il lieto fine, sia soprattutto perché, oltre a quelli citati, non si conoscevano altri particolari della vita della giovane che era ancora in vita.
Praskov’ja Grigor’evna Lupolova (1784-1809) seguì il padre, un tenente in pensione condannato all’esilio (2), nel piccolo centro di Ziljakovke/Zhilyakovke a sud di Tobol’sk. Era il 1798. Il villaggio era in mezzo alla steppa, parzialmente in costruzione e distante una decina di chilometri dal centro di Isim/Ishim. L’8 settembre 1803 (3) partì da sola, analfabeta, provvista unicamente di un rublo e una piccola icona della Madre di Dio di Kazan’, e arrivò, dopo mille peripezie, il 5 agosto 1804 a San Pietroburgo dove ottenne la grazia per il padre dall’imperatore Alessandro I. Nel 1806 diventò novizia nel monastero della Santa Croce di Niznij/Nizhny Novgorod e poi, per motivi di salute, si trasferì a Novgorod la Grande nel monastero Desjatinnyj della Natività della Beata Vergine Maria, dove morì di tisi nel 1809 e fu sepolta, con apposita dispensa, all’interno della cattedrale.
Quando a Praskov’ja fu raccontato che, alla fine del romanzo, era stata maritata, ella commentò: «Dite, vi prego, alla signora Cottin, semmai la vedrete, che non sono arrabbiata perché m’ha sposato, ma, se mi avesse messo in un monastero, la sua storia avrebbe avuto un miglior finale», ossia un significato più alto e meno legato alle miserie umane.
L’impresa di Praskov’ja fu certamente eccezionale per la giovane età (14 anni) e lo scopo, un po’ meno per la grande distanza percorsa: da secoli, migliaia di pellegrini si muovevano a piedi da un villaggio all’altro, da un monastero all’altro, vivendo di elemosina e della proverbiale ospitalità russa, coprendo enormi distanze e in qualunque stagione, così come in tempi più antichi facevano i contadini quando il terreno del loro campo si inaridiva.
Il romanzo di Cottin ebbe un gran successo per tutta la prima metà dell’Ottocento e fu oggetto di ispirazione per numerose opere teatrali e liriche. Tra queste ultime la più nota è La fille de l’exilé, ou Huit mois en deux heures, con libretto dell’attore e drammaturgo René Charles Guilbert de Pixérécourt (1773-1844) e musica di Alexandre Piccinni (1779-1850), messo in scena il 19 marzo 1818 nel Teatro de la Gaîté di Parigi, diretto dallo stesso Pixerécourt. Questi, nella prefazione al suo libretto, scrisse: «Una pièce sottomessa alle regole severe della nostra scena avrebbe offerto tutto il fascino del romanzo Elisabetta? Quell’interesse che si basa principalmente sul viaggio dell’eroina durato otto mesi, può essere risolto nella rappresentazione di un dramma assoggettato alla regola delle ventiquattro ore? (4) Ne dubito. Ho sempre pensato che, per raggiungere a teatro il grado di interesse che ispira la lettura di quel romanzo, occorresse che si vedesse viaggiare realmente la ragazza. Seguendo questa opinione, forse sbagliata, ma di cui ero molto convinto, ho tracciato un quadro drammatico diviso in tre parti in cui ciascuna mostra Elisabetta in luoghi molto lontani uno dall’altro. Così, nella prima parte, l’azione accade nel profondo della Siberia; nella seconda, più o meno a metà strada tra Tobol’sk e Pietroburgo; e, infine, nella terza, a Mosca. Se ho osato questa volta liberarmi delle regole che prescrivono l’unità di tempo e di luogo, spero che il pubblico mi vorrà riconoscere la buona volontà nello sforzo di conservare almeno l’unità di azione, la più necessaria in ogni opera drammatica.» Tale suddivisione ebbe gran successo e diventò un “classico”.
Nel 1820, Luigi Marchionni (1791-1864) – attore e drammaturgo, appartenente a una famiglia di attori tra cui è nota la sorella Carlotta – tradusse, modificando qualche particolare per adattarlo al pubblico napoletano, il libretto di Pixérécourt, lasciandogli dapprima il titolo originale La figlia dell’esiliato, ossia Otto mesi in due ore e poi cambiandolo in Elisabetta ossia La figlia dell’esiliato. Il suo libretto, che andò in scena lo stesso anno a Napoli, servì da canovaccio per il melodramma Gli esiliati in Siberia ossia Otto mesi in due ore (uno o l’altro titolo fu scelto a seconda del teatro), scritto da Domenico Gilardoni e musicato da Gaetano Donizetti nel 1827, anch’esso presentato nella città partenopea. Interessante è constatare come le trame delle rielaborazioni cambino a seconda del periodo storico (per esempio, l’esiliato è un principe russo e non polacco) e della platea da conquistare (la madre cieca), accentuando questa o quella virtù della giovane, questo o quell’evento, ma assumendo sempre come base il romanzo di Sophie Cottin.
La presunta (5) storia autentica di Praskov’ja fu narrata nel 1825 da Xavier de Maistre.
Maistre (1763-1852) fu scrittore e pittore ma soprattutto un militare che combatté prevalentemente i nemici della Russia: Francesi, Austriaci, Ceceni, Turchi, Svedesi. Infatti, visse dal 1800 al 1826 in Russia, chiamato prima dallo zar Paolo I, che aveva avuto modo di apprezzarlo nella campagna contro gli Austriaci agli ordini del maresciallo Aleksandr Suvorov, e poi da Alessandro I che lo nominò colonnello. La sua prima opera fu Voyage autour de ma chambre (Viaggio intorno alla mia camera; 1794), in cui raccontava i quarantadue giorni passati agli arresti domiciliari, in Savoia, a causa di un duello. Ma non sfruttò la fama ottenuta, fu infatti il fratello Joseph, celebre letterato, a far pubblicare le sue opere successive mentre l’inconsapevole Xavier era impegnato nelle guerre. Tra esse è La jeune sibérienne (La giovane siberiana), pubblicata nel 1825 e lodata da Stendhal, in cui raccontava la vera storia di Praskov’ja Lupolova, che incontrò. Il romanzo breve – probabilmente scritto seguendo il ricordo per la presenza di qualche piccola incongruenza – accentua la profonda fede in Dio e l’amore filiale di Praskov’ja come motori della sua impresa e che in Maistre, cattolico al limite del bigottismo, fecero grande impressione. Maistre descrisse tutto ciò con lo stile asciutto del cronachista più che dello scrittore, riuscendo a «mettere in mostra la sua profonda conoscenza della Russia, dai costumi ai paesaggi, dalle classi alte a quelle umili» (G. Izzi) e, per scelta e successione dei fatti, inserendosi in quella «parte significativa della letteratura popolare a buon mercato che è la letteratura agiografica» (T.P. Savchenkova). La critica associa spesso la siberiana di Maistre a La figlia del capitano di Aleksandr Puskin/Pushkin, pubblicata nel 1836, ma non è dato sapere se ci fu influenza, anche se i due si erano frequentati a lungo. In Italia, l’opera di Maistre è stata riadattata solamente per i giovanissimi come modello morale.
Per la sua opera di fantasia, Sophie Cottin scelse il nome di Elisabetta per distinguere fantasia e realtà, tuttavia quel nome diventò quello “vero”: sulla lapide della giovane fu scritto “Elisaveta Lupolova”, ma non si sa se fu perché era il nome assunto da monaca oppure perché era più nota col nome del romanzo. La sua tomba fu per tutto l’Ottocento meta di pellegrinaggi e la storia della giovane fu in Russia oggetto di innumerevoli produzioni (romanzi, opere teatrali, melodrammi, poemi) poi l’una e l’altra furono completamente dimenticate perché intorno al 1920 il monastero fu chiuso e la chiesa cadde in rovina. Solo nell’agosto 2004 la popolazione di Isim/Ishim, cittadina presso la quale partì Praskov’ja, la riportò alle cronache inaugurando un monumento in bronzo su piedistallo di granito, concepito dallo scultore Vjaceslav Klykov (1939-2006), in cui si mostra la giovane in cammino. Secondo la tradizione ortodossa ogni evento significativo è accompagnato da una benedizione della Chiesa, così il vescovo scrisse per l’occasione una lunga preghiera, nella speranza che sia riaperto il processo di canonizzazione interrotto nel 1917.
Negli allegati qui proposti, sono le traduzioni annotate degli originali di Sophie Cottin e Xavier de Maistre e la trascrizione del libretto di Luigi Marchionni.

S. Cottin – Elisabetta o Gli esiliati in Siberia (655kB)
L. Marchionni – La figlia dell’esiliato, ossia Otto mesi in due ore (300kB)
X. de Maistre – La giovane siberiana (515kB)

 

Note:
1. Testo: © associazione culturale Larici, 2013.
2. Il motivo dell’esilio non è stato chiarito. Opinione corrente è che fosse stato condannato per aver ospitato ladri e cavalli rubati.
3. Le date 1798 e 1803 sono rilevanti perché nelle opere letterarie la giovane nasce in Siberia o vi trascorre infanzia e adolescenza.
4. Fino alla fine del XVIII secolo, la tragedia teatrale doveva seguire tre principi: l’unità di azione (unica vicenda), l’unità di luogo (unica ambientazione) e l’unità di tempo (svolgimento compreso nelle ventiquattro ore).
5. I documenti sulla vita di Praskov’ja si sono perduti, per cui se ne conoscono solo le linee generali. Come si dirà, l’opera di Xavier de Maistre è considerato più un romanzo che una biografia.

 

 

 

 

webmasterwww.larici.it - info@larici.it