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STORIA-MITOLOGIA
> Giovanni Paolo Lomazzo, Della forma di alcuni Dei
immaginati dagli antichi, 1584 (*)
Il
milanese Giovanni Paolo Lomazzo (1538-1592; nella foto un autoritratto
giovanile), pittore manierista e trattatista, esordì giovanissimo
come pittore di arte sacra e di ritratti. Tra le opere maggiori e
più interessanti è il ciclo dipinto nel 1573 nella cappella
Foppa della chiesa di San Marco a Milano, che fu anche l’ultima realizzazione,
poiché una malattia agli occhi lo rese cieco. Si dedicò
allora alla stesura di numerosi scritti, in parte già abbozzati
prima della malattia, primo fra tutti il Trattato dell’arte de
la pittura di Gio. Paolo Lomazzo milanese pittore. Diuiso in sette
libri. Ne’ quali si contiene tutta la theorica, & la prattica
d’essa pittura (Milano 1584). Nel settimo e ultimo libro si sofferma
sulla «virtù e necessità dell’istoria, o forma
che vogliam dire della pittura», ovvero sul modo e il motivo
di rappresentare figure o cose, in quanto «di certo impossibile
cosa è che alcuno possa esprimere col pennello, parlando della
più soda parte che sia nella pittura per manco oscurità
invenzione alcuna, se non sa la forma esteriore di ciò che
ha ritrovato. E di qui ne avviene, che errandosi per non sapere il
principio, molti come ho detto pratici sono restati al fine della
opera loro in vergogna; perciocchè è meno apprezzato
nella pittura dai savj quello che si vede, che quello che sotto si
gli nasconde come splendore velato da belli colori, in quella guisa
che nei poemi i versi sono letti da noi con diletto, più per
i concetti e per la sostanza nascosta, che per quella armoniosa legatura
di parole che esteriormente si sente all'orecchio». Di conseguenza,
«se bene non anderò raccogliendo così minutamente
tutto ciò che io ho potuto di questa facoltà intendere
e per studio e per pratica, nondimeno non tralascierò alcuna
delle forme principali di qualunque cosa che si possa dipingere, cominciando
da Iddio, e arrivando come per diritta catena sino a Lucifero, citando
i nomi degli autori onde saranno cavate; acciocchè vi si possano
anco più diffusamente leggere di quello che io alcuna volta
riferirò». Tra Iddio e Lucifero, vi sono santi e malfattori,
dèi e filosofi, ossa e armi... E i riferimenti a pittori, scultori,
poeti latini e greci dell’antichità ai suoi giorni – sono davvero
tanti.
Il capitolo XXIX, qui riportato, elenca alcuni fra gli antichi dèi
egizi, fenici, greci e romani con i tratti distintivi di ognuno, così
da comunicare ruolo e significato all’interno della composizione pittorica.
Per i versi poetici citati va sottolineato che non sempre corrispondono
alle versioni oggi in uso, non solo per la diversa traduzione o trascrizione,
ma anche per il diverso ordine dei versi che sembra ricordarci la
cecità di Lomazzo.
Della
forma di alcuni Dei immaginati dagli antichi
Affine
che non si possa desiderare cosa alcuna, che a compita cognizione
di quest’arte appartenga, ho voluto soggiungere in questo loco della
forma di alcuni Dei, che gli antichi per sè stessi s’immaginarono
che fossero, o ragionevolmente essere dovesse. E prima formarono la
Providenza, siccome madre che avesse cura dell’universo, donna vecchia
in abito di grave matrona, con le braccia alquanto aperte. Finsero
Demogorgone siccome padre di tutti i pensieri umani e bassi, pallido,
e circondato d’oscurissima nebbia, e coperto di certa umidità
lanuginosa, e che abitasse nel mezzo della terra. L’Eternità
che in sè contiene tutte le età, ritta in piedi, in
forma di donna, vestita di verde, con una palla nella destra, e un
largo velo disteso sopra il capo, che la copriva dall’uno all’altro
omero, benchè Claudiano in altro modo la forma, come si può
vedere anco nella traduzione che di lui ha fatto il Cartari; e da
questa ne formavano un’altra vestita di verde perchè non invecchia
mai. Dipinsero il Caos quasi come una massa senza forma e sembianza,
come dice Esiodo, con la Discordia prima figliuola di Demogorgone
a cavallo dietro alle cose confuse; e perciò fu dai filosofi
riputata conservatrice del mondo. La Fraude, che da Apelle appresso
la Calunnia fu dipinta in forma di donna, da Dante è figurata
in forma di mostro con la faccia d’uomo dabbene e giusto, dove dice:
E
quella sozza immagine di Froda
Sen’ venne, ed arrivò la testa e ‘l busto;
Ma in su la riva non trasse la coda.
La faccia sua era faccia d’uom giusto,
Tanto benigna avea di fuor la pelle;
E d’un serpente tutto l’altro fusto.
Duo branche avea pilose infin l’ascelle;
Lo dosso, e ‘l petto, ed ambedue le coste
Dipinte avea di nodi e di rotelle.
Con pia color sommesse e soprapposte.
Non fér ma’ in drappo tartari, nè turchi,
Nè fur mai tele per Aragne imposte.
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Nota:
*. In Trattato dell’arte de la pittura di Gio. Paolo Lomazzo milanese
pittore. Diuiso in sette libri. Ne’ quali si contiene tutta la theorica,
& la prattica d’essa pittura, Milano 1584, cap. XXIX.
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