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| LETTERATURA E CRITICA > Ines Belsky Lagazzi, Ivan Sergeevic Turgenev, 1989
Ebbe una fanciullezza difficile per il carattere aspro della madre, alla quale tuttavia si sottrasse presto andando a studiare economicamente indipendente - a Mosca e poi a Pietroburgo, dove cominciò a frequentare i circoli letterari. Più tardi fu in Germania dove studiò con Werder, allievo di Hegel: ne tornò occidentalista, pur restando profondamente, intimamente russo. Osservatore
pacato, nutrito in clima patriarcale che attutiva le asprezze più sgradite
della servitù della gleba, Turgenev aveva ben compreso lo stato di inferiorità
del contadino, ma anche la sua larga umanità, pur se inselvatichita,
e le aspirazioni soffocate. Non condivideva tuttavia le speculazioni
dogmatiche e le intolleranze motivate dall’ignoranza, da una lunga storia
di soprusi, da uno spietato sfruttamento economico. Egli però non sapeva
respingere, condannare drasticamente, odiare in blocco: distingueva,
avanzava riserve, compativa.
Poeta, fu nella scia di Lermontov; prosatore, cominciò con racconti di tono romantico ricchi di particolari descrittivi realistici, ma divenne famoso con le Memorie di un cacciatore, in cui si rivela artista incomparabile nel descrivere la natura, gli ambienti, gli uomini. Si tratta di racconti che vivono ciascuno di vita propria, ma nel loro complesso danno luogo a un’opera organica. Uscirono in volume nel 1852, fecero subito scalpore. Ci fu chi li definì “un’armoniosa serie di colpi, un vero fuoco di fila contro l’esistenza dei proprietari”. La poetessa Rostopcina scrisse: “Voilà un livre incendiarie”. Ci fu chi fece notare che i racconti erano stati scritti soprattutto all’estero. E Turgenev così rispose “Questi studi, nuovi per il loro tempo, ma in seguito superati, furono da me scritti all’estero, alcuni di essi nei gravi momenti di dubbio se ritornare oppure no in patria. Io non ho mai riconosciuto quella linea che molti zelanti, ma poco informati vogliono tracciare tra la Russia e l’Europa Occidentale, quell’Europa alla quale ci legano così strettamente razza, lingua, fede”. Comunque fu opinione generale che fossero stati proprio quei racconti a provocare l’atmosfera in cui si preparò l’emancipazione dei servi della gleba, che ebbe la sua consacrazione col manifesto dello zar Alessandro II del 9 febbraio 1861. “Se avessi l’orgoglio di queste cose - scrisse Turgenev - domanderei che si incidesse sulla mia tomba ciò che questo libro ha fatto per l’emancipazione dei servi. Sì, non domanderei che questo. L’imperatore Alessandro mi ha fatto dire che la lettura dei miei racconti è stato uno dei motivi della sua determinazione”. Il
critico Belinskij, che si era sempre mostrato duro con Turgenev non
riconoscendogli ingegno creativo, si disse “incantato dalla deliziosa
bellezza della sua pittura della realtà, senza preoccupazione di cercarvi
intenzioni nascoste”. Dopo
i racconti vennero i romanzi: Rudin, Fumo, Terra vergine,
Un nido di nobili, Alla vigilia, Padri e figli.
Quest’ultimo è l’opera che più è rimasta legata al nome del suo autore.
Protagonista è Barzanov, detto “il nichilista” perché non si piegava
ad alcuna autorità e non accettava alcun principio senza esame. Barzanov
è uno studente di medicina prossimo alla laurea. Dopo tre anni di assenza
torna a casa insieme all’amico Kirsanov. Il
romanzo suscitò molte critiche e altrettante polemiche, fu giudicato
“negativo” dal punto di vista sociale, ricco non di personaggi vivi,
ma soltanto di idee astratte. Un critico illustre, Antonovic, rimproverò
allo scrittore di non aver tenuto fede al titolo, perché invece di descrivere
i rapporti tra padri e figli aveva scritto un panegirico dei padri e
un atto d’accusa contro i figli. Se Padri e figli è ancor oggi giudicato il capolavoro di Turgenev, noi italiani non dobbiamo dimenticare la simpatia umana che ebbe per noi, e il bene che disse delle nostre città nel romanzo Alla vigilia. Venezia gli ispirò squisite descrizioni: “Chi non ha visto Venezia d’aprile non può affermare di conoscere l’inesprimibile incanto di questa magica città. La mitezza e la dolcezza della primavera si addicono a Venezia, come lo splendente sole estivo alla magnifica Genova, come l’oro e la porpora dell’autunno alla grande vegliarda che è Roma. A somiglianza della primavera, la dolcezza di Venezia commuove e desta desideri, rende languidi e accende un cuore inesperto come la promessa di una felicità vicina e misteriosa. Tutto in lei è luminoso e comprensibile, ma pur circonfusa dalla sonnolenta nebbiolina ha tutta la delicatezza di un innamorato silenzioso. Tutto in lei tace, eppur tutto sembra rivolgerci un saluto, tutto in lei è femminile a cominciare dalle stesso nome e non per niente ha avuto l’epiteto di bella”. Tuttavia è Roma a soggiogarlo, a liberarlo dalle crisi depressive, a spingerlo alla lettura dei classici. Così si esprime in una lettera a un amico: “Roma è un incanto. Sapendo che presto me ne dovrò separare me ne sono ancora maggiormente innamorato. In nessuna altra città voi provate questa continua impressione che tutto quello che è grande, bello, significativo è vicino, a portata di mano, anzi, vi circonda continuamente e quindi in ogni istante è possibile accedere a un santuario...” Ivan Turgenev morì a Bougival (Francia) nel 1883. Gli era accanto la fedele Pauline.
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