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STORIA-MITOLOGIA > Vincenzo Cartari, Le imagini con la spositione dei Dei degli antichi, 1556 (1)

 

Poco si conosce di Vincenzo Cartari (o Vincentius Chartarius). Nato forse nel 1531 a Reggio Emilia, nel 1551 pubblicò a Venezia i Fasti di Ovidio tradotti dalla lingua volgare (1551), Il Flavio, intorno ai Fasti volgari (1555) e nel 1556 il trattato Le imagini dei Dei degli Antichi (1556). Quest’ultima opera, intitolata in latino Imagines Deorum, qui ab Antiquis colebantur, è dedicata a Luigi d’Este (1538-1586), all’epoca non ancora cardinale, e Cartari stesso cita nell’introduzione il legame tra la sua famiglia e gli Estensi. A Ferrara, quindi, Cartari dovette risiedere almeno fino al 1561, come specificato in una missiva dello studioso di lingue antiche e poeta Bartolomeo Ricci da Lugo (1490-1569). In seguito si sa che partecipò a una missione in Francia per conto di Paolo IV, papa dal 1555 al 1559, che nel 1562 pubblicò a Venezia il Compendio dell’historia di monsignor Paolo Giovio di Como fatto per M. Vincenzo Cartari e che nel 1571 era ancora a Venezia «per arricchire e abbellire» Le imagini dei Dei degli Antichi di nuove incisioni.
Infatti, quest’opera aveva avuto un gran successo all’epoca – dal 1556 al 1615 ci furono quindici traduzioni – per il carattere manualistico con cui affrontava la mitografia, citando, direttamente o indirettamente, innumerevoli fonti storiche (Filostrato, Pausania, Omero, Virgilio, Ovidio ecc.) per «giovare non poco alli dipintori e agli scultori, dando loro argomento di mille belle inventioni da poter adornare le loro statue e le dipinte tavole». Tuttavia, l’influenza che ebbe sugli artisti suoi contemporanei non fu sempre felice: «La seconda edizione, del 1571, risulta accresciuta e soprattutto arricchita di tavole incise da Bolognino Zaltieri, ma sorprende constatare come l’illustratore che pure doveva conoscere Pirro Ligorio e dunque l’ambiente di antiquari attivi a Roma presso gli estensi, non si sia dato la pena di controllare le fonti iconografiche classiche preferendo ricostruire le descrizioni del testo alla lettera o attingere agli stessi repertori usati dall’autore: le
Inscriptiones sacrosanctae vetustatis di Appiano, gli Emblemata di Alciati, gli Hieroglyphica di Pierio Valeriano, la Theologia Mythologica di Georg Pictor e i compendi di medaglie di Agustin, Sebastiano Erizzo e Guillame Du Choul. Ne risultarono immagini composite, prive di coerenza formale, a volte mostruose e inquietanti, e i cui effetti negativi sulla pittura della seconda metà del XVI secolo risultano evidenti soprattutto in artisti minori che non seppero reinterpretarle» (C. Volpi). Tra gli artisti “maggiori” che attinsero all’opera di Cartari furono: Bernardo Buontalenti, il Bronzino, Paolo Veronese, il Tintoretto, Taddeo e Federico Zuccari, Annibale Carracci e altri. Dopo il 1571 nulla si sa di Cartari.
Qui si propone il primo capitolo del libro
Le imagini dei Dei degli Antichi comparso nella I edizione (1556).

 

Poche sono state quelle genti, o forse anchora che niuna fu mai, infino dal principio del mondo, le quali non habbiano havuta qualche religione, perché pare che l’animo humano seco la porti quando si viene a nascondere nel corpo mortale. Onde egli è differente poi dalle bestie, le quali non hanno alcuna cognitione della providenza Divina, e perciò né l’ammirano né la riveriscono. Adunque gli huomini solamente alzando gli occhi al Cielo e considerando l’universo pensarono che qualchuno vi fosse eterno et infinito che ne havesse cura, e con infinita providenza disponesse tutte le cose e le governasse, e fu questi chiamato Dio, quasi datore di tutti i beni, eterno, infinito, et invisibile. Ma non però si attenne ognuno sempre a questa verità, imperoché la dapochezza humana cominciò a dilettarsi di sé medesima, in modo che più oltre non guardando che vedesse con gli occhi del corpo a molti porse occasione di fare credere al volgo che fosse Dio nelle Statoe e nei simulacri di legno, di terra, di pietra e di altre materie, et alle volte anchora nelle imagini dipinte. Da che si potrebbe dire che fosse nata la moltitudine dei Dei degli antichi, perché non solamente le nationi, ma ciascheduna Città anchora se ne faceva a modo suo, secondo che dalla potenza Divina cercava di ottenere alcuna cosa, o che la già ottenuta voleva mostrare. E venne questo inganno poi crescendo, in modo che quelli etiandio come Dei furono adorati, li quali erano creduti di havere apportato utile alla vita humana o col ritrovamento di nuove arti, o col giovare in qualche altro modo al mondo. Et a questi cotali furono poste le Statoe, dimostratrici delle cose da loro trovate e fatte mentre che erano tra mortali. Ma non per questo fu che appresso di molti non restasse pur ancho certa buona opinione di Dio come che fosse un solo et invisibile, e perciò non havesse figura alcuna, la quale chi cerca, come dice Plinio, troppo consente alla dapochezza sua. Onde i Giudei, quali tra gli antichi seguitarono la vera religione, adorarono un solo Dio, e quello risguardavano non nelle Statoe o nelle imagini con gli occhi del corpo, ma nella divinità sua col lume della mente, quanto però l’humana natura lo comporta. E come riferisce Cornelio Tacito, riputarono empii tutti quelli li quali fingevano la imagine di Dio e la formavano in diverse materie alla somiglianza de’ corpi humani, e perciò nelle loro Città e meno nei tempii non havevano Statoe o simulacro alcuno. Il che fecero degli altri anchora, benché come essi non conoscessero poi un Dio solo, ma credessero esserne molti. Onde si legge di Licurgo ch’ei non voleva che per gli Dei fossero fatte imagini né Statoe, come che né agli huomini né ad alcuno animale si potessero assomigliare. Scrive Lattantio che furono già da principio adorati gli elementi da quelli di Egitto, senza farne alcuna imagine. Et i Romani parimente adorarono già da prima più di centosettanta anni i loro Dei senza haverne simulacro alcuno. Come i Persi, gli Scithi, e quelli della Libia fecero pur anco, che non hebbero Statoe né altari né tempii, ma consecravano le selve et i boschi, e quivi adoravano. Et il medesimo anchora facevano quelli di Massilia nella Gallia Narbonense, che adoravano i loro Dei nei consecrati boschi senza haverne simulacro alcuno, se non che pure talhora facevano riverenza agli alti tronchi, non altrimente che se in quelli havessero creduto esser i Dei. Onde Lucano scrivendo di costoro così dice:

Adorano i tagliati tronchi, quali
Non hanno forma alcuna, e sono questi
Le Statoe dei lor Dei fatte senza arte.
(2)

 

 

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Note:
1. In Le imagini dei Dei degli Antichi, nelle quali si contengono gl’Idoli, Riti, ceremonie, & altre cose appartenenti alla Religione de gli Antichi, raccolte dal sig. Vincenzo Cartari, F. Marcolini, Venezia 1556, cap. I. Le scansioni del testo completo in latino e delle immagini sono in http://www.uni-mannheim.de/mateo/camenaref/cartari.html.

2. Marco Anneo Lucano, Bellum Civile (o Pharsalia) III, 412-413. (N.d.C.)

 

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