LETTERATURA E CRITICA > La fiaba dello zar Saltan

 

A Mosca, il 21 ottobre 1900 (2 novembre del calendario gregoriano), nel Teatro Solodovnikov, avvenne la prima rappresentazione dell’opera lirica Skazka o care Saltane (La fiaba dello zar Saltán), in quattro atti e un prologo, musica di Nicolaj Andreevic Rimskij-Korsakov (1844-1908) e libretto di Vladimir Ivanovic Bel’skij (1866-1946). Rimskij Korsakov decise di mettere in musica un testo di Aleksandr Sergeevic Puskin nel 1899, centenario della nascita del poeta, e con Bel’skij – poeta e studioso di storia antico-russa, collaboratore di Rimskij-Korsakov, prima per Sadko (1897) e poi per La leggenda dell’invisibile città di Kitez e della fanciulla Fevronija (1904) e Il gallo d’oro (1909) – scelse la Fiaba dello Zar Saltan, del suo glorioso e potente figlio l’eroe Principe Gvidon Saltanovic e della bellissima Principessa Cigno, composta da Puskin nel 1831. Nella parte musicale, Rimskij Korsakov dette l’impronta degli antichi racconti in versi narrati dai cantastorie: «sia nella sezione strumentale sia in quella vocale si ritrova la grande fantasia di Rimskij-Korsakov, che riunì in un’opera ninne-nanne, canzoni popolari, filastrocche e quant’altro di variopinto folklore appartenesse alla storia russa», Non solo: «Benché le parti vocali siano di un raro fascino, oltre che di ardua difficoltà tecnica [...], sono state le parti strumentali a colpire maggiormente l’attenzione del pubblico passando alla storia come un vero e proprio capolavoro di illustrazione musicale: dalla magia delle note che accompagnano l’apparizione della principessa-cigno mentre esce dalle acque del mare, illuminata dalla luce lunare nel secondo atto, al celeberrimo “Volo del calabrone” (III,1), alla suite orchestrale che riprende queste e altre pagine dell’opera» (Dizionario dell’opera, ed. Baldini Castoldi).
La trascrizione in prosa qui proposta segue infatti l’opera lirica e non la poesia di Puskin: per il libretto in russo e tradotto dell’opera lirica cliccare qui e per la poesia originale di Puskin in originale e in due traduzioni diverse cliccare qui. I due testi pur simili nella trama generale presentano parecchie differenze, sia nello svolgersi della storia, sia nei particolari: una per tutti è rappresentata dal calabrone.
Le illustrazioni qui riprodotte sono di Ivan Jakovlevic Bilibin (1876-1942) – pittore, grafico, costumista, scenografo e illustratore di libri per l’infanzia tra i più noti in Russia – che furono realizzate per la ristampa della fiaba dello zar Saltan pubblicata nel 1905 a Mosca per le Edizioni della Officina della carta moneta.

 

Copertina del volume (Mosca, 1905)
Frontespizio con dedica al compositore russo N. A. Rimskij Korsakov

Tanti tanti anni fa, durante un freddo inverno, la neve era caduta abbondante su un lontano villaggio sperduto nella steppa russa. Dentro le isbe quasi sepolte sotto la coltre bianca, la gente ingannava il tempo chiacchierando; le donne filavano e tessevano accanto alla stufa.
In una di queste casette costruite con tronchi d’albero, tre sorelle in compagnia di una vecchia parente di nome Babaricha, parlavano del più e del meno: facevano progetti, sognavano, spettegolavano...
- Se un giorno sposassi lo zar, che felicità! – sospirò la maggiore che aveva l’hobby della cucina – Darei grandi feste, cucinerei piatti squisiti per tutti i sudditi dell’impero.
- Io, se diventassi zarina, tesserei stoffe finissime con fili d’oro e d’argento – disse la seconda sorella.
La minore delle tre, Militrissa, sorrise dolcemente, fissò lo sguardo lontano, oltre la finestrella carica di neve. Era molto bella, bionda, fine, aveva occhi color del cielo sereno:
- Se diventassi zarina, vorrei dare al mio sovrano un figlio: forte, bello, valoroso.
Le tre sorelle risero:
- Ma guarda un po’ che cosa va a pensare questa sciocchina!
In quel preciso momento la porta dell’isba si aprì cautamente e nel vano apparve, alto, solenne, ammantato di candido ermellino, lo zar Saltan in persona.
Le donne si inchinarono profondamente.
- Passavo di qua per caso – sorrise lo zar – e ho udito i vostri discorsi. Ho pensato che mi andate bene tutte e tre. Sposerò Militrissa e avrò un erede; una di voi sarà cuoca di corte e l’altra tessitrice, preparerete pranzi succulenti e tesserete stoffe preziose. Andiamo, Militrissa, la mia slitta aspetta qua fuori, si va alla reggia.

Durante tutta la conversazione egli era rimasto dietro lo steccato
Congedandosi dalla moglie, Zar Saltan, montando in sella al suo bravo destriero, le ordinò, se lo amava, di aversi riguardo

Porse il braccio alla fanciulla, che, stordita e felice, non riusciva a spiccicare parola.
Le due sorelle, gialle d’invidia, per la fortuna toccata a Militrissa, si diedero a camminare rabbiosamente su e giù per la stanza.
- Calma, calma - intervenne la vecchia Babaricha. - C’è rimedio a tutto. State buone, lasciatemi pensare...
Stette un po’ soprappensiero e poi annunciò:
- Ecco il mio piano. Come sapete, gli zar sono sempre occupati a fare le guerre per difendere il regno dei nemici e conquistare nuove terre. È quindi cosa certa che quando Militrissa darà alla luce il suo principino, lo zar Saltan starà combattendo in terre lontane. Militrissa dovrà quindi mandare al consorte un messaggio per comunicargli il lieto evento. E allora sapete che faremo? Inviteremo l’uomo incaricato di portare il messaggio, lo stordiremo di chiacchiere, lo ubriacheremo di vodka, gli porteremo via la lettera di Militrissa e la sostituiremo con un’altra dove avremo scritto: “Sire! La zarina, in vostra assenza, ha dato alla luce una creatura, ma ahimè! è un piccolo mostriciattolo che somiglia a un topo, a una rana, a un porcellino. Davvero non si capisce bene che cosa sia.” Vi immaginate la faccia dello zar, e che cosa dirà? Andrà su tutte le furie. Che bello scherzo, eh?
Le tre stupide donne scoppiarono in una gran risata: - Ah... ah...

***

Il tempo passò. Come Barbaricha aveva previsto, il principino Guidon nacque mentre lo zar Saltan si trovava a combattere in un lontano paese asiatico.
Era un bellissimo bambino: cresceva in fretta, non stava già più nella culla, saltava e sgambettava e faceva disperare le bambinaie che avevano un bel da fare a corrergli dietro.
Militrissa, sorridendo, seguiva con lo sguardo il suo tesoro, ma un velo di tristezza le adombrava il bel viso. Non riusciva a spiegarsi il silenzio dello zar: aveva mandato al suo regale sposo una lunga lettera, esultando gli aveva comunicato che era diventato padre di uno splendido maschietto, ma lo zar non aveva ancora risposto. Come mai tardava tanto a rallegrarsi e a dare disposizioni per i festeggiamenti? Perché non annunciava il suo ritorno?
(Il perché di tutto ben lo sapevano le cattive sorelle e la perfida Babaricha che aveva sostituito la lettera della zarina, dopo aver fatto ubriacare il messaggero... Ma anche loro erano ansiose: come mai il messaggero tardava tanto a tornare con la risposta?)

***

Finalmente il messaggero arrivò, stanco, stordito, avvilito. Spiegò con frasi mozze che, quando aveva consegnato al sovrano la lettera della zarina, egli aveva dato in escandescenze, aveva gridato, minacciato di morte mezzo mondo, voleva far impiccare anche lui, povero messaggero senza colpa alcuna. Alla fine lo aveva risparmiato soltanto perché rifacesse il viaggio e tornasse a corte a portare il suo ordine. Un terribile, crudele ordine. Questo:

La zarina e il suo piccolo mostro vengano rinchiusi in una capace botte.
La botte venga sigillata, poi buttata in mare.

La povera Militrissa, allibita, dopo aver letto il messaggio, scoppiò in un pianto dirotto:
- Saltan, mio sposo adorato – singhiozzava – perché tanta crudeltà? Perché rifiuti di vedere tuo figlio? Perché ci condanni entrambi a sicura morte? Che male abbiamo commesso?
I principi, i cavalieri, le bambinaie, tutto il popolo piangeva: amavano tutti la loro bella, dolce sovrana, erano tutti orgogliosi di Guidon, il bellissimo erede al trono.
Le sorelle e Babaricha, ipocritamente, compiansero la zarina:
- Ci dispiace tanto, povera Militrissa. Hai sposato un uomo crudele, e adesso che cosa vuoi fare? Gli ordini sono ordini... Povera cara, starai stretta in una botte, e al buio, per di più... Che destino amaro, il tuo....

***

I servitori portarono la botte. Militrissa, abbracciando il bambino, si accinse a entrarvi, ma prima volle rivolgere all’onda marina una preghiera:
- Onda chiara e capricciosa, onda che rotoli libera, onda che batti le spiagge, onda che sostieni i vascelli, ti prego, siano clementi con noi i tuoi flutti, portaci a una qualsiasi riva, salvaci, onda gentile e bella!...
Babaricha malignamente sorrise:
- Già, come se l’onda potesse ascoltarti, ingenua Militrissa...
La zarina entrò per prima nella botte, vi si accucciò, raccolse Guidon tra le braccia, mentre i sudditi, piangendo, la salutavano così:
- Nostra amata zarina, così buona, così generosa, perché abbandoni il tuo popolo che ti ama tanto? Che cosa sarà di noi? Chi ci difenderà? Non ci basteranno gli occhi per piangere tutte le nostre lacrime!
(In disparte, le due sorelle e Barbaricha borbottavano: - Cosa fatta, capo ha. Non avremo più fastidi, saremo libere...)
Ploff... Ploff. La botte, ora trasportata lentamente, ora travolta dalle onde di un mare infuriato, dopo un lungo viaggio approdò finalmente sulla terraferma. Storditi, ma per fortuna sani e salvi, anche se un po’ ammaccati, madre e figlio rividero la luce.
Guidon, al colmo della gioia, gridò:
- Mamma, non pianger più. Siamo vivi, siamo salvi e liberi. Asciuga le lacrime.
(Nelle fiabe il tempo trascorre in modo... fiabesco: durante il viaggio avventuroso dentro la botte, Guidon è diventato un baldo giovane).

Nel cielo azzurro brillano le stelle, nel mare azzurro si rompono le onde una sull’altra. Una nuvola passa per il cielo e la botte naviga per il mare
La città turrita

Militrissa si guardò intorno sconfortata: l’isola di Bujan, dove si trovavano, era soltanto un ammasso di pietre quasi privo di vegetazione, soltanto una stenta quercia era cresciuta sull’arido suolo.
- Che importa, mamma! C’è il sole e ci sorride, come se il buon Dio si fosse affacciato alla finestra del Paradiso per darci il benvenuto. E poi c’è il mare, senti come mormora dolcemente: ci è amico. Il vento carezza le erbe e poi, guarda, ci sono anche tanti piccoli fiori.
- Sono non-ti-scordar-di-me – suggerì con un lieve sorriso Militrissa.
- Ci sono anche fiori che volano, forse sono minuscoli lembi strappati dal vento al mantello di Dio – s’entusiasmò Guidon.
- Non sono fiori, sono farfalle – precisò Militrissa.
- Oh, sì, saremo felici su quest’isola. Dio non ci abbandonerà – gridò il principino entusiasta.
Militrissa sospirò, volse gli occhi al cielo:
- Signore, ti prego – supplicò – proteggi il mio ragazzo. Non importa se non avrà più mantelli di pelliccia e morbidi letti di piume, né cibi raffinati. Aiutalo a trovare un po’ di cibo.
- Non preoccuparti, mamma, penserò io a tutto. Guarda, con un ramo di questa quercia e il cordone della croce che porto al collo costruisco un arco. E questo pezzetto di canna andrà benissimo come freccia, troverò sicuramente un po’ di selvaggina.
Aveva appena pronunziato queste parole che s’udì nell’aria lo stridio di un uccello rapace.
- Un nibbio! – gridò Guidon – Eccolo là, sta per avventarsi su un maestoso cigno che solca tranquillamente le acque. Povero cigno, guarda come sbatte le ali, impaurito.
- Veloce come un lampo, Guidon incoccò la freccia, prese la mira:
- Colpito!
Il nibbio precipitò velocemente, affondò nel mare.
- Il bel cigno è salvo! – esultò il ragazzo – Non importa se ho perduto la mia freccia.
Improvvisamente il candido cigno fece sentire la sua voce: una dolce voce di fanciulla:
- Nobile principe, non rimpiangere la freccia perduta. Saprò ricompensarti, perché in realtà tu non hai salvato un cigno, ma hai liberato una principessa da un incantesimo. Il nibbio che hai ucciso era un cattivo mago. Abbi fiducia, mio salvatore, non dimenticherò ciò che hai fatto. Ora riposati, dormi; ti prometto una piacevole sorpresa per il tuo risveglio.
Detto questo, il cigno s’inabissò nel mare, scomparve.
- Grazie, stupendo cigno – gridò Guidon – per farti piacere abbatterò tutti i nibbi del mondo, mi basta che tu me lo comandi. E ci riuscirò, anche se era la prima volta che maneggiavo un arco.
- Strano – si meravigliò Militrissa – il cigno ha parlato la nostra lingua. Ma aveva ragione, conviene dormire, il sole è tramontato da un pezzo. Ed io sono stanchissima dopo tante emozioni, Anche tu devi essere sfinito. Stenditi, ti sosterrò il capo durante il sonno. Chiudi gli occhi, lasciati cullare dal mormorio del mare.
Guidon però non riuscì ad abbandonarsi subito al sonno, un pensiero lo angustiava:
- Perché, mamma, mio padre ci ha così crudelmente puniti?
Militrissa sospirò:
- Vorrei tanto saperlo... Ah, sposo mio, perché non mi rispondi? Tu mi amavi, siamo stati felici per tre stupende settimane, poi sei partito per la guerra e mi hai lasciato sola. Che cosa è accaduto nel tuo cuore? Perché ti sei adirato contro di noi e hai ordinato di precipitarci in mare chiusi in quell’orribile botte? Saltan, amato sposo, come hai potuto essere così crudele?
Cullato dalla voce e dalle carezze materne, Guidon pian piano chiuse gli occhi e anche Militrissa si assopì, vinta dalla stanchezza e dal dolore.

***

Calò la notte, qualche stellina si accese sul velluto turchino del cielo. Passarono lente le ore e in un velo di nebbia il giorno tornò.
Guidon aprì gli occhi e sbigottì. Di tra la nebbia era sorta dal mare una splendida città con bellissimi palazzi, chiese imponenti con cupole d’oro.
- Mamma, mamma! – chiamò concitatamente – È accaduto un prodigio: dove non c’era nulla, ecco ora una grande città, mura merlate, tetti dorati, giardini... E laggiù il mio bel cigno che sbatte le ali come se applaudisse. E quanta gente affolla l’isola! Ma che cosa è accaduto?
Militrissa si guardava attorno stupita:
- Vedo. Una gran folla sta venendo verso di noi, e le campane delle chiese suonano a distesa. Ma da dove arriva tutta questa gente e che cosa vuole da noi?
Facile spiegazione: la folla osannante era formata dagli abitanti della città che il cattivo mago coi suoi incantesimi aveva sprofondato in fondo al mare. Morto il mago per merito di Guidon, la città era riemersa con tutti i suoi abitanti. Esultanti, i cittadini volevano ringraziare il loro salvatore, eleggerlo re e offrirgli la corona:
- Regnerai sulle nostre terre, glorioso principe, saremo i tuoi sudditi devoti. Ti preghiamo, degnati accettare questa corona...
Confuso, stupito, Guidon esitava.
- Accetta, figlio mio – lo esortò Militrissa – sarai un buon sovrano.
- Viva, viva il nostro re! - gridò la folla entusiasta.

***

Altro tempo passò. Militrissa e Guidon vivevano in una magnifica reggia nella città sorta dal mare, ma non erano felici: ogni giorno Guidon si recava al porto, restava a lungo a scrutare l’opposta, lontana riva e pensava a suo padre: “Sarà tornato dalla guerra? Che cosa farà? Si sarà pentito di aver dato quell’ordine scellerato? Come vorrei conoscerlo, incontrarlo! Nonostante tutto è mio padre e io lo amo.”
Un giorno Guidon decise di far partire una nave carica di doni per lo zar Saltan. Al capitano che l’avrebbe comandata, ordinò:
- Appena sarai giunto in porto, presentati allo zar, portagli i saluti del principe Guidon, sovrano della città di Tmutarakania.
Quando la nave fu partita, Guidon la seguì con lo sguardo finché anche la punta dell’albero maestro sparì oltre l’orizzonte.
Il cuore aveva colmo di malinconia.
- La mia vera patria è lontana – mormorò – E sono solo, solo. Anche il mio buon cigno ci ha abbandonato...
A quell’invocazione accorata avvenne il prodigio: il cigno sorse dal mare e avanzò lento e solenne verso Guidon.
- Mio bel principe perché sei tanto triste? – domandò il cigno con la sua dolce voce femminile – Quali angosciosi pensieri ti consumano? Dimmi tutto, ti aiuterò.
- Amico cigno, - rispose Guidon - non trovo più gioia in alcunché, penso sempre a mio padre, vorrei tanto vederlo senz’esser visto, sapere che cosa fa, se pensa qualche volta a mia madre e a me...
- Sì, in questo posso accontentarti. Ti trasformerò in un calabrone, raggiungerai la nave che hai appena fatto partire, e compirai il viaggio nascosto in qualche fessura delle paratie. Non indugiare, presto, tuffati in mare, non aver paura.
Guidon ubbidì, si tuffò, riemerse dall’onda trasformato in un grosso, ronzante calabrone.
- Va’, vola, raggiungi la nave – lo sollecitò il cigno – Vedrai tuo padre. Ma non restare troppo tempo con lui, torna presto.

Si mise a volare ed a ronzare, raggiunse il bastimento in mare
Lo zar Saltan riceve i messi

La nave con a bordo il calabrone arrivò a destinazione. I marinai accostarono, gettarono l’ancora. L’equipaggio sbarcò, il capitano si recò alla reggia e si presentò allo zar Saltan.
Il calabrone, non visto, lo seguì in silenzio.
Ed ecco lo zar: stava assiso sul trono d’oro, ma aveva l’aria triste.
Il capitano gli si avvicinò, si inchinò:
- Salute a te, potente zar Saltan. Ti porto i doni e l’omaggio del sovrano di Tmutarakania che si onora di invitarti alla sua corte.
Lo zar si meravigliò, non sapeva che esistesse una città con quel nome, non aveva mai sentito parlare del principe Guidon.
Per prima cosa fece servire al capitano e all’equipaggio cibi e bevande, poi interrogò il comandante:
- Dove si trova questa città? E chi è questo principe Guidon?
- Veniamo da molto lontano, potente zar – cominciò a spiegare il capitano – La nostra città è sorta per miracolo dal mare, dove l’aveva sprofondata l’incantesimo di un perfido mago. È una città meravigliosa, con palazzi e giardini, chiese con cupole d’oro. La governa un giovane principe di nome Guidon, bello e saggio; è lui che ci ha ordinato di portarti i suoi saluti e il suo invito.
Lo zar Saltan restò pensieroso per un po’, poi promise:
- Se Dio mi darà vita, andrò sicuramente a passare qualche giorno alla reggia del principe Guidon.
Subito tre donne si avvicinarono allo zar e con mille moine cercarono di persuaderlo a declinare l’invito, naturalmente erano le cattive sorelle di Militrissa e la vecchia Babaricha:
- Che volete che ci sia mai di straordinario in quella città sconosciuta? E poi chi è questo principe che si fa vivo soltanto ora? Il viaggio, l’ha detto il capitano, è lungo, può nascondere mille insidie. E non siete più tanto giovane, la vostra salute potrebbe risentirne.
Guidon, trasformato in calabrone, aveva udito tutto. Furente, si avventò contro le donne e le punse, ronzando forte. Esse strillarono come aquile per il dolore e la paura: sapevano bene che se lo zar fosse andato a Tmutarakania avrebbe scoperto tutto e loro sarebbero state punite.
Il capitano e i marinai continuarono per un bel po’ a magnificare le ricchezze e la potenza del regno di Guidon e lo zar tornò a promettere:
- Sì, sì, andrò sicuramente a far visita al principe Guidon.
Le tre cattive donne si disperarono: “Oh, Dio, come faremo a impedire questo viaggio?”
Tentarono di nuovo di convincere lo zar a restare:
- Volete partire con tutto quello che avete da fare qui?
Il calabrone Guidon di nuove le rincorse, piombò su di loro e ancora punse e punse.
-Aiuto! Aiuto! - gridarono le meschine.
Lo zar s’inquietò:
- Comando io. Sono e non sono lo zar? Posso fare quello che voglio. Partirò domani stesso.

***

Il calabrone ritornò di nuovo alla sua reggia, era ancora il principe Guidon. Era contento di aver visto suo padre, ma qualcos’altro lo rattristava. Quella notte non era nemmeno andato a coricarsi, aveva continuato a passeggiare su e giù per la spiaggia. Era inquieto, avrebbe pianto, se non fosse stato un re: “Vorrei tanto parlare col mio cigno... Non lo vedo da un secolo. Dov’è sparito? Perché mi ha abbandonato?”
Ah, principe senza fede! Rallegrati. Bastava chiamarlo ed eccolo. La sua voce era sorridente, appena appena un po’ scherzosa:
- Perché sei così malinconico, Guidon?

I trentatré eroi
Giunge la principessa Cigno
E comincia l’allegro festino

- Oh, mio bel cigno – proruppe il giovane – Sapessi come mi sento solo in questa dorata città! L’amore di mia madre non mi basta più. E nemmeno l’affetto dei miei sudditi. Sento il desiderio di avere accanto a me una dolce sposa. Tu mi hai parlato un giorno di una fanciulla vittima degli incantesimi del mago: vorrei trovarla, sento di amarla. Se chiudo gli occhi mi par di vederla: bella, gentile, affettuosa... Per conoscerla andrei in capo al mondo...
- E allora rallegrati, Guidon – rise il cigno. – Non hai bisogno di andar lontano. Quella principessa sono io...
Lentamente, dal corpo del candido cigno sorse una creatura di sogno, una fanciulla stupende: alta, bionda, in vaporose vesti, il capo cinto di stelle.
Guidon cadde in ginocchio:
- Mio sole, mia amata, mia sposa!
Era al colmo della felicità, ma ancora non credeva ai suoi occhi:
- O forse sto soltanto sognando?
- Non è un sogno, il tuo, – lo rassicura la principessa Cigno – bensì s’è compiuto un prodigio. Io ti offro la mia libertà, la mia vita stessa. Saremo felici, insieme.
In quel momento s’affacciò al portone della reggia Militrissa seguita dalle sue damigelle. Guidon piegò il ginocchio dinanzi a sua madre.
- Mamma, ho trovato la mia sposa. Sarà per te una figlia devota. Ti prego, mamma, benedici il nostro fidanzamento. Aspetteremo a celebrare le nozze, perché dovrà essere mio padre, lo zar Saltan, a benedirle.
- Siate felici – augurò Militrissa, commossa – Dio vi benedica. Possa il cielo accordarvi lunga vita e tanta felicità.

***

Lunghi giorni trascorsero. Il tempo svolse lentamente la sua matassa di ore. Guidon, impaziente, si recava ogni giorno al porto e scrutava col suo cannocchiale nella speranza di veder comparire all’orizzonte la nave di suo padre.
Era una lunga attesa, la sua, ma finalmente quel giorno sospirato arrivò e Guidon era al settimo cielo.
Quella mattina c’era anche Militrissa accanto a lui, impaziente ed emozionata.
- Mamma, è proprio la flotta dello zar Saltan quella che sta arrivando e mi par di scorgere sul ponte della nave ammiraglia la figura di mio padre. Anche lui sta guardando dalla nostra parte col suo binocolo. Mamma cara, ti prego, ritirati nelle tue stanze, per ora. Che mio padre non ti veda subito. Andrò io a riceverlo.
Militrissa acconsentì e rientrò nella reggia.
La nave s’avvicinò sempre più, accostò, gettò l’ancora. Lo zar, ammantato di bianco, pose il piede sul regno di Tmutarakania.
- Benvenuto, valoroso zar Saltan – lo salutò Guidon – Come stai? Hai fatto un buon viaggio? Hai combattuto qualche altra guerra nel frattempo? Sono curioso di sapere tante cose di te, se sei sposato, se hai figli, se sei fiero del tuo principe ereditario...
- Mio caro Guidon, – rispose lo zar Saltan – capisco la tua curiosità e sono pronto a rispondere a tutte le tue domande. Sono stato molto felice, un tempo. Avevo una bellissima sposa, la dolce zarina: era buona, modesta, amorosa. Per venti giorni abbiamo avuto una felicità senza nubi. Poi ho dovuto partire per la guerra, ho lasciato la mia sposa in custodia ai miei cento nobili cavalieri. Ah, Guidon, compiangimi! Un giorno ho ricevuto una cattiva notizia, ho perso la testa e, pazzo di collera, ho decretato io stesso la morte della zarina. Da quel giorno non faccio che piangere, non ho più pace...
- Coraggio, potente zar, un miracolo può sempre accadere – lo confortò Guidon, sorridendo un po’ maliziosamente.
Le tre cattive donne che avevano accompagnato nel viaggio lo zar, gli si avvicinarono e lo rimproverarono:
- Ti par degno di un zar piagnucolare come un ragazzino? Non ti vergogni? Tutto il popolo ti guarda...
Guidon si mise a disposizione dello zar Saltan, gli fece passare in rivista le sue guardie, gli presentò i principi boiari. Gli mostrò anche le tre meraviglie dell’isola: lo scoiattolo che rosicchiava noci d’oro e sputava smeraldi, le onde del mare che ogni giorno portavano a riva una ronda di trentatré marinai eroi, la bellissima principessa Cigno che, a un furtivo cenno di Guidon, si presentò così allo zar:
- Benvenuto zar degli zar, la tua sapienza è nota, perciò saprai sicuramente chi sono... Io vengo dal cielo per compiere prodigi tra gli uomini, mi nascondo nel loro cuore e grazie alla mia presenza, il loro dolore si fa dolce. Il sole diventa più luminoso, la primavera acquista colori più radiosi. Gli uomini imparano ad ascoltare il canto degli uccelli, comprendono il linguaggio delle onde...
- In questa città – risponde Saltan – ho già visto cose bellissime, ma tu parli in modo oscuro e non ti comprendo, però la tua voce è suadente, armoniosa, consolante. Chi sei? Sei la speranza? Sei l’amore? Se davvero sai compiere miracoli, ti prego, fa’ che io possa rivedere la mia adorata zarina.
- Oh, sì, possiedo questo potere – sorrise furbescamente la principessa Cigno – Guarda diritto davanti a te, e stupisci.
Lo zar Saltan levò lo sguardo e vide Militrissa uscire dal portone della reggia.
- No, non è possibile – esclamò Saltan con voce strozzata. – I miei occhi mi ingannano... O forse, mio Dio, è soltanto un sogno.
Anche Militrissa era emozionata, con le mani si comprimeva il cuore che sembrava volerle balzare dal petto.
I due sposi muovevano l’uno verso l’altro, restarono un lungo attimo a guardarsi, increduli, poi si strinsero in un forte abbraccio, piangendo di gioia.
- Per me brilla di nuovo il sole, la mia vita ricomincia – mormorò Saltan. – Saremo ancora felici.
- Sì, sì, basta lacrime – singhiozzò Militrissa.
Improvvisamente Saltan si staccò dalle braccia della zarina e chiese:
- E nostro figlio dov’è?
Guidon rise, mosse due passi in avanti e gridò:
- Amato padre, eccomi!
Militrissa era al colmo della felicità:
- Vedi, sposo mio, che ho mantenuto la promessa e ti ho dato un figlio forte e saggio, un baldo e nobile cavaliere?
Mentre lo zar, la zarina e lo zarevic si scambiavano affettuosità, Babaricha e le due cattive sorelle, in disparte, parlottavano tra loro, spaventatissime.
- Povere noi, l’ora del castigo è arrivata! Mettiamo le gambe in spalla e filiamo...
Babaricha fece l’atto di fuggire, ma venne subito fermata dalle guardie. Le due sorelle tentarono delle scuse:
- Nobile zar, non siamo noi le principali colpevoli, è stata Babaricha ad architettare il tutto, lei ci ha persuaso a sostituire il messaggio.
Saltan scosse il capo:
- Meritereste di essere condannate a morte tutte e tre, ma sono troppo felice. La zarina ed io preferiamo perdonarvi e rimandarvi a casa vostra.
- Senza contare – intervenne Guidon – che senza i loro imbrogli, io e la principessa Cigno non ci saremmo mai incontrati.
Lo zar Saltan levò gli occhi al cielo:
- Dio è grande. È un padre. Perdona sempre i nostri peccati e ci dona gioie che non meritiamo. Ringraziamolo insieme.

***

Furono fatte grandi feste e per tanti e tanti anni lo zar Saltan, la zarina Militrissa, il principe Guidon con la sua bella sposa vissero felici e contenti, e felici e contenti vissero i sudditi della città incantata di Tmutarakania.

La principessa Cigno
Disegno per retro copertina

 

 

 

 

 

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