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STORIA-MITOLOGIA
> Vincenzo Monti, Sermone sulla mitologia, 1825
(*)
Iscritto
per volere paterno ai corsi di Diritto e di Medicina all’Università
di Ferrara, Vincenzo Monti (1754-1828) preferì la letteratura:
pubblicò a ventidue anni il primo poema (La visione di
Ezechiello) e si recò a Roma, dove diventò segretario
del principe Braschi, nipote di papa Pio VI. A Roma, dove rimase circa
vent’anni, compose diverse liriche (di intonazione classicheggiante,
ma non mancò di scrivere su avvenimenti contemporanei), si
cimentò nella tragedia teatrale (Aristodemo, 1787)
e si dedicò alla letteratura e alla mitologia dell’antichità
classica, come testimonia il poemetto incompiuto Musogonìa
(o Feroniade; 1793-1799), in cui si canta l’opera civilizzatrice
delle Muse.
Dapprima contrario alla Rivoluzione francese, Monti si entusiasmò
poi delle conquiste di Napoleone Bonaparte, diventando persino un
collaboratore dell’amministrazione cisalpina a Milano, dove si trasferì
nel 1797. Quando gli Austriaci rioccuparono Milano, si rifugiò
a Parigi, ma nel marzo 1801 tornò a Milano al seguito di Napoleone.
Fu nominato professore alle Università di Milano e di Pavia
e, dal 1805, storico e poeta ufficiale della corte di Napoleone, incarico
quest’ultimo che, pur mutati gli eventi, mantenne anche sotto l’imperatore
d’Austria e re del Lombardo-Veneto Francesco I.
Nel frattempo, Monti realizzò, per diletto, il suo capolavoro:
la traduzione dell’Iliade di Omero.
Nella querelle tra neoclassici e romantici, sollevata dalla pubblicazione
a Milano, nel 1816, del saggio di Madame
de Staël De l’esprit des traductions (Sull’utilità
delle traduzioni), Vincenzo Monti rimase fedele al classicismo e,
quando sembrò che la mitologia dovesse essere bandita definitivamente
dalla letteratura scrisse Sulla mitologia. Sermone alla marchesa
Antonietta Costa di Genova nelle nozze del marchese Bartolommeo Costa
suo figlio (o più brevemente Sermone sulla mitologia;
1825), nel quale difendeva la mitologia contro la condanna decretata
dal Romanticismo. La dedica non deve stupire: nell’Ottocento era abitudine
comune e molto gradita che, in occasione di una festa (matrimonio,
battesimo, compleanno ecc.), i letterati donassero una loro opera,
a tema libero e pubblicata appositamente.
Negli ultimi anni di vita, Monti - emiplegico e povero - si dedicò
alla filologia e alla linguistica, mirando alla creazione di un linguaggio
nazionale.
Audace
scuola boreal, dannando
Tutti a morte gli Dei, che di leggiadre
Fantasie già fiorir le carte argive
E le latine, di spaventi ha pieno
Delle Muse il bel regno. Arco e faretra
Toglie ad Amore, ad Imeneo la face,
Il cinto a Citerea. Le Grazie anch’esse.
Senza il cui riso nulla cosa è bella,
Anco le Grazie al tribunal citate
De’ novelli maestri alto seduti
Cesser proscritte e fuggitive il campo
Ai Lemuri e alle streghe. In tenebrose
Nebbie soffiate dal gelato Arturo
Si cangia (orrendo a dirsi!) il bel zaffiro
Dell’italico cielo; in procellosi
Venti e bufere le sue molli aurette;
I lieti allori dell’aonie rive
In funebri cipressi; in pianto il riso;
E il tetro solo, il solo tetro è bello.
E
tu fra tanta, ohimè! strage di Numi
E tanta morte d’ogni allegra idea,
Tu del Ligure Olimpo astro diletto,
Antonietta, a cantar nozze m’inviti?
E vuoi che al figlio tuo fior de’ garzoni
Di rose còlte in Elicona io sparga
Il talamo beato? Oh me meschino!
Spenti gli Dei che del piacere ai dolci
Fonti i mortali conducean, velando
Di lusinghieri adombramenti il vero,
Spento lo stesso re de’ carmi Apollo,
Chi voce mi darà, lena e pensieri
Al subbietto gentil convenienti?
Forse l’austero Genio inspiratore
Delle nordiche nenie? Ohimè! che nato
Sotto povero Sole, e fra i ruggiti
De’ turbini nudrito, ei sol di fosche
Idee si pasce, e le ridenti abborre,
E abitar gode ne’ sepolcri, e tutte
In lugubre color pinger le cose.
Chiedi a costui di lieti fiori un serto,
Onde alla Sposa delle Grazie alunna
Fregiarne il crin: che ti darà? Secondo
Sua qualitade natural, null’altro
Che fior tra i dumi del dolor cresciuti.
Tempo
già fu, che, dilettando, i prischi
Dell’apollineo culto archimandriti
Di quanti la Natura in cielo e in terra
E nell’aria e nel mar produce effetti,
Tanti Numi crearo: onde per tutta
La celeste materia e la terrestre
Uno spirto, una mente, una divina
Fiamma scorrea, che l’alma era del mondo.
Tutto avea vita allor, tutto animava
La bell’arte de’ vati. Ora il bel regno
Ideal cadde al fondo. Entro la buccia
Di quella pianta palpitava il petto
D’una saltante Driade; e quel duro
Artico Genio destruttor l’uccise.
Quella limpida fonte uscía dell’urna
D’un’innocente Najade; ed, infranta
L’urna, il crudele a questa ancor diè morte.
Garzon superbo e di sè stesso amante
Era quel fior; quell’altro al Sol converso
Una ninfa, a cui nocque esser gelosa.
Il canto che alla queta ombra notturna
Ti vien sì dolce da quel bosco al core,
Era il lamento di regal donzella
Da re tiranno indegnamente offesa.
Quel lauro onor de’ forti e de’ poeti,
Quella canna che fischia, e quella scorza
Che ne’ boschi Sabei lagrime suda,
Nella sacra di Pindo alta favella
Ebbero un giorno e sentimento e vita.
Or d’aspro gelo aquilonar percossa
Dafne mori; ne’ calami palustri
Più non geme Siringa; ed in quel tronco
Cessò di Mirra l’odoroso pianto.
.
Nota:
*. V. Monti, Sulla mitologia. Sermone alla marchesa Antonietta
Costa di Genova nelle nozze del marchese Bartolommeo Costa suo figlio,
in Opere del cavaliere Vincenzo Monti, vol. IV, Italia 1826,
pp. 171-179.
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