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| LETTERATURA E CRITICA > Ines Belsky Lagazzi, Vladimir Vladimirovic Majakovskij, 1988
La
Russia era in guerra col Giappone e focolai di rivolta stavano accendendosi
un po' dappertutto. A Pietroburgo - in una drammatica "domenica
di sangue" - una pacifica dimostrazione era stata violentemente
repressa. L'anno
dopo il padre morì e la famiglia si trasferì a Mosca.
Aleksandra, la madre, fu costretta a subaffittare per arrotondare la
misera pensione. Ha
appena sedici anni, e fu questo per lui un periodo importantissimo,
si tuffò nella letteratura, lesse tutte le novità, scrisse
un intero quaderno di poesie, andato purtroppo perduto. Vladimir interruppe il lavoro di partito e si buttò a studiare, si diede anche alla pittura, alla scultura, all'architettura, si appassionò al cubismo. Stava nascendo il futurismo (Marinetti aveva tenuto a Mosca una delle sue conferenze-spettacolo). Il futurismo russo ebbe il suo atto ufficiale di nascita con un almanacco intitolato Schiaffo al gusto del pubblico. Majakovskij era presente in quelle pagine con due poesie. Altre ne pubblicherà in successivi almanacchi, fino al primo libro individualista: Io. Da allora cominciò a recitare pubblicamente poesie sue in provocatorie serate, indossando una blusa gialla che considerava la sua divisa di futurista. In un teatrino di Pietroburgo - attore e regista - mise in scena una tragedia. Le accoglienze furono rumorose. Dirà: "Fischiarono tanto il mio lavoro fino a crivellarlo". Ed
eccoci al 1914, allo scoppio della Prima guerra mondiale e alle prime
sconfitte russe da parte della Germania. Majakovskij è impegnato
a scrivere poesie guadagnandosi i primi rubli; è anche alle sue
prime esperienze amorose. Racconterà la breve intensa passione
per la sedicenne Marija Denisova nel poema Nuvola
in calzoni. Durante una vacanza sul golfo di Finlandia renderà visita a Maksim Gor'kij e gli leggerà poesie sue, commuovendo il grande autore de La madre. In quella stessa estate conoscerà Lijlia Brik (moglie dell'editore che gli ha stampato La nuvola in calzoni) e sarà una lunga tempestosa relazione interrotta da crisi e riappacificazioni. L'insonne
poeta scrive nuove opere: Il flauto di vertebre, Don Giovanni,
Semplice come un muggito, La guerra e l'universo,
Uomo. A
Mosca continuava intanto le sue esibizioni (blusa gialla e nastro rosso
al collo) in un pittoresco caffè frequentato da portoghesi, artisti,
marinai, anarchici, banditi, e scriveva sceneggiature per la casa cinematografica
Neptun, interpretando egli stesso delle scene. E'
un momento grave per la Russia: blocco militare, rivoluzioni sovietiche
in tutto il vasto territorio, penuria di viveri, requisizioni forzate,
le offensive delle armate controrivoluzionarie, guerra civile.
Nel 1922 Stalin è nominato segretario generale del Partito e Lenin si ritira dalla vita pubblica per motivi di salute. I rapporti con la Germania vengono ripristinati e si apre a Berlino una grande mostra dell'arte russa contemporanea: Majakovskij è presente con i manifesti e i bozzetti creati per la "Rosta". Una sua poesia La mania delle riunione, pubblicata sulle "Istvestija" provoca un lusinghiero giudizio di Lenin. Sullo stesso giornale altre poesie seguiranno, mentre altre opere il poeta darà alle stampe: Majakovskij sghignazza, Tredici anni di lavoro, e un breve ritorno all'amore col poema Amo. Finalmente
si concederà un viaggio all'estero: Berlino, Parigi (dove assiste
ai funerali di Proust, conoscerà Cocteau, visiterà lo
studio di Picasso), poi tornerà in patria per far uscire la rivista
"Lef" (di cui è caporedattore) col suo nuovo poema
Di questo. La
sua opera, tradotta in cento lingue, sarà conosciuta in tutto
il mondo. Escono
intanto il poema Lenin dedicato al grande uomo politico morto
nel gennaio del '24, Bene, la commedia La cimice rappresentata
anche in Italia anni fa, Il bagno. In queste opere Majakovskij
critica il mondo piccolo borghese duro a morire e denuncia il male che
mina la rivoluzione: il burocratismo. E poi, improvvisamente, mentre stava lavorando al nuovo poema A piena voce, con un gesto sconvolgente, il poeta si uccise sparandosi al cuore con la pistola che aveva usato dodici anni prima, come materiale tecnico, in una sequenza del film Nato non per il denaro. E il perché di questa brusca interruzione di una vita così intensa rimase sempre un mistero. Lasciò un biglietto: "A tutti. Non incolpate nessuno della mia morte e per favore non fate chiacchiere. Nel cassetto ho duemila rubli: pagate le tasse". (Press'a poco le stesse parole lasciate scritte da Cesare Pavese prima del suo suicidio). A
ricordo di questo eclettico ingegno, Mosca ha dedicato una piazza, il
teatro drammatico e una stazione della metropolitana. La casa dove per
undici anni il poeta visse e lavorò, in piazza Serov 6, è
diventata museo e custodisce oltre diecimila "pezzi": manoscritti,
disegni, schizzi, manifesti, libri, bozzetti di costumi teatrali... Ma
nessun museo riuscirà mai a rendere "intero" Majakovskij
e la sua poliedrica personalità, le sue illusioni, i suoi entusiasmi,
la sua fede rivoluzionaria, le ansie e la rabbia contro tutto ciò
che ostacola il sogno di un futuro felice.
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