LETTERATURA E CRITICA > Ines Belsky Lagazzi, Appunti di viaggio: Odessa, 1983

 

“Per favore, può indicarci dov’è la via Deribassovskaja?”, chiediamo ad un passante. Con quattro parole di francese e altrettante di inglese ci si fa capire da tutti, ché se poi non sai nemmeno queste, rivolgiti ad un giovanissimo, lui parla sicuramente un po’ di italiano. L’interpellato ci guarda sorpreso, ma come? Non sappiamo dov’è la via Deribassovskaja? E si fa in quattro per spiegarci dove dobbiamo andare. Intanto altre persone si fermano, ci troviamo ben presto al centro di un premuroso gruppetto che ci dà consigli, suggerimenti, indicazioni: “Siete già stati al Teatro dell’Opera?”. Avete già visto dov’è via Garibaldi? Ma come, non sapete che a Odessa il vostro generale si è fatto curare il piede ferito?

A Odessa, grande centro ucraino, il maggior porto sul Mar Nero, stranieri ne arrivano a valanghe, ma gli odessiti sono talmente innamorati della loro città che si stupiscono che tu non abbia già visto tutto anche se sei appena arrivato.
Gli odessiti sono vivaci, colmi di gioia di vivere, forse è merito del sole, del clima mite, del cielo azzurro, dell’aria balsamica dei parchi e dei giardini. Godono di almeno duecentocinquanta giornate di sole all’anno e la stagione dei bagni dura sei mesi, la spiaggia è libera, la sabbia è fine. In inverno la temperatura non scende mai al di sotto dei due gradi sotto zero, e d’estate non sale oltre i venticinque. Salvo casi eccezionali, naturalmente, come quella volta che il mare gelò, le navi si trovarono strette in una morsa di ghiaccio e fu necessario richiedere via radio un rompighiaccio, che tuttavia arrivò quando il ghiaccio si era già sciolto. Càpita anche, talvolta, che la città sia investita dal vento della steppa perché non ha montagne alle spalle. Ma è una cosa rara.
Ci dicono che Odessa è splendida, quando i lillà e le acacie sono in fiore e, intitolati appunto all’acacia, che è simbolo della città, si svolgono festival musicali. Ma noi la troviamo ospitalissima e deliziosa anche in questo fine settembre, che già spennella di rosso, di giallo, di bruno le chiome dei platani, degli ippocastani che ornano i suoi larghi viali, affollano i numerosi parchi.
Nel porto di Odessa gettano l’ancora navi mercantili di tutto il mondo: almeno una terza parte del milione di odessiti svolge un’attività legata al mare. Più che significativo, quindi, l’obelisco dedicato al Marinaio Ignoto che svetta nel parco della Gloria a specchio sul mare. Vi montano la guardia, fieri dell’incarico, i ragazzi delle scuole, e le spose, dopo il rito, vanno a deporre il loro bouquets ai piedi del monumento.
Ma anche i marinai vivi godono di privilegi: dopo otto-nove mesi di navigazione hanno diritto a soggiornare con la famiglia ventiquattro giorni in una residenza sul mare, pagando una retta complessiva del tutto simbolica di 17 rubli (35 mila lire).
Proprio nella zona verde dove i marinai trascorrono i loro week-end nei graziosi alberghetti, sorge il prestigioso avanzatissimo Istituto Oftalmico “Filatov” noto in tutto il mondo: lo chiamano a ragione “la città della luce”, molta gente, infatti, ha visto per la prima volta la luce in questa clinica, dove, secondo il metodo dello scienziato Filatov si trapiantano cornee, si guariscono glaucoma, si eseguono le più delicate operazioni agli occhi. In questi ultimi venti anni più di un milione e mezzo di persone hanno ricuperato la vista in questa città della luce.
Odessa è anche, come la sua gemella Genova, città industriale di prim’ordine: vi fioriscono, oltre a quelle che hanno a che vedere col mare, industrie chimiche, metalmeccaniche, alimentari, petrolifere.
E nel contempo è centro culturale con le sue undici facoltà universitarie, i numerosi istituti superiori scientifici e di ricerca, le biblioteche con milioni di volumi, i musei. Il museo archeologico vanta ricordi degli antichi popoli sciti, sarmati, splendidi vasi greci, mummie egiziane. Il museo d’arte occidentale ci riserva la sorpresa di alcuni Caravaggio, tra cui “Il tradimento di Giuda”, e quello d’arte orientale è ricco di stupefacenti opere giapponesi, iraniane, cinesi.
Puskin e Gogol’ hanno vissuto a lungo a Odessa e vi hanno il loro monumento: il primo ha scritto qui il suo delicato romanzo d’amore in versi Eugenio Onegin, e l’altro Le anime morte.
La città va giustamente fiera del suo Teatro, che, per lo stile neoclassico, la mole imponente, ricorda la nostra Scala e l’Opera di Parigi. Sul podio si sono avvicendati Ciajcovskij, Rimsky Korsakov e Rubenstein; Scialjapin [Schalyapin] ha imperato con la sua voce di basso profondo, e sul palcoscenico hanno volteggiato ballerine famose come la Pavlova e la Semenova.
Viale Primorskij è la via più antica, da qui è cominciata nel 1794, per volere della grande Caterina Il, la costruzione della città inglobando alcuni villaggi greci, uno dei quali, Odessos, ha dato il nome alla città.
Dal viale Primorskij scende al mare la scalinata Potëmkin con i suoi 192 gradini, notissima per certe drammatiche sequenze del film girato nel 1925 da Eisenstein: La corazzata Potëmkim. È nota la vicenda del film e l’episodio storico che l’ha ispirato. Nel 1905 i marinai della Potëmkin attraccata nel porto di Odessa si ammutinarono, trascinando nel movimento insurrezionale i marinari della altre navi alla fonda. La folla che sosteneva i rivoltosi si riversò sulla scalinata (che allora era di legno, oggi è di pietra) per incitarli, ma la polizia aprì il fuoco.
La storia di Odessa ha molte pagine gloriose, tante ne scrisse combattendo contro i turchi, ma indimenticabile resta la strenua resistenza opposta ai tedeschi durante la seconda guerra mondiale e durata 76 giorni. Sotto la città si snodano quaranta gallerie, profonde da quattro a otto metri per un percorso di 1600 km. di labirinti: si sono formate attraverso i decenni perché dal sottosuolo veniva tratto il calcare per le costruzioni: ebbene, qui operavano i partigiani ucraini, entrando ed uscendo da porte segrete, sotto il naso dei tedeschi. Porte che, a guerra finita, vennero ermeticamente sigillate con grande urgenza, perché i bambini avevano imparato a calarsi nei labirinti per giocare ai partigiani e… si perdevano nei meandri.
Lasciamo Odessa di domenica, dopo aver ascoltata la messa nella chiesa cattolica, una chiesa poverella in verità, stipata però di fedeli, in maggioranza anziani, in devoto raccoglimento. Nonostante la rivoluzione ed i sessanta anni di ateismo la Russia santa non è morta, la sua storia è sempre legata alle sue icone: icone viventi, i santi, e icone dipinte, espressione artistica di quella grande spiritualità russa nata con San Sergio di Radonez [Radonezh].
Non è vero, come molti credono, che per pregare i russi debbano nascondersi nelle catacombe: ognuno è libero di praticare la religione che preferisce, a Odessa sono aperte al culto cinque chiese ortodosse, una moschea, una sinagoga, oltre alla chiesa cattolica. Non esiste però una religione di stato, nelle scuole non si impartisce alcun insegnamento religioso, le chiese si autogestiscono. La religione è un affare personale. Ma le chiese sono affollate, le funzioni numerose, i canti suggestivi, bellissime le iconostasi, preziose le icone.
L’anima dei russi è intimamente, profondamente religiosa, Dio resta sempre l’invisibile evidente. Forse i giovani l’hanno un po’… perso di vista, ma lo ritroveranno: è il cuore, non la ragione che sente Dio.

 

 

 

 

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