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Emilio
Salgari, Gli orrori della Siberia, 1900
Nel
1900, con il romanzo Gli orrori della Siberia, Emilio Salgàri
(1862-1911) iniziò il suo “ciclo russo”, nel quale sono poi comparsi
I figli dell’aria (1904), Il re dell’aria (1907) e
Le aquile della steppa (1907), affiancati ai racconti di Un’avventura
in Siberia, scritti tra il 1895-1902.
Emilio Carlo Giuseppe Maria Salgari nacque a Verona, studiò al
Regio Istituto Tecnico e Nautico “P. Sarpi” di Venezia, senza conseguire
il titolo di capitano di marina, e abitò, dopo il matrimonio,
a Torino e a Genova-Sampierdarena: nessun viaggio all’estero, né
avventure vissute in prima persona. Furono soltanto la fantasia, la
curiosità verso i Paesi esotici e la lettura di libri a farlo
diventare uno dei più popolari scrittori italiani di storie fantastiche,
con un’ottantina di opere e un centinaio di racconti, distinti in vari
cicli avventurosi, e con l’invenzione di personaggi di grande successo,
come Sandokan e il Corsaro Nero, inseriti in un accurato contesto storico-geografico.
Tuttavia, al successo corrispose una vita grama, perché fu sempre
indebitato a causa della sua ingenuità e dell’ingordigia degli
editori (1) e per la cura della moglie – l’attrice di teatro Ida Peruzzi,
che presto iniziò a dare segni di follia, finché nel 1911
fu ricoverata in manicomio – e il mantenimento dei loro quattro figli:
Omar, Nadir, Romero e Fatima.
Eppure Salgari era considerato “il Verne italiano”, l’unico che potesse
competere con la narrativa di Jules
Verne e lo stesso Salgari ne era cosciente, come scrisse nel 1899:
«Spero presto di aver i miei lavori pubblicati in tutte le lingue
d’Europa e fare una guerra in regola all’ormai troppo vecchio Verne»,
raccontando al destinatario della lettera, l’abate Pietro Caliari, suo
insegnante a Venezia, i propri successi editoriali in Francia, Germania,
Spagna, Russia e Argentina. E lo ribadì in una lettera del 1900,
dove si presentò come «colui che chiamano il Verne italiano».
Tuttavia, la sua fama non gli era di sollievo: «La professione
dello scrittore dovrebbe essere piena di soddisfazioni morali e materiali.
Io invece sono inchiodato al mio tavolo per molte ore al giorno ed alcune
della notte, e quando riposo sono in biblioteca per documentarmi. Debbo
scrivere a tutto vapore cartelle su cartelle, e subito spedire agli
editori, senza aver avuto il tempo di rileggere e correggere»,
scrisse nel 1909 all’amico disegnatore e scenografo “Gamba” (pseudonimo
di Giuseppe Garuti, che gli illustrò quindici romanzi). La polemica
era naturalmente rivolta agli editori, non già a Verne – di cui
lo scrittore italiano aveva letto tutti i libri, parafrasandone anche
qualche titolo – e neppure al pubblico, che accolse sempre con entusiasmo
i suoi libri: del primo romanzo, I misteri della Jungla nera
(1895) fu venduto un milione di copie, ma all’Autore fu corrisposto
un forfait di appena 250 lire.
Salgari formò generazioni di ragazzi, tra cui spicca l’argentino
Jorge Luis Borges (1899-1986), poeta e scrittore di racconti fantastici,
che ricordava: «A cinque anni iniziavo ad entrare in quell’inesauribile
scenografia esotica che Salgari ha potuto edificare nei suoi molti romanzi.
Lo preferivo quasi al più noto e sofisticato Jules Verne. [...]
Non credo che fosse mai uscito dall’Italia, dalla sua chiusa provincia
ligure e piemontese. Eppure, l’esotico, l’altrove, l’imprevisto, nelle
sue pagine si fa sontuoso, ridondante, ammaliatore. Forse era solo un
frequentatore abituale delle biblioteche popolari per poter consultare
erbari, manuali di zoologia, antologie illustrate sulle razze umane,
per poter descrivere dal vivo, nei suoi romanzi di avventure, lui così
pavido, quelle sette di guerrieri, quei gruppi etnici, quegli adepti
di strane religioni, che nelle sue pagine sembrano eternamente fissi
alla loro natura senza tempo».
Come
in Verne, le ambientazioni spaziano nei cinque continenti, lo sviluppo
del progresso tecnico e scientifico alimenta la fantasia, i fatti reali
forniscono spunti e le storie mostrano i buoni valori dell’epoca in
cui furono scritte, ma la narrativa di Salgari risulta più attenta
all’attualità e, in particolare, alle sue “negatività”,
come l’imperialismo con le guerre di frontiera e le rivendicazioni dei
popoli indigeni o, ne Gli
orrori della Siberia, la “scoperta” delle deportati e delle loro
allucinanti condizioni di vita. Inoltre, rispetto a Verne, la prosa
salgariana ha un taglio più veloce e semplificato, è meno
attenta ai particolari, non si dilunga in descrizioni geografiche, mostra
una inventiva più prudente riguardo al futuro, è più
ricca di personaggi e di avvenimenti concatenati. E i lettori appassionati
non mancano di sottolineare, specialmente nel romanzo Le meraviglie
del duemila (anteriore al 1907 e firmato con lo pseudonimo di Guido
Altieri), l’esattezza delle sue previsioni sociali e, soprattutto, geo-politiche:
la riconquista dei territori storicamente italiani e l’indipendenza
della Polonia e dell’Ungheria (ottenute dopo la Grande Guerra), la disgregazione
dell’impero britannico e del Commonwealth con la conseguente indipendenza
di Sud Africa, Canada, Australia e India (avuta rispettivamente nel
1910, 1931, 1938 e 1947), la caduta di ogni utopia («Era una bella
utopia che in pratica non poteva dare alcun risultato, risolvendosi
infine in una specie di schiavitù»: frase spesso associata
a quanto successo, o succede, nei Paesi comunisti) e altro ancora. (2)
Gli
orrori della Siberia – qui riprodotto integralmente e con la copertina
di Enrico Zanetti – non contiene invenzioni mirabolanti, è un
classico romanzo di avventure, nemmeno annoverabile tra le opere migliori
di Salgari, nel quale tuttavia, fra i topos tipici di questa
letteratura (il viaggio, la natura contraria, le lotte con le fiere
e i traditori...), si individua la percezione dell’impero zarista –
potente e crudele, ma ingenuo e corruttibile – che si aveva in Italia
all’aprirsi del XX secolo. E, a differenza del Michele
Strogoff di Verne, si avverte un sottofondo pessimistico, che, infatti,
non fa chiudere la storia: i protagonisti sono liberi, ma non nella
patria natia. D’altronde la vita di Salgari era avara di gratificazioni:
il sogno di viaggiare inappagato, il suicidio del padre (1889), l’assillo
dei debiti, la salute malferma, i primi segni di follia della moglie,
l’avvenire incerto dei figli... Dopo un tentativo fallito, Salgari si
suicidò il 25 aprile 1911, facendo harakiri. Anche due suoi figli
moriranno suicidi, Romero nel 1931 e Omar nel 1963.
Note:
1. Sui rapporti di Salgari con gli editori (che gli imponevano tre romanzi
all’anno per un compenso fisso irrisorio), si legga la relazione a un
convegno tenutosi nel 1999: cliccare
qui (pdf).
2.
Un elenco delle previsioni geo-politiche e delle invenzioni preconizzate
da Salgari nel romanzo Le meraviglie del duemila è in
G. de Turris, Salgari Duemila, in “Liberal” n. 15 (dicembre
2002-gennaio 2003), pp. 158-165.
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