LETTERATURA E CRITICA > Luigi Ventura, Cercatori di Dio (Lev Tolstoj), 1932 (1)

 

Prolifico poeta e scrittore toscano, Luigi Ventura pubblicò le sue opere principalmente nella prima metà del Novecento e in esse sempre si colgono i valori cristiani, che spesso cercò di analizzare e divulgare. Nella prefazione di Cercatori di Dio Figure di grandi pedagogisti senza pedagogia, raccolta di saggi edita nel 1932, egli scrisse: «Irrazionalismo e voluntarismo: ecco il nesso logico, visibile o invisibile, di queste pagine. Sono profili di anime mistiche e di anime assetate di Dio, scorci di figure di grandi maestri di vita interiore, ossia di pedagogisti senza pedagogia». Assieme a santi e a pensatori, Ventura propose anche “Leone Tolstoi” – come si traduceva all’epoca il nome di Lev Tolstoj (1828-1910) – il quale, dopo aver perso la fede a 16 anni, ebbe una profonda crisi spirituale a quasi cinquant’anni e cercò fino alla fine il Dio nei Vangeli (2). Il saggio di Ventura, qui proposto fedelmente, offre anche un inusuale paragone con san Francesco di Assisi.

 

Massimo Gorki, dopo aver conosciuto il Tolstoi (nella foto, Gor’kij e Tolstoj nel 1900), lo definì come «l’uomo più meritevole del nome di genio; più complesso, più contraddittorio e in ogni cosa eccellente». Dai «Diarî» (3) contenenti i pensieri del grande romanziere russo, possiamo vedere come ciò sia in gran parte vero. Lasciando ad altri il compito di occuparsi del genio artistico-letterario di leone Tolstoi, a noi ci basta scendere nei reconditi labirinti della sua anima travagliata e mostrare come in quelle pagine si sveli l’intimo di un uomo che non sa più vivere senza risolvere alcuni massimi problemi dello spirito umano: «Qual’è lo scopo e il valore della vita? Che cosa è il mondo? Che cosa è Dio?».
Ed eccolo giornalmente – annoiato della vita comoda ed agiata della sua condizione – cercare la solitudine, per meditare sugli avvenimenti, sulle persone, sulle cose e poi annotare pensieri ed osservazioni morali di non poca profondità. Non possiamo nè vogliamo trovare un ordine, nè una dottrina filosofica, in queste pagine di vita interiore, ma possiamo trovare l’espressione della più grande umanità dell’artista, che, insoddisfatto o soddisfatto della sua opera di scrittore, non sa vivere pel solo ideale estetico e sente l’assillo potente e continuo di un ideale etico, che giustifichi la vita individuale e sociale, che giustifichi, in altre parole, il mondo. Ecco perchè molti anni della sua età matura, sopratutto quelli più prossimi alla sua estrema vecchiaia, li passa a ricercare in se stesso la soluzione di quei problemi complessi che tutti i grandi filosofi o pensatori hanno cercato, in tutti i tempi, di sciogliere. Ma egli, che ha l’intelletto e l’anima di artista, non sa e non può costruire un determinato sistema filosofico; perciò cerca, socraticamente, di scendere a scandagliare sempre meglio la propria coscienza, per scoprire quella verità o quelle verità che non può trovare nè nel mondo esterno, nè nel mondo dell’arte.
E per quanto i suoi pensieri non siano affatto ordinati, noi sentiamo il ruggito leonino di quest’uomo che insegue sempre uno stesso nesso di concetti, una stessa finalità, che talvolta ci par pesare monotonamente sul nostro spirito, e che pure rappresenta lo scopo, il pensiero ultimo, l’angosciosa domanda del «perchè della nostra vita». E per il lettore non superficiale, anzi, per noi che siamo giunti all’età adulta, le sue lotte diventano le nostre lotte, i suoi tormenti i nostri tormenti, le sue tentazioni le nostre tentazioni, le sue vittorie le nostre vittorie.
Qui, ripeto, non troviamo più l’artista, ma il pensatore, che si pone giornalmente a tu per tu con la propria coscienza e che riflette su quello che giornalmente si offre ai suoi sensi o al suo intelletto; troviamo l’anima che, inappagata dall’utile e dal bello, è in cerca di «che cosa è il bene», ma che non sa trovare il bene «fuori o staccato da Dio».
Ed ecco come, in lui, problema etico e problema religioso s’intrecciano, anzi si pongono e si risolvono insieme. Tutto un non breve periodo della vita di Tolstoi è occupato da questi due problemi che si riflettono nella sua arte, dopo esser maturati lentamente, silenziosamente nella sua coscienza. Ma silenziosamente non significa calmamente, perchè tanto l’uno che l’altro problema sono – per le anime grandi – i più tormentosi, specialmente se queste anime hanno la sensibilità e la raffinatezza artistica. Perciò non c’è nulla di più bello e di più interessante che seguire la via percorsa dal Tolstoi attraverso quest’affannosa ricerca di sè e di Dio, mirante ad un ideale di vita che potrebbe, in un certo modo, esser molto simile a quello di S. Francesco di Assisi. E se è lecito insistere un momento su questo paragone, io vorrei aggiungere che – mutatis mutandis, s’intende – l’ideale cristiano evangelico del poverello di Assisi pare abbia alimentato e sostenuto l’ideale evangelico di Leone Tolstoi: l’uno e l’altro poggiati su la sublime e magica potenza dell’amore (charitas). La differenza però è enorme nella forza di attuazione dell’uno e dell’altro; giacchè l’Assisiate piegò e vinse la sua e l’altrui volontà, creò un Ordine e un mondo morale vivente, trasformò, si può dire, la società, mentre lo scrittore russo non seppe vincere nemmeno se stesso e lottò sterilmente per la morale e (se se ne eccettua il riflesso artistico) non seppe che tormentarsi anche quando cercò il bene e Dio; in altri termini non seppe liberarsi dai ceppi delle passioni, delle apparenze, della famiglia, della ricchezza. O meglio, vi riuscì, sì, ma più che nonagenario; e, quando vi riuscì, la morte lo sorprese. Era tardi. S. Francesco invece aveva compiuta la sua opera in piena gioventù. Ecco perchè questi fu un grande Santo e Tolstoi un semplice grande uomo.
Eppure, quanto è ammirabile quest’ultimo nella sua pur sterile lotta per l’ideale supremo che è la fratellanza, la devozione, l’umiltà, il sacrificio!
Analizziamo i suoi pensieri. A che cosa egli è continuamente rivolto? In primo luogo al senso e al significato della vita, la quale però non si spiega che in connessione a Dio e alla religione. «Ho pensato una cosa: una vita, quella che vediamo intorno a noi, è il movimento della materia secondo certe leggi stabilite. In noi sentiamo la presenza di una legge tutta diversa che non ha nulla da fare con quella, e vuole da noi obbedienza alle sue esigenze. Questa legge interiore è ciò che chiamiamo coscienza, amore, bene, Dio. L’essenza della dottrina cristiana sta nel riconoscere che noi siamo questa legge interiore, che è creatura di Dio». Così egli identifica, nella coscienza, Dio e la legge morale, ma l’uno e l’altra, a loro volta, s’identificano coll’amore, con quella charitas, cioè, che è l’essenza del cristianesimo, quell’amore che, a sua volta, implica il perdono: «se saprai perdonare, amerai. Perdonare vuol dire cessare di giudicare e di odiare». Quindi, per Tolstoi, passa in secondo ordine la conoscenza e l’arte, e prende il primo posto l’etica, che sola può darci una spiegazione della vita. Ma l’etica ricerca soprattutto che cosa è o in che consiste il dovere, pel quale l’A. trova facilmente la risposta nello stesso concetto di amore, che appare sotto l’aspetto di dovere (e perciò obbligatorio), appunto perchè deve esser rivolto a tutti, anche ai nemici, come vuole il cristianesimo: «per amare il nemico è necessario porsi come compito della propria vita l’amore verso di lui [Dio]». E altrove: «L’amore per i nemici. È difficile, raramente riesce.... come tutto ciò che è perfettamente bello. Ma, in compenso, quale felicità, allorchè giungi a provarlo! Vi è una meravigliosa dolcezza in questo amore, anche prima di gustarlo». Anzi, per mezzo dell’amore, risolviamo un altro angoscioso problema morale: quello della libertà: «libero è solo colui a cui nulla e nessuno può impedire di fare quello che vuole». «Ma l’unica cosa che si possa fare liberamente, è amare....».
Tutta la vita dell’uomo non dovrebbe perciò esser rivolta ad altro che a fare il bene nel significato suddetto, e, tenendo presente quel principio fondamentale, l’umanità non si meraviglierebbe che gli individui, singolarmente presi, non sono riconoscenti. «Bisogna meravigliarsi come possano essere riconoscenti per il bene fatto loro.... Per quanto poco sia il bene che fa la gente, essa sa certamente che il bene fatto è una felicità immensa». Parlare quindi di gratitudine è semplicemente ozioso, non perchè la gratitudine sarebbe un legame di inferiorità, cui l’anima si ribella – secondo la spiegazione del Nietzsche –, ma perchè essa, moralmente (non psicologicamente), è implicita nella stessa buona azione, che ha già in sè la soddisfazione pel bene fatto, soddisfazione che è piacere, il quale basta a se stesso. Due piaceri non si possono, non si devono pretendere. E bene dice a questo proposito il Leopardi, quando accenna, in un pensiero, un concetto (psicologicamente e moralmente giusto) ancor più radicale di questo, coll’affermare che forse la gratitudine dovrebbe non sentirla il beneficato, ma il benefattore, per il piacere che gli viene procurato nel fare il bene; mentre nel beneficato abituale, avendo egli contratta l’abitudine, se cessa il benefizio, subentra il dolore: donde l’ingratitudine. Tornando a Tolstoi – che non è certo un fine psicologo come il nostro Leopardi – diciamo che egli si ferma e si tormenta incessantemente in questa lotta tra l’io particolare, egoistico, passionale, e l’io superiore, altruistico, universale. E in questa lotta così intensamente e umanamente sentita, l’unico sostegno lo chiede a Dio, senza il quale si accorge essere impossibile la vittoria; ma non un Dio personale determinato, sebbene un Dio impersonale, quasi più puro, e tuttavia immanente. «Trasportare il nostro io dal corpo allo spirito, vuol dire desiderare coscientemente soltanto l’io spirituale. Il mio corpo può avere inconsciamente dei desiderî, ma io coscientemente non voglio nulla di carnale, come non voglio cadere, ma non posso sottrarmi alla legge di gravitazione». Qui pare di sentire qualcosa del pensiero di S. Paolo: «l’uomo non può vivere una vita spirituale se non si considera peccatore». E Tolstoi si considera peccatore e invoca la sofferenza proprio per rafforzare le sue idee religiose, per rendere la sua predicazione indiscutibile, per santificarla agli occhi degli uomini. Si preoccupa insomma della sua incoerenza, in quanto trasfonde nelle sue opere letterarie la dottrina e il sentimento religioso senza attuare tutto ciò nella pratica della sua vita: «Se soffrissi per le mie idee – egli dice – esse produrrebbero un’altra impressione». Egli sente tutta la contradizione della sua posizione sociale con la dottrina religiosa-umanitaria abbracciata e difesa così apertamente da sembrare un apostolo. Perciò invoca Dio perchè lo faccia soffrire; perciò vorrebbe staccarsi dalla famiglia e dalle ricchezze, ma non sa e non può....
Qui è tutta l’apparente sterilità della sua lotta e tutta la tragedia della sua anima: «O Dio, vieni e dimora in me.... Ho sempre voglia di piangere. Da ieri, stato d’animo molto oppresso. Non mi arrendo e non mi apro a nessuno fuorchè a Dio. Credo sia molto importante tacere e pazientare. Così le sofferenze si smorzano e si spengono in te. Mi aiuta molto il pensiero che in questo consiste il mio compito, l’occasione di elevarmi e di avvicinarmi un poco alla perfezione. Vieni e dimora in me, affinchè il maligno si acquieti. Svegliati in me». E dico apparente sterilità della lotta, in quanto l’Autore pur trova i suoi momenti di pace e di tranquillità nel pensiero del possesso di Dio, quando crede cioè di possederlo. E ciò avviene quando il suo amore, il suo dolore o il suo tormento è grande. Infatti, per lui, la via per giungere all’amore e a Dio è costituita dal dolore: «tutto ciò che ti sembra dolore, ostacolo, è un largo scalino che ti si pone da sè sotto i piedi perchè tu possa salire». Il dolore è dunque il mezzo di purificazione, e la stessa malattia aiuta a distaccarsi dalle cose del mondo, preparando il passaggio ad una nuova vita. Imporsi anzi l’amore e il dolore, ecco il duplice dovere della vita, come la deve concepire un’anima veramente cristiana. Tuttavia egli sente spesso l’enorme attaccamento a questa vita, e, come dice Gorki, esalta sempre l’immortalità dell’altra vita, mentre l’immortalità gli piace più in questa. Ma il suo agognare alla sofferenza ha del drammatico: «sono felice, sono terribilmente felice, sono troppo felice», esclama addolorato, anelando (ecco la contradizione non mai sanata) ad apparire agli altri infelice, desiderando sinceramente magari la prigione, l’esilio, il martirio pur di giustificare così, agli occhi del mondo, la sua teoria, espressa nel «non agire», nella «non resistenza al male», nella rassegnazione più completa. Ma la sua non è passività, come taluno ha detto. Egli si strugge, anzi, in un’aspirazione quasi romanticamente cristiana della vita, giacchè, se a tutti predica la non resistenza al male, a se stesso ricorda continuamente che «la vita di tutti gli esseri è movimento. Causa di tutte le nostre disgrazie è che non lo sappiamo o lo dimentichiamo. Immaginandoci non di andare, ma di star fermi, ci attacchiamo agl esseri che – quali più rapidi, quali più lenti – si muovono accanto a noi: li afferriamo e ci teniamo stretti ad essi finchè la forza del movimento non ci spezza. E soffriamo....». E aggiunge, altrove, che questo moto incessante deve essere verso il bene, verso Dio; quindi raccomanda e ricorda che: «la vita è operare il bene», e non davanti agli uomini «per lasciare un buon ricordo, ma davanti a Dio»; e continua: «pensare, e soprattutto sentire così, è molto difficile. La gloria umana ci ostacola. Ma si può e si deve. Aiutami Dio». E invoca Dio perchè Lui è termine di questa e dell’altra vita, alla quale si passa attraverso la morte: questa deve essere spesso oggetto di meditazione, altrimenti non vi è saggezza.
Eppure l’A. sente tutta a difficoltà di abituarsi alla malattia e alla morte: «quanto è difficile sopportare le malattie con rassegnazione ed avviarsi alla morte senza ribellione; ma è necessario». E in un altro punto: «ho pensato: quanto è strano che non si voglia morire, benchè nulla ci ritenga qui, e ho ricordato i reclusi che si abituano tanto alle loro prigioni che non vogliono ed hanno persino paura di lasciarle per la libertà. Così, noi siamo tanto avvezzi alla prigione di questa vita che abbiamo paura della libertà». Questo vegliardo, nonostante la sua tarda età e le sue convinzioni religiose, ci presenta l’eterna e drammatica lotta che l’umanità vive continuamente nelle ore tragiche che intercedono tra la vita e la morte. Che cosa ci trattiene? Nulla, No, non è vero; un pensiero tormentoso spunta verso la fine della nostra vita e ci chiede insistente: «che cosa hai fatto a prò dell’umanità? hai adempiuto lo scopo per cui sei venuto al mondo?» Tolstoi sente questa potente voce dell’anima e cerca e si chiede continuamente qual’è il senso della vita. E la risposta che dà, la soluzione che trova è quella che poggia su di uno sfondo religioso, anzi cristiano: «Il senso della vita si rivela all’uomo quando egli riconosce la sua essenza divina racchiusa nell’involucro corporeo. Il senso della vita consiste nell’aspirare alla liberazione, estendendo il dominio dell’amore e nel lavorare all’opera di Dio, per stabilire il suo regno sulla terra». E altrove: «il senso della vita è uno: perfezionare se stessi, migliorare la propria anima; – siate perfetti come il vostro padre celeste».
Talvolta si pone l’altro problema, d’ordine non morale ma teorico: che cosa è il mondo? Ed a questo risponde più brevemente, quasi di sfuggita, accettando, si può dire integralmente, la dottrina di Africano Spir (che volentieri egli leggeva), per la quale il mondo non è che apparenza fenomenica. Concezione filosofica, questa, che s’inquadrava molto bene nell’ordine delle idee etico-religiose del Tolstoi, perchè, quando la realtà tutta si risolve nel mondo morale e nel religioso (Dio), non è necessaria l’esistenza reale di un mondo esteriore che abbia un valore indipendente e duraturo. Ma l’A. non s’indugia su considerazioni d’ordine metafisico-conoscitivo; egli mira diritto e sempre all’attività pratica e all’attività religiosa, che per lui sono come aspetti diversi di una unica realtà; e questa è sempre e unicamente Dio. E dopo avere affermato e riaffermato che siamo venuti a servire Dio, a compiere la Sua volontà, a diffondere l’amore e il perdono, si sforza e si dibatte per attuare in concreto l’ideale evangelico accarezzato e chiaramente concepito; ma vi riesce a metà, cioè solo dentro di sè, mentre egli aspira a vivere quasi da apostolo, per incitare la società a fare quello che egli predica soltanto cogli scritti. Non scrivere, ma operare attivamente, fattivamente, in mezzo agli altri; agitare la fiaccola della fede tra i ceppi del martirio: ecco l’ideale che il vecchio Tolstoi si era ostinato di raggiungere, restando sempre però nei cancelli del proprio io, fra le mura della propria casa, fra le pagine dei propri libri. Tentò anche, non dimentichiamolo, un miglioramento morale del popolo attraverso l’istruzione e la scuola, concepita anarchicamente evangelica; tentò di ribellarsi alle costrizioni familiari e all’autocratismo del governo russo; tentò di sopportare ogni privazione in mezzo agli agî e alle comodità delle ricchezze ereditate; ma troppo tardi, ripetiamo, ebbe la forza di affrontare quell’ideale di serafica e divina misera che fece grande il Poverello di Assisi. Quando Egli si decise, morì. Era vecchio, era stanco, era malato; ma riuscì a morire come un eroe della religione, dopo aver trovato Dio, nella povertà volontaria, al decimo giorno della sua fuga da casa.
Anima che cercò per lungo tempo il principio e la sorgente della propria vita; sorgente che egli scoprì e identificò in Dio, che è la «via, la verità, la vita»; un Dio concepito e sentito a modo suo, impersonalmente, ma che è in fondo il Dio del cristianesimo, perchè è sempre e soprattutto amore. Cercò dunque, tutta la vita, Dio; sembrò a lui stesso di non averlo posseduto mai realmente, perchè lo sentiva, ma non lo viveva pubblicamente nelle opere di sacrificio; e quando gli sembrò di averlo finalmente in suo possesso morì. Morì soddisfatto?....

 

 

Note:
1. Il saggio compare nel libro Cercatori di Dio (Figure di grandi pedagogisti senza pedagogia) che ebbe due edizioni. La prima a Bergamo nel 1932 (ed. I Quaderni di “Il Pensiero”) e la seconda a Firenze nel 1944 (ed. La Vela, pp. 104-113).
2. Al riguardo, molto interessante e poco conosciuta è l’ultima intervista fatta a Tolstoj nel 1901 e riportata in http://www.parodos.it/intervistatolstoj.htm
3. Leone Tolstoi, Diario (1895-1899), Treves, 1924; Diario (1900-1904); traduz. E. Cadei, Milano, Mondadori, 1929. (Nota dell’Autore)

 

 

 

 

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