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STORIA-MITOLOGIA
> Vincenzo Monti, Sermone sulla
mitologia, 1825
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Ov’è l’aureo tuo carro, o maestoso
Portator della luce, occhio del Mondo?
Ove l’Ore danzanti? ove i destrieri
Fiamme spiranti dalle nari? Ahi misero!
In un immenso, inanimato, immobile
Globo di foco ti cangiâr le nuove
Poetiche dottrine, alto gridando:
Fine ai sogni e alle fole, e regni il Vero. –
Magnifico parlar! degno del senno
Che della Stoa dettò l’irte dottrine,
Ma non del senno che cantò d’Achille
L’ira, e fu prima fantasía del Mondo.
Senza portento, senza meraviglia
Nulla è l’arte de’ carmi, e mal s’accorda
La meraviglia ed il portento al nudo
Arido Vero che de’ vati è tomba.
Il mar che regno in prima era d’un Dio
Scotitor della terra, e dell’irate
Procelle correttore, il mar soggiorno
Di tanti Divi al navigante amici
E rallegranti al suon di tube e conche
Il gran padre Oceáno ed Amfitrite,
Che divenne per voi? Un pauroso
Di sozzi mostri abisso. Orche deformi
Cacciâr di nido di Neréo le figlie,
Ed enormi balene al vostro sguardo
Fur più belle che Dori e Galatea.
Quel Nettunno che rapido da Samo
Move tre passi, e al quarto è giunto in Ega;
Quel Giove che al chinar del sopracciglio
Tremar fa il Mondo, e allor ch’alza lo scettro
Mugge il tuono al suo piede, e la trisulca
Folgor s’infiamma di partir bramosa;
Quel Pluto che, al fragor della battaglia
Fra gl’Immortali, dal suo ferreo trono
Balza atterrito, squarciata temendo
Sul suo capo la Terra e fra i sepolti
Intromessa la luce, eran pensieri
Che del Sublime un dì tenean la cima.
Or che giacquer Nettunno e Giove e Pluto
Dal vostro senno fulminati, ei sono
Nomi e concetti di superbo riso,
Perchè il Ver non v’impresse il suo sigillo,
E passò la stagion delle pompose
Menzogne achee. Di fè quindi più degna
Cosa vi torna il comparir d’orrendo
Spettro sul dorso di corsier morello
Venuto a via portar nel pianto eterno
Disperata d’ amor cieca donzella,
Che, abbracciar si credendo il suo diletto,
Stringe uno scheltro spaventoso, armato
D’un orïuolo a polve e d’una ronca;
Mentre a raggio di luna oscene larve
Danzano a tondo, e orribilmente urlando
Gridano: pazïenza, pazïenza. –
Ombra del grande Ettorre, ombra del caro
D’Achille amico, fuggite, fuggite,
E povere d’orror cedete il loco
Ai romantici spettri. Ecco ecco il vero
Mirabile dell’arte, ecco il sublime.
Di
gentil poesía fonte perenne
(A chi saggio v’attigue), veneranda
Mitica Dea! qual nuovo error sospinge
Oggi le menti a impoverir del Bello,
Dall’idea partorito, e in te sì vivo,
La delfica favella? E qual bizzarro
Consiglio di Maron chiude e d’Omero
A te la scuola, e ti consente poi
Libera entrar d’Apelle e di Lisippo
Nell’officina? Non è forse ingiusto.
Proponimento, all’arte, che sovrana
Con eletto parlar sculpe e colora,
Negar lo dritto delle sue sorelle?
Dunque di Psiche la beltade, o quella
Che mise Troia in pianto ed in faville,
In muta tela o in freddo marino espressa,
Sarà degli occhi incanto e meraviglia;
E se loquela e affetti e moto e vita
Avrà ne’ carmi, volgerassi in mostro?
Ah riedi al primo officio, o bella Diva,
Riedi, e sicura in tua ragion col dolce
Delle tue vaghe fantasíe l’amaro
Tempra dell’aspra Verità. Nol vedi?
Essa medesma, tua nemica in vista,
Ma in segreto congiunta, a sè t’invita:
Chè non osando timida ai profani
Tutta nuda mostrarsi, il trasparente
Mistico vel di tue figure implora,
Onde mezzo nascosa e mezzo aperta,
Come rosa che al raggio mattutino
Vereconda si schiude, in più desío
Pungere i cuori ed allettar le menti.
Vien, chè tutta per te fatta più viva
Ti chiama la Natura. I laghi, i fiumi,
Le foreste, le valli, i prati, i monti,
E le viti e le spiche e i fiori e l’erbe
E le rugiade e tutte alfin le cose
(Da che fur morti i numi, onde ciascuna
Avea nel nostro immaginar vaghezza
Ed anima e potenza) a te dolenti
Alzan la voce , e chieggono vendetta.
E la chiede dal ciel la luna e il sole
E le stelle, non più rapite in giro
Armonioso, e per l’eterea vôlta
Carolanti, non più mosse da dive
Intelligenze, ma dannate al freno
Della legge che tira al centro i pesi:
Potente legge di Sofia, ma nulla
Ne’ liberi d’Apollo immensi regni,
Ove il diletto è prima legge, e mille
Mondi il pensiero a suo voler si crea
Rendi
dunque ad Amor l’arco e gli strali,
Rendi, a Venere il cinto; ed essa il ceda
A te, divina Antonïetta, a cui
(Meglio che a Giuno nel Meonio canto)
Altra volta l’avea già conceduto,
Quando novella Venere di tua
Folgorante beltà nel vago aprile
D’amor l’alme rapisti, e mancò poco
Che lungo il mar di Giano a te devoti
Non fumassero altari e sacrifici.
Tu, donna di virtù, che all’alto core
Fai pari andar la gentilezza, e sei
Dolce pensiero delle Muse, adopra
Tu quel magico cinto a porre in fuga
Le danzanti al lunar pallido raggio
Maliarde del Norte. Ed or che brilla
Nel tuo Larario d’Imeneo la face,
Di Citerea le veci adempi, e desta
Ne’ talami del figlio, allo splendore
Di quelle tede, gl’innocenti balli
Delle Grazie mai sempre a te compagne.
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