LETTERATURA E CRITICA > Ines Belsky Lagazzi, Russia: ieri e oggi, 1998

 

Ho molto amato la Russia fin da quando giovinetta studiavo i suoi poeti e divoravo le opere di Cechov, Tolstoj, Dostoevskij, Majakovskij, e più ancora l’ho amata da quando sposai l’unico figlio di nobili moscoviti sfuggiti alle stragi della rivoluzione del ‘17 e ne condivisi le silenziose nostalgie di esule, fino alla sua morte.
Mosca divenne capitale nel 1472 quando Ivan III adottò come simbolo l’aquila a due teste e si autonominò Czar (dal latino Caesar), imperatore di tutte le Russie. Sua moglie Sofia, che fino al matrimonio aveva vissuto a Roma, portò a Mosca lo stile italiano e un buon numero di architetti e di artisti già celebri. Mosca divenne la “città dalle cupole d’oro” come la chiamò Napoleone, quando vi entrò nel 1812.
Fu un impero autoritario, con i nobili e i muzhik che lavoravano la terra. Tuttavia non fu mai schiavitù, talvolta il servo diventava più ricco del padrone. Quando nel 1861 Alessandro II abolì la schiavitù, i contadini furono sconvolti. Erano sì diventati liberi, ma dovevano comperarsi gli strumenti di lavoro e imparare a vivere autonomamente. Con anni di graduali riforme e progressi economici, la Russia arrivò a superare in importanza l’America e l’Europa, mandò grano a mezzo mondo. I nipoti dei servi della gleba avevano trasformato la Russia in un paese prospero, civile, moderno. Ma il comunismo di Lenin e dei suoi successori trasformò i cittadini liberi in schiavi, non più della nobiltà, ma dello Stato. “Lo Stato è mio padre – recitavano i russi ben catechizzati – mi dà lavoro, la casa, uno stipendio, ha cura della mia salute, mi manda in vacanza, istruisce i miei figli, alla mia morte mi seppellirà dignitosamente, a sue spese”. Sì, c’era il KGB, c’erano le deportazioni, le “purghe”, le “case morte”, ma i giornali non ne parlavano. La Russia era il paese dell’egualitarismo. I capi forse godevano di alcuni privilegi, ma in apparenza non esistevano né ricchi, né poveri, non esisteva l’inflazione, né disoccupazione.
L’emancipazione dei russi è cominciata nel 1992 con la caduta di Gorbacëv e l’avvento di Eltsin. Due personaggi all’opposto: Michail Gorbacëv colto, garbato, conciliante, simpatico a noi occidentali, aveva attuato una serie di riforme passate col nome di perestrojka (ristrutturazione) e di glasnost (trasparenza), concessa una certa libertà di stampa, furono smascherate molte falsificazioni e liberati deportati politici. Fu giudicato, sì, un buon tattico, però senza una strategia e alle prime elezioni i Russi gli preferirono Boris Eltsin: prepotente, brutale, gran bevitore (Gorbacëv era addirittura astemio!). Forse i russi si riconobbero meglio in lui, tanto che fu rieletto nel 1996. E che fosse prepotente lo dimostrò, stroncando a cannonate l’insurrezione armata del Parlamento.

E intanto il volto della Russia è cambiato. Mosca si è come svegliata dal lungo, austero sonno, è diventata un giardino incantato. Bella di luci. È una metropoli elegante, fitta di casinò, discoteche, night club, ristoranti lussuosi. Pietroburgo incanta al primo sguardo, splendida di boutique (Versace, Valentino, Ferré…) coi suoi favolosi palazzi azzurri abilmente ristrutturati. Anche la gente è cambiata. Il rozzo contadino non esiste più, le donne non prendono più botte dai mariti ubriachi, non trasportano più pesanti sbarre di pietra per pavimentare le strade (Solzhenitsyn era inorridito, vedendole). Il vento di libertà ha sguinzagliato per le strade miriadi di “lucciole”. Il mestiere è facile, redditizio: hanno bei vestiti, l’auto, l’appartamento. Ci sono però anche donne che lavorano col cervello e raggiungono posizioni di prestigio. Il capitalismo ha pure creato un nuovo tipo maschile. Il rozzo contadino è diventato imprenditore, ha partecipazioni in banche private, ha anche scoperto l’amore. Si vedono per le strade fidanzati premurosi e gentili, giovani padri con un figlio per mano. I ragazzi che un tempo sognavano di diventare ingegneri per edificare il comunismo aspirano oggi alla dirigenza d’azienda. Saranno avvocati, notai, giudici. Le ragazze, tutte belline, sognano di diventare fotomodelle.
Ma esiste anche il rovescio della medaglia. L’assoluta libertà di stampa rivela che esiste la mafia, che si compiono delitti (forse accadeva anche prima, ma non si sapeva) e i giornali sono colmi di rapine, furti, stupri. Anche i russi ora pagano la vietka (bustarella) per superare un esame, un concorso, trovare lavoro, un posto in ospedale: sta sviluppandosi una tangentopoli simile alla nostra.
Crollata l’Urss, la Russia è diventata il paese della disuguaglianza più sfrenata. Miliardari e morti di fame. Banchieri e disoccupati senza scarpe. Negozi smaglianti, case da gioco degne di Las Vegas. C’è tuttavia anche gente normale che lavora onestamente, va in villeggiatura due settimane l’anno, pranza dai McDonald’s sorti a ogni angolo. La TV ha tre canali con buoni film americani, quiz, giochi come i nostri, telenovele. Le edicole traboccano di riviste di ogni tipo, talune con le nostre testate: Cosmopolitan, Play Boy. Ricordo il tempo non lontano in cui il personale degli aeroporti frugava nelle valigie dei turisti, per sequestrare le riviste illustrate giudicate pornografiche (magari soltanto per un timido nudo) che i viaggiatori portavano con sé.
Il servizio militare sarebbe obbligatorio, ma ci sono mille mezzi per evaderlo; ci sono le accademie militari, ma mancano gli aspiranti cadetti. A Mosca c’è ancora il Bolscioj fondato da Caterina nel !775 (Bolscioj significa “grande”), ma niente è più come prima. Eltsin non lo sovvenziona più, così come non sovvenziona l’attività culturale della nazione, scrittori compresi. La musica d’importazione ha conquistato la Russia: opere liriche, canzoni napoletane, rock caldo o freddo. Furoreggiano le commedie di De Filippo nei teatri dl prosa. Frequentatissimo il circo, importato in Russia agli inizi dell’Ottocento dal milanese Gaetano Ciniselli. Interessante è la storia delle cattedrali, prima demolite o trasformate in musei, ora splendidamente ripristinate e affollatissime. Pare che i Russi abbiano smesso di credere al diavolo e abbiano ritrovato Dio. Già, è il cuore che cerca Dio, non la ragione.

 

 

 

 

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