Icone

Storia

Arte e architettura

Letteratura e critica

Pubblicazioni

LETTERATURA E CRITICA > Octave Mirbeau, L’anima russa, 1904 (1)

 

Octave Mirbeau (1848-1917) fu giornalista, critico d’arte e scrittore di romanzi e drammi teatrali tradotti in trenta lingue: fu il «prototipo dell’autore impegnato, libertario ed individualista, il grande demistificatore degli uomini e delle istituzioni che alienano, che opprimono e che uccidono» (2). Quanto alla Russia, dove fu molto letto e rappresentato, Mirbeau ebbe un ruolo decisivo nella diffusione in Francia delle opere letterarie di Tolstoj – che lo lodò per il romanzo L’Abbé Jules -, Dostoevskij, Gogol’, Turgenev e nel sostegno al popolo russo contro l’autocrazia zarista.

 

Per comprendere “l’anima russa”, almeno per ciò che è accessibile a noi latini superficiali ed equilibrati, che chiamiamo il genio gusto e misura - il nostro gusto e la nostra misura, naturalmente –, dobbiamo prima capire l’ambiente sociale, morale, fisico molto eccezionale in cui quest’anima è nata e dove vive.
Il popolo russo è il più infelice, più oppresso, più torchiato che ci sia sulla terra. La Russia è, nell’Europa ancora barbara e che appena rischiara l’alba nascente della civilizzazione, un’enorme macchia di fango e di sangue. È piegata sotto il giogo di un’autocrazia esclusivamente terroristica, spogliata da un’amministrazione vergognosamente corrotta e cinicamente predatrice. Questo immenso popolo, consapevole del proprio dolore, ma non ancora della propria forza, lo si mantiene brutalmente, per volere governativo, nell’ignoranza più profonda, nella miseria più nera, nella sporcizia più spregevole. Carestie, torture, massacri, è soggetto a tutte le forme più selvagge di violenza. Non ha che una libertà: soffrire; che un diritto: tacere. Se, per disgrazia, osa parlare, piangere, supplicare, sperare, reclamare – oh, timidamente – allora c’è il knut (3), la forca, la prigione, dove si muore, la deportazione nelle miniere, dalle quali non si ritorna. La storia del popolo russo non è che un lungo martirologio: essa si riassume in questi due crimini, che non vanno mai, d’altronde, l’uno senza l’altro: annientamento di chi lavora, soppressione di chi pensa. Non è permesso a un Tolstoj (4) di scrivere quello che pensa e come lo pensa. Si cancellano, si tagliano, si mutilano le sue opere immortali. Esse scorrono, alla censura, sotto gli insulti dei poliziotti, come i criminali all’ufficio delle misurazioni antropometriche. Si censura con il tratto nero questo cervello sublime, come se si trattasse di un giornale le cui notizie non piacciono. Se non avesse temuto le proteste del mondo intero, già da molto tempo il governo zarista avrebbe espulso dal paese quest’uomo magnifico, in cui l’umanità accoglie una delle sue glorie più pure. Ma per un Tolstoj, che l’ammirazione universale protegge contro i carnefici, quante altre esecuzioni, meno illustri ma tanto infami, di cui Russia dovrà sopportare la vergogna in futuro!

 

 

.

Note:
1. O. Mirbeau, L’âme russe, in “L’Humanité”, 1 maggio 1904. Traduzione dal francese e note a cura dell’associazione culturale Larici, 2008.

2. Cfr. la biografia tracciata da Pierre Michel alla pagina http://lafrusta.homestead.com/pro_mirbeau.html.

3. Frusta composta di strisce di cuoio ruvido e indurito munite di ganci o punte, usata nella Russia zarista. Trenta-quaranta colpi uccidevano un uomo robusto. (N.d.T.)

4. Lev Tolstoj morì nel 1910, quindi era ancora vivo quando fu scritto questo articolo. (N.d.T.)

 

.

 

 

webmasterwww.larici.it - info@larici.it