LETTERATURA E CRITICA > Ines Belsky Lagazzi, Boris Leonidovic Pasternak, 1990

 

È caduto quest’anno il centenario della nascita del grande poeta e narratore russo, Boris Pasternak, universalmente noto per il suo romanzo Il dottor Zivago [Zhivago] tradotto in ventinove lingue e venduto in milioni di copie.
Era nato a Mosca il 29 gennaio 1890, o secondo il nuovo calendario il 10 febbraio. Il padre era un noto pittore, la madre una valente concertista, entrambi erano di origine ebrea. Boris studiò musica, ma poi si laureò in filosofia dopo aver seguito gli studi relativi a Marburgo. Esordì in campo letterario nel 1914 con una raccolta di poesie: Il gemello delle nuvole e continuò con Oltre le barriere, Mia sorella vita, Temi e variazione, L’anno 1905, Seconda nascita, Sui treni mattutini, La vastità terrestre che è del 1945. Nelle poesie che seguirono sembrò ricercare “nella scarna semplicità del verso una misura classica”.
È del 1931 una specie di autobiografia (Salvacondotto) in cui rievocava i suoi incontri con Majakovskij, l’esuberante poeta, punta di diamante del movimento prerivoluzionario cubofuturista, che lo attraeva e al tempo stesso lo respingeva.
Poi si ritrovò a vivere in un mondo diverso da quello che aveva conosciuto e che altri avevano sognato e si staccò da Majakovskij che di quel mondo diverso fu complice e vittima.
La vita di Pasternak si svolse così lungo un percorso che stava tra due Russie, la Russia prerivoluzionaria, ricca di vita, affanni, speranze e la non-Russia post-rivoluzionaria desolata e sconfitta, tanto che la seconda guerra mondiale fu accolta quasi come una liberazione.
Dopo gli sconvolgimenti della rivoluzione Pasternak decise di restare in patria, dove aveva un posto preminente tra i poeti contemporanei, ma cominciò a sognare un’altra Russia oltre la sovietica, a vagheggiare una Russia dello spirito, una Russia dell’anima, europea, universale.
Fu allora che si ritirò a vivere a Peredelkino, fuori Mosca. Così (si disse) perse la sua Russia pur vivendo in Russia: in effetti egli aveva sì accettato i dogmi della rivoluzione, ma ne rifiutava i corollari (proprio come Ivan Karamazov che accettava Dio, ma rifiutava il mondo da Lui creato).
Nella solitudine di Peredelkino – compagno d’anima di R. M. Rilke, amici preziosi le opere di Joyce, Proust, Mann – Pasternak mise mano (quando non si sa) al suo romanzo Il dottor Zivago. Si seppe che lo aveva terminato quando offrì ai suoi lettori alcune poesie attribuendole al protagonista del romanzo, il dottor Zivago, appunto.
Il romanzo, la cui trama si snoda nell’arco di mezzo secolo, comincia alla vigilia della prima rivoluzione del 1905 e si conclude con la fine della seconda guerra mondiale: inevitabilmente tutta la vita dell’autore vi si rispecchia, anche se Pasternak negò sempre che Zivago fosse lui stesso. Vero è che il romanzo rappresentava la realtà del suo tempo dove agiscono personaggi – una piccola folla! – ben inserita nel quotidiano, coi loro incontri e i loro scontri: una realtà corposa, complicata che comprende la prima guerra mondiale, la rivoluzione, la guerra civile. Proprio per queste sue caratteristiche è quasi impossibile riassumere la complessa trama dl romanzo.
Jury Zivago, figlio di un ricco industriale, perduta la madre a dieci anni cresce, come era cresciuto Pasternak, in un ambiente di intellettuali. Come il suo autore, Zivago studia filosofia, ama la poesia, pur esercitando la professione di medico. Nel romanzo è descritta l’adolescenza di Pasternak e quella di Tonja Gromiko, la sua futura moglie. Durante la guerra Zivago si sposa e a causa della rivoluzione è costretto a fuggire in Siberia con la moglie. Ed è durante questo forzato soggiorno che Zivago reincontra Lara. L’aveva vista per la prima volta nel 1905: era entrato per caso nella stanza dell’albergo dove la madre di Lara aveva tentato di suicidarsi. Ora – 1917 – è infermiera in un ospedale e sta cercando il marito Antipov dato per disperso dopo un attacco. Due anni dopo la ritrova “per caso” in una biblioteca di Juratin. Il caso! Qualcuno ha detto che il caso è la Provvidenza in incognito. Sia come sia, con quanta maestria Pasternak sa manovrare questo “caso”!
A un certo punto della storia Zivago decide di confessare alla moglie l’amore che in lui è nato per la bella coraggiosa Lara, ma è fermato da un gruppo di partigiani e costretto a seguirli nel folto della foresta per curare i compagni feriti. Ed è qui che si trova faccia a faccia con Antipov, il marito di Lara, diventato capo del partigiani col nome di Strel’nikov. Quando Zivago può finalmente tornare libero a Mosca, non trova più né la moglie, né gli altri parenti espulsi dalla Russia e rifugiati a Parigi. […]
Il dattiloscritto, rifiutato dall’Unione degli Scrittori, non poté venir pubblicato in Russia, perché giudicato un “libello” antisovietico. Lo pubblicò in Italia Feltrinelli nel 1957, prima tradotto in italiano, poi nel testo russo. La critica occidentale accolse il libro trionfalmente, tanto che nel 1958 a Pasternak venne assegnato il Premio Nobel per la letteratura.
La notizia fu considerata in Russia come un insulto alla rivoluzione, Pasternak fu accusato di tradimento, minacciato di espulsione. Lo scrittore rifiutò il prestigioso Premio, si chiuse in un amaro silenzio, non uscì più dal suo volontario esilio. Mori il 30 gennaio 1960.
Quante polemiche intorno a quel libro! Fu valutato sotto tutti i punti di vista. Ma è innegabile che per le stupende descrizioni della natura, le avvincenti pagine che danno immagine alle vicende della guerra e della rivoluzione, il modo sapiente di delineare o scolpire i personaggi, l’attento studio psicologico dello sviluppo dei sentimenti in lotta con l’intelletto… Il dottor Zivago è sì un’opera di altissimo livello artistico, di ineffabile poesia.

Pasternak a 65 anni
La dacha di Pasternak

 

 

 

 

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