LETTERATURA E CRITICA > Ines Belsky Lagazzi, Ivan Sergeevic Turgenev, 1989

 

Poeta, novelliere, romanziere, drammaturgo, Turgenev fu anche per ragioni cronologiche il primo della triade più famosa del mondo letterario russo del sec. XIX. Nato nel 1818, tre anni prima di Dostoevskij, dieci prima di Tolstoj, sopravvisse a Dostoevskij due anni, mentre Tolstoj sopravvisse a lui di oltre un quarto di secolo. Dei due ebbe in più cultura filosofica.
Come Tolstoj apparteneva a famiglia di antica nobiltà: era un signore di campagna, un autentico barin, padrone di una ricca tenuta nella opulenta zona delle terre nere della Russia centrale, in provincia di Orel.
Ebbe una fanciullezza difficile per il carattere aspro della madre, alla quale tuttavia si sottrasse presto andando a studiare economicamente indipendente – a Mosca e poi a Pietroburgo, dove cominciò a frequentare i circoli letterari. Più tardi fu in Germania dove studiò con Werder, allievo di Hegel: ne tornò occidentalista, pur restando profondamente, intimamente russo.
Osservatore pacato, nutrito in clima patriarcale che attutiva le asprezze più sgradite della servitù della gleba, Turgenev aveva ben compreso lo stato di inferiorità del contadino, ma anche la sua larga umanità, pur se inselvatichita, e le aspirazioni soffocate. Non condivideva tuttavia le speculazioni dogmatiche e le intolleranze motivate dall’ignoranza, da una lunga storia di soprusi, da uno spietato sfruttamento economico. Egli però non sapeva respingere, condannare drasticamente, odiare in blocco: distingueva, avanzava riserve, compativa.
L‘equilibrato Turgenev osservava le trasformazioni del tempo non da ideologo o da uomo di partito, ma da scrittore, da poeta.
Trovò ben presto la sua strada di letterato, vi contribuì molto l’amore per la cantante francese Pauline Garcìa Viardot (un amore che lo accompagnò per tutta la vita – nella foto un ritratto eseguito da Pauline) e divenne, lui, l’occidentalista, uno dei più grandi cantori della terra russa.
Poeta, fu nella scia di Lermontov; prosatore, cominciò con racconti di tono romantico ricchi di particolari descrittivi realistici, ma divenne famoso con le Memorie di un cacciatore, in cui si rivela artista incomparabile nel descrivere la natura, gli ambienti, gli uomini. Si tratta di racconti che vivono ciascuno di vita propria, ma nel loro complesso danno luogo a un’opera organica. Uscirono in volume nel 1852, fecero subito scalpore. Ci fu chi li definì “un’armoniosa serie di colpi, un vero fuoco di fila contro l’esistenza dei proprietari”. La poetessa Rostopcina [Rostopchina] scrisse: “Voilà un livre incendiarie”.
Ci fu chi fece notare che i racconti erano stati scritti soprattutto all’estero. E Turgenev così rispose: “Questi studi, nuovi per il loro tempo, ma in seguito superati, furono da me scritti all’estero, alcuni di essi nei gravi momenti di dubbio se ritornare oppure no in patria. Io non ho mai riconosciuto quella linea che molti zelanti, ma poco informati vogliono tracciare tra la Russia e l’Europa Occidentale, quell’Europa alla quale ci legano così strettamente razza, lingua, fede”.
Comunque fu opinione generale che fossero stati proprio quei racconti a provocare l’atmosfera in cui si preparò l’emancipazione dei servi della gleba, che ebbe la sua consacrazione col manifesto dello zar Alessandro II del 9 febbraio 1861. “Se avessi l’orgoglio di queste cose – scrisse Turgenev – domanderei che si incidesse sulla mia tomba ciò che questo libro ha fatto per l’emancipazione dei servi. Sì, non domanderei che questo. L’imperatore Alessandro mi ha fatto dire che la lettura dei miei racconti è stato uno dei motivi della sua determinazione”.
Il critico Belinskij, che si era sempre mostrato duro con Turgenev non riconoscendogli ingegno creativo, si disse “incantato dalla deliziosa bellezza della sua pittura della realtà, senza preoccupazione di cercarvi intenzioni nascoste”.
Il più entusiastico giudizio fu forse quello di George Sand: “Quale pittura da maestro! Come si vedono, si sentono, si conoscono tutti quei contadini del Nord ancora servi! E tutti quei borghesi di campagna, o gentiluomini, di cui tracciate una immagine palpitante di colore e di vita! È un mondo nuovo in cui voi ci fate penetrare, e nessun monumento storico può rivelare la Russia meglio di queste figure così ben studiate e questi costumi così ben veduti”.
Goncarov [Goncharov] così si espresse: “Nelle Memorie di un cacciatore Turgenev ha cantato la natura russa e la vita della campagna come nessuno”. E Tolstoj: “La prosa di Turgenev suona come musica, come la profonda musica di Beethoven”.
Infatti la musicalità della frase turgeneviana è una costante della critica, così come luogo comune è l’ammirazione per le splendide descrizioni dei paesaggi. Infatti dalle sue prime pagine alle ultime che scrisse, Turgenev diede un’importanza eccezionale alla lingua. Naturalmente solo conoscendo a fondo il russo (questa lingua che egli definì “grande, possente, veridica e libera”) è possibile apprezzarne l’armonia.
Dopo i racconti vennero i romanzi: Rudin, Fumo, Terra vergine, Un nido di nobili, Alla vigilia, Padri e figli. Quest’ultimo è l’opera che più è rimasta legata al nome del suo autore. Protagonista è Bazarov, detto “il nichilista” perché non si piegava ad alcuna autorità e non accettava alcun principio senza esame. Bazarov è uno studente di medicina prossimo alla laurea. Dopo tre anni di assenza torna a casa insieme all’amico Kirsanov.
Sostano entrambi presso il padre e la zia di Kirsanov, ma ben presto si scontrano coi parenti (rappresentano la generazione dei figli) per le idee che portano in sé e per il modo altezzoso con cui Bazarov le esprime. A proposito del problema femminile, Bazarov nega l’idea di femminilità, perché al sentimento egli ha sostituito l’anatomia. Fatalità vuole però che egli si innamori proprio nel modo tanto disprezzato. Ma la donna, Anna Odincova, nonostante l’interesse che il giovane suscita in lei, sfugge alle sue proposte, ed egli si sente perduto, come non avesse più niente da fare al mondo. Torna dai genitori, i quali lo ammirano, ma al tempo stesso lo temono. Per trovare una ragione di vita, Bazarov si dedica agli esperimenti scientifici. Un giorno, operando un ammalato di tisi si ferisce. Per trascuratezza non cauterizza la ferita e muore.
Il romanzo suscitò molte critiche e altrettante polemiche, fu giudicato “negativo” dal punto di vista sociale, ricco non di personaggi vivi, ma soltanto di idee astratte. Un critico illustre, Antonovic, rimproverò allo scrittore di non aver tenuto fede al titolo, perché invece di descrivere i rapporti tra padri e figli aveva scritto un panegirico dei padri e un atto d’accusa contro i figli. Ciò non toglie tuttavia che in Padri e figli Turgenev abbia toccato il punto più alto della sua arte di romanziere, perfetto nella presentazione delle figure umane, nella descrizione della natura, nella caratterizzazione dell’ambiente quale il romanzo russo non aveva ancora conosciuto. A tutto ciò va aggiunta la perfezione stilistica.
Il più spontaneo e bel giudizio su Padri e figli lo diede, fuor dalle polemiche sociali, Anton Cechov: “Dio mio! Quale magnificenza! Addirittura da gridare al soccorso! La malattia di Barzanov è descritta con tanta forza che ho avuto la sensazione di esserne contagiato! E la fine di Bazarov? E i vecchi? Semplicemente geniale!”. Da tener presente che Cechov oltreché scrittore era anche medico.
Se Padri e figli è ancor oggi giudicato il capolavoro di Turgenev, noi italiani non dobbiamo dimenticare la simpatia umana che ebbe per noi, e il bene che disse delle nostre città nel romanzo Alla vigilia. Venezia gli ispirò squisite descrizioni: Chi non ha visto Venezia d’aprile non può affermare di conoscere l’inesprimibile incanto di questa magica città. La mitezza e la dolcezza della primavera si addicono a Venezia, come lo splendente sole estivo alla magnifica Genova, come l’oro e la porpora dell’autunno alla grande vegliarda che è Roma. A somiglianza della primavera, la dolcezza di Venezia commuove e desta desideri, rende languidi e accende un cuore inesperto come la promessa di una felicità vicina e misteriosa. Tutto in lei è luminoso e comprensibile, ma pur circonfusa dalla sonnolenta nebbiolina ha tutta la delicatezza di un innamorato silenzioso. Tutto in lei tace, eppur tutto sembra rivolgerci un saluto, tutto in lei è femminile a cominciare dalle stesso nome e non per niente ha avuto l’epiteto di bella”.
Tuttavia è Roma a soggiogarlo, a liberarlo dalle crisi depressive, a spingerlo alla lettura dei classici. Così si esprime in una lettera a un amico: “Roma è un incanto. Sapendo che presto me ne dovrò separare me ne sono ancora maggiormente innamorato. In nessuna altra città voi provate questa continua impressione che tutto quello che è grande, bello, significativo è vicino, a portata di mano, anzi, vi circonda continuamente e quindi in ogni istante è possibile accedere a un santuario...”
Ivan Turgenev morì a Bougival (Francia) nel 1883. Gli era accanto la fedele Pauline.

Turgenev – L’orologio (303kB)
Turgenev – Punin e Baburin (360kB)

 

 

 

 

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