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STORIA-MITOLOGIA > Vincenzo Cartari, Le imagini con la spositione dei Dei degli antichi, 1556

 

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Leggesi anchora appresso di Cornelio Tacito, ove scrive della Germania, che non solamente non hebbero i Germani Statoe dei Dei, ma né ancho tempii, perché pensarono che fosse male chiudere quelli tra le mura nel breve spatio di un tempio, e che alla grandezza loro non si confacesse tirarli alla picciola forma del corpo humano. Come fecero i Greci poi et i Romani, e prima di loro forse quelli di Egitto, che formarono le Statoe dei Dei alla similitudine degli humani corpi. Né fu però fatto forse perché credessero quelli antichi che i celesti Dei havessero il capo, le mani et i piedi come hanno gli huomini, ma per mostrare, come dice Varrone, che gli animi dei mortali, quali sono qui nelle membra terrene, sono simili agli animi divini che stanno su nei cieli; ma perché gli animi sono cosa che non si può vedere, fanno che ciò si veggia nei corpi. E perché questi nelle Statoe che rappresentano i Dei sono simili alli nostri, volevano quelli antichi intendere che le anime nostre siano parimente simili a quelle dei Dei. Porphirio dice, come riferisce Eusebio, che furono fatti i simulacri dei Dei alla similitudine degli huomini perché Dio è tutto mente e ragione, della quale sono pur ancho gli huomini partecipi. Rende Lattantio un’altra ragione delle Statoe, dicendo che furono fatte prima per memoria dei Re morti, quali vivendo havevano così ben governato i loro popoli che morendo poi lasciarono di sé mirabile desiderio a quelli, li quali se ne fecero Statoe per rinovare spesso la memoria di coloro che più non potevano vedere in altro modo. Onde Eusebio nella Historia Ecclesiastica scrive parimente che fu usanza de’ Gentili fare honore con le Statoe alle più degne persone conservando così lungo tempo la memoria loro, e perché vedessero i posteri quanto erano amati et in che rispetto erano havuti quelli li quali operavano virtuosamente. Et il medesimo Lattantio vuole che Prometheo fosse il primo che di terra facesse simulacro di huomo, e così che l’arte del fare le Statoe cominciasse da lui nel tempo di Giove, quando fu cominciato anchora a fare i tempii e furono introdotte nuove religioni. Da che venne poi che all’huomo imitatore della opera divina fu dato quello che è di Dio, perché dissero che Prometheo fece il primo huomo. La quale cosa può bene stare anchora quando noi per lui intendiamo, come intese Platone, la providenza superna, dalla quale non solamente gli huomini poi, ma tutte l’altre cose del mondo anchora furono prima create. E perciò la adoravano gli antichi come Dea, la quale a guisa di ottima madre di famiglia governasse l’universo, havendo pur ancho cura di ciascheduna sua parte; et era la sua imagine di donna già vecchia in habito di grave matrona. Leggesi appresso di Plinio che in Rhodo furono delle Statoe più di tremilla, né punto manche in Athene et in Delfo et in altri luochi della Grecia, perché non solamente ai Dei erano poste le Statoe, ma agli huomini anchora, come dissi, quali per qualche opera degna meritassero di essere honorati in questa guisa. Nella qual cosa non furono i Romani meno frequenti dei Greci, anzi questi ne hebbero tante delle Statoe che fu detto esser in Roma un altro popolo di pietra. E ne facevano quelli antichi le conserve, né delle Statoe solamente, ma delle pitture anchora, raccogliendone quante ne potevano havere fatte da Pittori e da Scultori eccellenti, e ne adornavano le case, non solo alla Città ma fuori anchor alla villa. Il che fu giudicato già havere troppo del de-licioso, e non convenirsi alla severa vita de’ Romani. Onde Marco Agrippa ne fece una bella oratione, volendo persuadere che si mettessero in publico tutte le Statoe e tavole che stavano per ornamento delle private case. E sarebbe, dice Plinio, stato meglio assai che mandarle come in bando alle ville. Varrone scrive che molti andavano ai poderi di Lucullo solamente per vedere le belle pitture e sculture ch’ei vi haveva, alle quali facevano i luoghi aposta, come ne scrive Vitruvio, dicendo che hanno da essere grandi e spatiosi. Et osservarono questo gli antichi nelle Statoe, che le facevano in modo che potevano ad ogni loro piacere levarne via le teste e mettervene delle altre. Onde parlando Svetonio della vanagloria di Caligula, dice che parendo a costui di essere andato sopra la grandezza di tutti gli altri Principi e Re cominciò ad usurparsi i divini honori, e comandò che a tutti i simulacri dei Dei, quali e per religione e per arte erano riguardevoli, come quelli di Giove Olimpio et altri, fossero levate le teste e vi si mettesse la sua. E scrive medesimamente Lampridio che Commodo Imperadore levò il capo dal colosso ch’era di Nerone e vi pose il suo. Erano poi le Statoe dei Principi poste in publico havute in rispetto tale che era sicuro ognuno che fuggiva a quelle, né poteva essere tratto indi a forza. Che non fu però di giovamento alcuno al figliuolo di Marco Antonio, perché Augusto, come appresso di Svetonio si vede, lo fece trare dalla Statoa di Giulio Cesare alla quale egli era fuggito per sua salvezza, poi che et i prieghi et ogni altra via che havesse tentata per lo suo scampo era riuscita vana, e commandò che fosse ucciso. Facevano oltre di ciò le Statoe dei Principi vestite talhora e talhora nude, e ne fecero anchora di tutte dorate, come si legge appresso di Tito Livio, il quale mette che Acilio Glabrione fosse il primo che in Italia facesse Statoa dorata, e questa da lui fu posta in honore del padre Glabrione. Alessandro Afrodiseo scrive che anticamente gli scultori facevano spesso i Dei et i Re nudi per honore e laude di quelli, come che in tal modo volessero mostrare che la possanza loro ad ognuno era aperta e manifesta, e che erano o dovevano essere di animo sincero e nudo, non machiato da vitii né coperto da inganni. E Plinio dice che fu questa usanza de’ Greci fare le Statoe nude, perché solevano i Romani mettere loro indosso le corazze almeno, conciosia che non facessero già da principio Statoe, se non a chi per qualche fatto illustre meritasse che di lui fosse tenuta memoria. Non lascierò di dire questo anchora prima ch’io venga alle particolari imagini, che alle pompe dei giuochi solenni portavano in volta gli antichi non solamente i simulacri dei Dei, ma le Statoe anchora degli Imperadori, dei valorosi capitani e di altri huomini illustri, e delle donne anco talhora. Onde Mario, perché era huomo di famiglia ignobile, appresso di Salustio dice che non ha imagini da mostrare de’ suoi maggiori, ma che bene può far vedere in quella vece gli honorati premii riportati dalle vinte guerre. Venendo dunque homai alle Statoe et alle imagini dei Dei, le quali furono tante ch’io non ne saprei trovare il numero, e fatte in tanti diversi modi che troppo sarebbe difficile dire di tutte, dirò di quelle solo che appresso degli autori sono più frequenti. E se fatto havessero tutti gli altri come già fecero quelli di Egitto, forse che non molta fatica sarebbe dire di tutte. Imperoché scrive Platone che in Egitto erano poste tra le cose sacre tutte le imagini che si potevano scolpire o dipingere, né oltre a quelle più se ne poteva fare di nuove né fingersene a modo alcuno, come negli altri luoghi fu fatto. Sì che al tempo di Platone quivi non si di pingeva né si scolpiva cosa alcuna di più, né in altro modo che fosse stata scolpita o dipinta già erano diecemilla anni per l’adietro. In Grecia furono i Dei fatti in diversi modi secondo che diversi erano i costumi dei popoli, mostrando in essi ciascheduna natione quello di che più si dilettava. Onde, perché a’ Lacedemonii piacque il guerreggiare, fecero buona parte de’ loro Dei armati, et i Phenici, perché erano per lo più dati al guadagno et alle mercatantie, sì che pensavano essere beato chi era ben ricco de’ denari, mettevano in mano a quasi tutti i loro Dei borse da denari. E così in diverse maniere furono formati i Dei dagli antichi, mostrando pur ancho oltre a questo che ho detto nelle Statoe di quelli le diverse loro nature, le varie potenze e gli effetti che essi pensavano che da quelli venissero.

 

 

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