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LETTERATURA E CRITICA > Ines Belsky Lagazzi, Aleksandr Sergeevic Puskin, 1987
Era nato lo stesso anno di Balzac e di Heine, un anno dopo Leopardi, da genitori di antica nobiltà, ma troppo presi dagli impegni mondani per occuparsi del figlio, che ebbe affetto e calore soltanto dalla nonna materna e dalla njanja Arina che gli narrava fiabe popolari. Ebbe precettori francesi, ma la sua cultura si formò soprattutto sui libri di casa. Conosceva il francese anche meglio del russo e lesse prestissimo Molière e Rousseau, Montesquieu e Voltaire; a dodici anni venne ammesso al liceo che lo zar Alessandro I aveva appena istituito a Carskoe Selo, non lontano da Pietroburgo, per i giovani ingegni della nobiltà russa. E fu qui che si manifestò la sua vocazione artistica. È del 1820 il poema Ruslan e Ljudmila che lo rese popolare tra i coetanei, ma gli attirò le acerbe critiche dei letterati conservatori. Dopo gli studi entrò al Ministero degli Esteri e la sua vita si snodò tra salotti, teatri, avventure galanti e fantasie poetiche, pur continuando a scrivere. Si accostò agli ambienti liberali e fece un po’ di politica, anche se i veri cospiratori non lo presero mai sul serio; tuttavia rischiò la Siberia per aver letto in pubblico dei versi poco ortodossi contro Alessandro I. Se la cavò con vari trasferimenti e più o meno lunghi periodi di esilio, durante i quali scrisse i Poemi meridionali, Il prigioniero del Caucaso, I fratelli masnadieri, e stupisce notare come egli costruisca un linguaggio di assoluta autonomia e sappia assimilare per virtù istintiva materiali eterogenei: l’occasione autobiografica, la rievocazione storica, il costume, la polemica politico-culturale, la fantasiosa rappresentazione esotica, e sappia darci al tempo stesso un quadro realistico della quotidianità contemporanea. Ed ecco ancora La fontana di Bachcisaraj, Gli zingari, Il conte Nulin (scritto in due giorni) di tono romantico, ma già vigoroso di motivi originali. Poi fu mandato a Odessa come addetto alla segreteria del governatore generale, conte Voroncov, che... aveva una moglie troppo bella. Anche Odessa parve bellissima a Puskin: si davano opere italiane, c’erano molti italiani, i ristoranti francesi e un’animazione quasi meridionale. Fu certamente qui che cominciò a scrivere il suo poema in versi, l’Eugenio Oneghin (vi si trovano infatti molti italianismi e per di più la protagonista Tatiana somiglia troppo a Elisaveta Voroncova). Risultato? Un brusco licenziamento: Voroncov aveva giudicato Puskin un dipendente scomodo. Puskin raggiunse allora la proprietà materna di Michajlovskoe, a sud di Pietroburgo, e furono due anni di intenso studio e di accanito lavoro. Scrisse il grande poema storico Boris Godunov e un’infinità di liriche, tra cui Il profeta, Il poeta, La plebe... Intanto alla morte di Alessandro I era salito al trono Nicola I, che era riuscito a sedare la rivolta dei Decabristi. Il nuovo zar volle mostrarsi magnanimo, mandò un poliziotto a prelevare Puskin, lo ricevette nel convento moscovita di Cudov e in cambio di una promessa di “ravvedimento” gli concesse il suo “perdono” e un piccolo posto. Puskin rimarrà comunque sempre una specie di sorvegliato speciale. Dopo aver pubblicato il poema Poltava portò a termine l’ Eugenio Oneghin (8 capitoli, 5541 versi) una vera enciclopedia della vita russa (così ebbe a dire il critico Belinskij). È l’opera che meglio rispecchia la personalità del poeta, un’opera, unica nella letteratura mondiale, di imprevedibile varietà: ci sono descrizioni, toni ironico-sentimentali, indagini psicologiche, polemiche culturali, analisi d’ambiente, quadri di costume. C’è tutta la società russa contemporanea coi suoi problemi, i suoi uomini in vista. Ancora in questo periodo, Puskin compose le “piccole tragedie”, sorta di poemetti drammatici: Mozart e Salieri, Il cavaliere avaro, Il convitato di pietra, Il festino durante la peste e il racconto Dubrovskij. E poi ecco i Racconti di Belkin, mirabili esempi di narrativa. 1830. Stanco ormai di avventura, Puskin sposa la bellissima Natal'ja Goncarova, e fu un matrimonio infausto. È davvero il principio della fine. Il poeta si copre di debiti per saziare il desiderio di lusso della moglie, le pretese della suocera. Natal'ja è così bella che se ne invaghisce anche lo zar, il quale, per averla a corte, nomina Puskin gentiluomo di camera, un posto adatto a un diciottenne, non certo a un poeta affermato. Nonostante tutto, continua a scrivere: Il cavaliere di bronzo, un romanzo diventato famoso: La figlia del capitano, dove è raccontata la rivolta di Pugacëv, La dama di picche, alcune fiabe, e riesce perfino a varare una rivista: Il contemporaneo. Poi il cerchio si chiude. Puskin sfida a duello l’ennesimo corteggiatore della frivola moglie, il barone D’Anthes. Ferito a morte da un uomo banale, per una donna banale, morirà dopo due giorni di agonia. Nessuno commemorò la sua morte, il capo della gendarmeria aveva proibito ai giornali ogni necrologio; soltanto uno, L‘invalido russo scrisse, eludendo il divieto: “Il sole della nostra poesia è tramontato”. Amore e amicizia furono i temi chiave della poesia di Puskin e naturalmente la bontà cui entrambi i sentimenti convergono, perché nell’amicizia egli portò amore e, cosa assai più rara, portò l’amicizia nell’amore. Un esempio? Io
vi amai, l’amore forse Una poesia rasserenante, la sua, che ha il dono di togliere al dolore e alla banalità il loro motivo di tormento, e di ricondurre sulla terra la grazia celeste e terrena della bontà. Soltanto molto più tardi Puskin ebbe la fama che meritava. Tolstoj e Dostoevskij lo considerarono il loro maestro. Dostoevskij nel discorso commemorativo tenuto nel 1880 disse che “la sua feconda versatilità aveva aperto nuove vie a tutti i generi, dalla lirica alla narrativa, per gli scrittori russi del secolo, e si era posta come esperimento, innovazione, fondazione di una nuova lingua”.
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