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STORIA-MITOLOGIA > Louis Renou, Miti e credenze dell’India, 1951

 

La divinità suprema
Oltre il mondo divino, gli indiani riconoscono spesso un Isvara, o «Signore», che chiamano anche Purusha, «essere», e Bhagavant, «beato».
È difficile indicare da quale momento appaia la nozione che sottostà a queste parole, ma la prima traccia letteraria la si trova nelle Upanishad dette «medie», che si possono datare tra il V o IV secolo a.C., dove improvvisamente ci si imbatte in una differenza di natura con gli altri nomi divini. Non si può tuttavia associarlo alla nostra nozione di dio personale senza sottolinearne, allo stesso tempo, le differenze. All’inizio viene generalmente associato all’immagine precisa di qualche dio mitologico, come Vishnu, Siva, Krishna o Rama. Nelle forme più rigide del Vedanta, quelle della scuola di Sankara, l’Isvara è un «brahman qualificato», cioè un assoluto impersonale che, su un piano inferiore a quello della realtà trascendentale, è dotato di qualità (saguna), in modo da apparire come dio personale. In realtà, anche fuori da questa scuola, l’idea di Isvara non si è mai completamente dissociata da quella di un brahman neutro.
Il Bhagavata insegna: «Questa forma involuta, il brahman primordiale, luminoso, pura esistenza, senza qualità, senza mutamento, senza attributi, senza desideri, sei tu, tu sei Vishnu in persona, la fiamma del microcosmo».
Immanente e trascendente, il Dio, secondo l’induismo, conserva degli elementi di origine panteista. Un testo come l’Arthapancaka di Lokacarya Pillai (XIII secolo) distingue il dio personale che siede in paradiso, l’essere «dispiegato» (teoria dei vyuha), l’essere che scende sulla Terra (teoria degli avatara), il «reggitore interno» (prolungamento dell’antico atman), infine l’immagine fisica destinata al culto. Questi cinque stati sono spesso più giustapposti che integrati in uno stesso blocco di rappresenazioni. La jivandevata di Tagore è allo stesso tempo Dio e un doppio trascendente dell’io.
Se il ragionamento e la via speculativa riescono ad accedere a questa nozione di Dio solo lentamente, faticosamente, i poeti al contrario ne hanno un’intuizione immediata e celebrano spesso l’essere supremo. I loro canti più convincenti sono forse quelli che lo cercano attraverso delle negazioni successive, come fanno le Upanishad per definire l’assoluto.
Così scrive Harichand, poeta hindi del XVIII secolo: «Non si trova nella scienza, neppure nella riflessione, non nel karman, nelle caste o nelle leggi;... non nelle parole, non nelle dispute; non nelle controversie religiose, non nei templi e nei culti, non nel tintinnio dei campanelli dell’officiante. Ve lo dice Harichand: Dio non è legato e sospeso che da un legame d’amore» (traduzione di P. Meile). Di fatto in India il divino e la sua percezione sono una faccenda di «realizzazione» più che di speculazione.
Vi sono dei sistemi di pensiero ateo, ma ciò significa solo che escludono la credenza in un essere supremo di tipo personale, e infatti ammettono, come il Sankhya antico e la Mimamsa preteista, credenze elementari, comprese quelle in divinità transitorie. Quanto ai Materialisti o Nastika, «coloro per i quali non c’è niente”, essi negano ogni esistenza che non sia di ordine sensibile, materiale. Queste scuole hanno avuto un prestigio relativamente piccolo, quanto meno la letteratura antica evita di parlarne e i loro testi fondamentali, se ve ne sono mai stati (come si assicura), sono andati persi senza dubbio a causa della poca stima in cui erano tenuti.

 

 

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