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STORIA-MITOLOGIA
> María Sánchez Puig,
I quattro elementi naturali nella mitologia precristiana russa,
2004
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Aria
– Vozdukh
Il quarto degli elementi si trova nella tradizione mitologica russa
sotto la cupola celeste. Il Cielo ha tre livelli o sfere: la cupola
celeste o “cielo duro”, sorta di “setaccio” che copre il Mar Oceano
e la Terra, con il sole, la luna e le stelle in esso incorporate;
sotto questa cupola dura c’è il “cielo dell’Aria”, che ci permette
di respirare; e in cima alla cupola dura sta il “cielo dell’Acqua”,
che rovescia la pioggia sulla Terra attraverso il setaccio e la feconda.
L’Aria si materializza nel Vento, viene plasmata in diverse forme
zoomorfe e antropomorfe oppure in un gran mantice celeste, spinto
dai giganti. Stríbog, il Signore dei Venti, era una delle sette
principali divinità del pantheon precristiano di Kiev. In generale,
l’Aria ha connotazioni piuttosto negative, avverse all’uomo, essendo
propagatrice di mali e di epidemie, portatrice di nubi tempestose
di acqua e grandine che rovinano le colture, alleata del Fuoco ecc.
Sotto l’influenza del cristianesimo, l’aria passò a identificarsi
con lo spirito o anima che abbandona il corpo sottoforma di soffio
o nuvoletta. In molte regioni della Russia profonda, quando muore
una persona, vi è ancora la pratica di aprire porte e finestre
per lasciar uscire questa nuvoletta o soffio, poiché, se l’anima
del defunto non esce, perseguiterà i vivi.
Nella mitologia russa precristiana, il Vento simboleggia l’ira della
natura. Si racconta di Dodici Grandi Venti che furono incatenati su
un’isola al centro del Mar Oceano e, quando uno riuscì a scappare,
si scatenarono violente tempeste. Altre leggende parlano dei vagabondaggi
di “settantasette Burrasche, settantasette Turbini e settantasette
Venti” che si spostano sulle terre russe sradicando alberi, distruggendo
colture, ravvivando incendi e trasportando nuvoloni neri. Nelle stampe
popolari chiamate lubok, il Vento è tradizionalmente
rappresentato come un essere antropomorfo con uno o tre teste e i
capelli al vento, mentre guida una troika di veloci cavalli.
Esiste anche una rappresentazione zoomorfa: un suino che gratta la
terra e la schizza intorno, da qui la credenza popolare che, se un
maiale gratta con forza la terra, è in arrivo una burrasca.
Il Turbine o Vikhr’ era il vento più terribile, perché
nei suoi stessi occhi ballavano gli spiriti del male, streghe, diavoli...
Esistevano diversi nomi per i venti, a seconda della loro provenienza
e intensità, che si usavano specialmente nelle magie e nelle
invocazioni. I quattro venti principali – N, S, E, O – si rappresentavano
come quattro fratelli. Tra i più conosciuti, citiamo Raj, vento
secco del sud, portatore di prolungate siccità; Séverko,
gelido vento del nord; Dogoda (da cui derivò Pogoda) soave
e calda brezza, simile allo Zefiro dei greci. Erano inoltre dotati
di nome proprio alcune manifestazioni concrete del Vento, per esempio,
si chiamava Vétrennik il colpo di vento invernale che irrompe
in casa, quando si apre la porta. Di solito, il vento non agisce da
solo, ma insieme ad altri elementi, in particolare l’Acqua e il Fuoco.
L’ululato e il sibilo del vento non promettevano nulla di buono, da
qui la credenza, conservata fino a oggi, che non si deve fischiare,
meno che mai in casa, perché si attira il vento e con essa
ogni sorta di male.
Osserviamo quindi un’evidente contrapposizione tra i due elementi
di segno positivo – Terra e Acqua – favorevoli all’uomo, generatori
di vita e, pertanto, necessariamente femminili, incluso il genere
grammaticale, e gli altri due elementi negativi – Vento e Fuoco –
ostili, distruttori della vita e, di conseguenza, simboli maschili,
incluso il genere grammaticale. Questa opposizione del principio femminile
creatore e del principio maschile distruttore, presente nella cosmovisione
russa, si riflette nel folclore in forme epico-poetiche: da un lato,
nei nomi di frutti e bacche di simbologia e genere grammaticale femminile
e, dall’altro lato, nei nomi degli uccelli rapaci di simbologia e
genere grammaticale maschile, che beccano, divorano, calpestano e
distruggono i frutti. Ma qui non interessa.
I quattro elementi sacralizzati trasmettono un alone di magia anche
agli uomini che li maneggiano o i cui mestieri sono a essi direttamente
collegati, come i mugnai (acqua, vento), i vasai (terra, fuoco) e
i fabbri (fuoco), i quali, secondo la tradizione popolare russa, hanno
poteri magici, stipulano patti con gli spiriti (o demoni, in epoca
cristiana) e sono spesso protagonisti di storie e leggende fantastiche.
Senza pretendere di concludere il tema, che offre materia per molto
altro ancora, possiamo riassumere, come ha scritto Lévy-Strauss,
che il mito è sempre relazionato con eventi passati, in tempi
remoti e immemorabili, e tuttavia “il valore intrinseco attribuito
al mito dipende dal fatto che questi avvenimenti, che si ritiene debbano
svolgersi in un momento preciso del tempo, formano anche una struttura
permanente. Quest’ultima si riferisce simultaneamente al passato,
al presente, al futuro” (6).
Il mito è ancora vivo nella cultura russa, emerge quando meno
lo si aspetta, in racconti e leggende, riti e cerimonie, credenze,
superstizioni e gesti che oggi non sembrano avere alcuna spiegazione,
ma sono tuttora in auge.
È importante conoscere il mito di qualunque popolo e le sue
ramificazioni nella vita moderna per meglio comprendere certi atteggiamenti,
per intendere non solo il testo ma il contesto e il subtesto delle
sue creazioni letterarie colte e popolari, per capire il significato
di gesti, superstizioni e atteggiamenti nella vita reale e nei film...
Un mito non è semplicemente una storia, ma una delle molteplici
visioni di un mondo che condividiamo e nel quale tutti siamo immersi.
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Note:
6. C. Lévy-Strauss, Anthropologie structurale, Plon,
Parigi 1958, trad. it. di P. Caruso, Il Saggiatore, Milano 1966, p.
234. (N.d.T.)
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