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LETTERATURA E CRITICA > Ines Belsky Lagazzi, Appunti di viaggio: Odessa, 1983
A Odessa, grande centro ucraino, il maggior porto sul Mar Nero, stranieri ne arrivano a valanghe, ma gli odessiti sono talmente innamorati della loro città che si stupiscono che tu non abbia già visto tutto anche se sei appena arrivato. Gli odessiti sono vivaci, colmi di gioia di vivere, forse è merito del sole, del clima mite, del cielo azzurro, dell'aria balsamica dei parchi e dei giardini. Godono di almeno duecentocinquanta giornate di sole all'anno e la stagione dei bagni dura sei mesi, la spiaggia è libera, la sabbia è fine. In inverno la temperatura non scende mai al di sotto dei due gradi sotto zero, e d'estate non sale oltre i venticinque. Salvo casi eccezionali, naturalmente, come quella volta che il mare gelò, le navi si trovarono strette in una morsa di ghiaccio e fu necessario richiedere via radio un rompighiaccio, che tuttavia arrivò quando il ghiaccio si era già sciolto. Càpita anche, talvolta, che la città sia investita dal vento della steppa perchè non ha montagne alle spalle. Ma è una cosa rara. Ci dicono che Odessa è splendida, quando i lillà e le acacie sono in fiore e, intitolati appunto all'acacia, che è simbolo della città, si svolgono festival musicali. Ma noi la troviamo ospitalissima e deliziosa anche in questo fine settembre, che già spennella di rosso, di giallo, di bruno le chiome dei platani, degli ippocastani che ornano i suoi larghi viali, affollano i numerosi parchi. Nel
porto di Odessa gettano l'ancora navi mercantili di tutto il mondo:
almeno una terza parte del milione di odessiti svolge un'attività
legata al mare. Più che significativo, quindi, l'obelisco dedicato
al Marinaio Ignoto che svetta nel parco della Gloria a specchio sul
mare. Vi montano la guardia, fieri dell'incarico, i ragazzi delle scuole,
e le spose, dopo il rito, vanno a deporre il loro bouquets
ai piedi del monumento. Proprio nella zona verde dove i marinai trascorrono i loro week-end nei graziosi alberghetti, sorge il prestigioso avanzatissimo Istituto Oftalmico "Filatov" noto in tutto il mondo: lo chiamano a ragione "la città della luce", molta gente, infatti, ha visto per la prima volta la luce in questa clinica, dove, secondo il metodo dello scienziato Filatov si trapiantano cornee, si guariscono glaucoma, si eseguono le più delicate operazioni agli occhi. In questi ultimi venti anni più di un milione e mezzo di persone hanno ricuperato la vista in questa città della luce. Odessa è anche, come la sua gemella Genova, città industriale di prim'ordine: vi fioriscono, oltre a quelle che hanno a che vedere col mare, industrie chimiche, metalmeccaniche, alimentari, petrolifere. E nel contempo è centro culturale con le sue undici facoltà universitarie, i numerosi istituti superiori scientifici e di ricerca, le biblioteche con milioni di volumi, i musei. Il museo archeologico vanta ricordi degli antichi popoli sciti, sarmati, splendidi vasi greci, mummie egiziane. Il museo d'arte occidentale ci riserva la sorpresa di alcuni Caravaggio, tra cui "Il tradimento di Giuda", e quello d'arte orientale è ricco di stupefacenti opere giapponesi, iraniane, cinesi. Puskin
e Gogol' hanno vissuto
a lungo a Odessa e vi hanno il loro monumento: il primo ha scritto qui
il suo delicato romanzo d'amore in versi Eugenio Onegin, e
l'altro Le anime morte. Viale Primorskij è la via più antica, da qui è cominciata nel 1794, per volere della grande Caterina Il, la costruzione della città inglobando alcuni villaggi greci, uno dei quali, Odessos, ha dato il nome alla città.
La storia di Odessa ha molte pagine gloriose, tante ne scrisse combattendo contro i turchi, ma indimenticabile resta la strenua resistenza opposta ai tedeschi durante la seconda guerra mondiale e durata 76 giorni. Sotto la città si snodano quaranta gallerie, profonde da quattro a otto metri per un percorso di 1600 km. di labirinti: si sono formate attraverso i decenni perché dal sottosuolo veniva tratto il calcare per le costruzioni: ebbene, qui operavano i partigiani ucraini, entrando ed uscendo da porte segrete, sotto il naso dei tedeschi. Porte che, a guerra finita, vennero ermeticamente sigillate con grande urgenza, perché i bambini avevano imparato a calarsi nei labirinti per giocare ai partigiani e... si perdevano nei meandri. Lasciamo Odessa di domenica, dopo aver ascoltata la messa nella chiesa cattolica, una chiesa poverella in verità, stipata però di fedeli, in maggioranza anziani, in devoto raccoglimento. Nonostante la rivoluzione ed i sessanta anni di ateismo la Russia santa non è morta, la sua storia è sempre legata alle sue icone: icone viventi, i santi, e icone dipinte, espressione artistica di quella grande spiritualità russa nata con San Sergio di Radonez. Non è vero, come molti credono, che per pregare i russi debbano nascondersi nelle catacombe: ognuno è libero di praticare la religione che preferisce, a Odessa sono aperte al culto cinque chiese ortodosse, una moschea, una sinagoga, oltre alla chiesa cattolica. Non esiste però una religione di stato, nelle scuole non si impartisce alcun insegnamento religioso, le chiese si autogestiscono. La religione è un affare personale. Ma le chiese sono affollate, le funzioni numerose, i canti suggestivi, bellissime le iconostasi, preziose le icone. L'anima dei russi è intimamente, profondamente religiosa, Dio resta sempre l'invisibile evidente. Forse i giovani l'hanno un po' perso di vista, ma lo ritroveranno: è il cuore, non la ragione che sente Dio.
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