LETTERATURA E CRITICA > Mark Twain, Le mosche e i russi, 1904-1905 (*)

 

Mark Twain è lo pseudonimo di Samuel Langhorne Clemens (1835-1910), figura notissima della letteratura americana. Nato in un piccolo paese del Missouri – che, più tardi, diventerà lo scenario de Le avventure di Tom Sawyer e Le avventure di Huckleberry Finn, i suoi romanzi più famosi – a quattordici anni, a causa della morte prematura del padre, abbandonò la scuola per mettersi a lavorare e svolse svariati lavori, spesso in condizioni orribili e non salariati, per cui diventò presto un attivista contro qualunque genere di soprusi.
Autodidatta e viaggiatore, cominciò a scrivere articoli e, soprattutto, a tenere conferenze sulle sue esperienze a metà degli anni sessanta del XIX secolo, alla fine della guerra civile, affermandosi per la sua grande capacità comunicativa e il suo stile satirico. Lo pseudonimo Mark Twain deriva da un grido dei barcaioli sul Mississippi che significa “segna due (braccia di profondità)” per indicare che la barca non correva rischi di arenarsi. Convinto antimperialista, anticapitalista, antirazzista e anticlericale, Mark Twain è spesso ricordato come una figura contraddittoria, perché, da una parte, si identificava con i poveri e gli oppressi (cosa che gli procurò non pochi fastidi con la polizia) e, dall’altra, era un eccentrico che amava il lusso e scialacquò ingenti patrimoni in speculazioni fallimentari. Morì nel 1910 dopo la scomparsa di due figlie e della moglie Olivia.
Il racconto Le mosche e i russi fu scritto nel 1904-1905, ma fu pubblicato, assieme ad altri racconti sulla religione, molti anni dopo la morte dell’Autore (ossia allo scadere dei diritti d’autore) per i contenuti troppo forti per il conservatorismo americano dell’epoca.
Per i suoi rapporti con la Russia, di cui appoggiò i movimenti rivoluzionari contro l’oppressione dell’autocrazia, si vedano anche l’introduzione e lo stralcio de Gli innocenti all’estero, in cui descrive l’incontro con lo zar Alessandro II in Crimea.

 

Esistono svariati modi per giustificare l’esistenza del genere umano ed alcuni sono molto plausibili. Esistono anche modi più o meno plausibili per giustificare e scusare il permanere di molte nazioni di cui a prima vista verrebbe da dire che avrebbero dovuto cessare di esistere molti secoli fa. Tra queste, si può citare come esempio la nazione russa. Quando passiamo in rassegna le varie epoche ed esaminiamo la storia di quel popolo restiamo perplessi e continuiamo a domandarci: a cosa servono i russi? Come sono saltati fuori? Per intenzione o per errore? Se per intenzione, quale intenzione?
Io, dopo aver meditato e considerato per mesi, penso che si sia trattato di intenzione. Lo dico perché sono sicuro che la loro storia presenti i segni di un disegno intelligente – almeno il disegno – nell’invenzione e nella creazione di questo popolo. Credo che siano stati creati per un motivo; credo che ci si proponesse uno scopo. Penso che ciò sia dimostrato dal fatto che, di secolo in secolo, dall’inizio dei tempi in Russia, essi si siano aggrappati senza esitazione a un unico ideale, un’unica ambizione, un’unica attività, senza curarsi di altro, affannandosi solo per questo, indifferenti a ogni altra cosa.
Esaminate voi stessi questa osservazione alla luce di un’analogia. Come facciamo a sapere a cosa serve il coniglio? La storia del coniglio ci dice a cosa serve il coniglio. Come facciamo a sapere a cosa serve il mollusco? La storia del mollusco ci dice a cosa serve il mollusco. Come facciamo a sapere a cosa serve un idiota? La storia dell’idiota ci dice a cosa serve l’idiota. Se combiniamo queste tre cose e aggiungiamo l’ape, cosa otteniamo? Un russo. Come facciamo a sapere di aver ottenuto un russo? La storia del russo ci dice che è così e al tempo stesso ci rivela a cosa serve.
Il coniglio prigioniero trascorre tutta la vita mitemente sottomesso al padrone, chiunque esso sia; il mollusco trascorre tutta la vita dormendo, inebriato e contento; l’idiota trascorre i suoi giorni immerso in un nebuloso sogno monotono, senza ragionare; l’ape sgobba da mane a sera accumulando miele per un ladro che vive di questo.
Dato che la storia ci mostra che in tutte le epoche la nazione russa fin dal suo sorgere si è dedicata anima e corpo con tutte le sue forze a coccolare, rafforzare, adorare e arricchire un’unica famiglia di ladri, un’unica famiglia di sanguinosi oppressori senza scrupoli, mi pare certo e dimostrato che a questo serva la nazione russa. Appare certo e dimostrato che la creazione di questa nazione sia avvenuta per intenzione. Lucida intenzione. Perché si debba creare una nazione a questo scopo è un’altra faccenda. Non abbiamo modo di scoprirlo. Sappiamo solo che non era previsto nessun vantaggio, non ne è uscito nessun vantaggio e non ne uscirà nessun vantaggio. È un enigma, un fallimento: come l’istituzione della mosca.
Può darsi che quando venne concepita l’idea di creare la nazione russa non si potesse prevedere chiaramente la natura grottesca del risultato. Penso che a volerla vedere con giustizia la cosa sia così. È quanto era accaduto con la mosca. Non sarebbe giusto dar corso al pensiero che la mosca sia stata creata conoscendo perfettamente da subito come si sarebbe comportata. Mi pare indubbio che la mosca sia stata una delusione. Direi che abbiamo motivo di ritenere che essa abbia deluso le aspettative. Questa argomentazione ci autorizza a supporre che sia andata allo stesso modo con i russi. La creazione delle mosche e dei russi – così come sono, voglio dire – non può non essere stata voluta. Sicuramente l’idea era di rispondere a un bisogno molto sentito; lo sappiamo in quanto questa è sempre stata l’idea di ogni creazione. Benissimo, e qual era quel bisogno molto sentito? Sappiamo tutti che non ce n’erano. E supponendo di avere un bisogno molto sentito, pensate di poterlo colmare con le mosche e i russi? No di certo. E allora dove ci portano questi ragionamenti? Ci portano a convincerci che, benché naturalmente l’intenzione fosse di rispondere a un bisogno molto sentito, le mosche e i russi svilupparono immediatamente impreviste forme nuove e anomalie che li resero inadatti allo scopo. Non è colpa di nessuno, ma questi sono i fatti. Abbiamo le mosche e abbiamo i russi, non possiamo farci niente, inutile lamentarsi, dobbiamo accettare stoicamente il divino volere e sfruttarli come meglio possiamo. Col tempo tutto si appianerà, lo sappiamo perché abbiamo la storia a dimostrarcelo. Quando aggiunse le mosche e i russi, la Natura aveva già commesso molti e molti errori e li aveva sempre corretti alla prima occasione. Correggerà anche questo col tempo. Tempo geologico. Perché essa lavora piano piano e non si lascia mettere fretta dalle lamentele o dall’insistenza di nessuno, né dai moti irrequieti della sua mente balzana. Commise un errore con il megaterio. Risultò essere assolutamente inutile. Ci mise un milione di anni per accorgersene, dopo di che eliminò il megaterio. Poco dopo si cimentò con i sauropterigi: fece dei sauropterigi lunghi novanta piedi, ma cosa farne dopo averli creati, le sfuggiva. Erano sufficientemente lunghi per rispondere a qualsiasi profondo bisogno di una gran lunghezza, ma tale bisogno non c’era. Altri se ne accorsero ben presto; la Natura ci mise un milione di anni per farci caso, poi abolì questa razza. Successivamente cercò di creare un rettile volante. Conosciamo il risultato. Dello pterodattilo è meglio non parlare. Quella bestia era uno spettacolo! Un misto tra la poiana e il coccodrillo, un sarcasmo, un affronto alla natura vivente, uno zimbello per le battute sboccate di un mondo insensibile. Dopo alcune ere la Natura si accorse che mettendo le penne a un rettile non lo nobiliti, non fai di lui un uccello, ma solo un imbroglio, uno scherzo, una grottesca curiosità, un mostro; inoltre non c’era niente di utile che lo pterodattilo potesse fare e il futuro non prometteva nulla che permettesse il suo impiego. Perciò venne abolito.
Al tempo del suo apprendistato la Natura creò mille e mille specie ora estinte che si rivelarono totalmente fallimentari, come le mosche e i russi, e dedicò milioni di anni per cercare di trovare dei bisogni che esse potessero soddisfare, ma non ce n’erano, e di creare un museo non le venne in mente. Perciò li cancellò tutti e sparse le loro ossa a miriadi nelle rocce eterne, dove riposano solennemente ancor oggi, ricordandoci che per ogni successo nella creazione di un animale ci sono voluti millecinquecento fallimenti. Senza contare le mosche e i russi.
E qui sta la speranza. Non vivremo fino a vedere quel lieto giorno ma esso verrà. La Natura ci metterà un milione di anni per accorgersi che le mosche e i russi non servono a niente, poi agirà con la consueta prontezza.
C’è anche un’altra speranza, più piacevole. La prima volta che la Natura si cimentò col cavallo il risultato fu patetico. Chi non lo sapeva l’avrebbe creduto un cane. Ma essa ci lavorò sopra per un milione di anni e lo ingrandì fino alle dimensioni di un vitello, gli tolse un paio di dita e apportò altre migliorie. Ci lavorò per un altro milione di anni, poi un altro e un altro ancora, e alla fine, dopo nove o dieci milioni di anni di pensiero, fatica, preoccupazione e moccoli sfoderò per l’ammirazione grata e sincera dell’uomo il cavallo che vediamo oggi, questa nobile e magnifica creatura, questo impareggiabile tesoro che amiamo e adoriamo. Dieci milioni di anni passano in fretta: cosa non possono diventare le mosche e i russi?
E tuttavia, riflettiamo! Anche ai nostri giorni i russi potrebbero tornare utili se solo si trovasse il modo di infondere in loro un po’ d’intelligenza. Come combattono magnificamente in Manciuria! Con indistruttibile audacia si sollevano ogni giorno nella sconfitta e combattono aspramente e colpiscono ancora! Come sono coraggiosi, devoti, fieramente indomiti! Se soltanto riflettessero! Se solo sapessero riflettere! Se solo avessero qualcosa su cui riflettere! Allora questi umili schiavi affezionati si accorgerebbero che la splendida combattività che stanno sprecando per mantenere quel vorace roditore sul trono potrebbe distruggere sia lui che il trono, se applicata con intelligenza.

 

 

Nota:
*. Mark Twain, Flies and Russians, 1904-1905, in Racconti contro tutti, traduzione e cura di Carla Muschio, Nuovi Equilibri, Viterbo 2004, pp. 66-70.

 

 

 

 

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