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STORIA > Vittorio Alfieri, Vita (1)


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Aveva letto la vita di Pietro Il Grande di Voltaire, era stato in Accademia con più Moscoviti, ed aveva in molte guise sentita magnificare quella nascente nazione; onde queste cose tutte ingrandite dalla mia fantasia, che tanti disinganni mi andò sempre causando, mi tenevano in una espettazione straordinaria. Ma appena entrai in quell’asiatico accampamento di vaste trabacche, ricordatomi di Roma, di Genova, di Venezia, e di Napoli, mi posi a ridere. È da quanto ho visto poi in quel paese, ho ricevuto la conferma di quella prima impressione; e ne ho riportato la preziosa notizia, ch’egli non meritava d’esser visto. È tanto mi andò a contraggenio ogni cosa, fuorchè le barbe, e i cavalli, di quei barbari mascherati da Europei, che in quasi sei settimane che ci stetti non volli conoscer nissuno; non mi feci presentar a corte, e neppur vidi materialmente il viso di quella famosa sovrana, che ha stancato la fama di sè; ed esaminatomi dopo, per ritrovarne il perché, mi son convinto ch’era intolleranza mera di carattere, ed odio purissimo di tirannide; e non invidia di fama; poichè allora non mi sognava io di pretenderci mai. Ma mi ricordava di aver sentito narrare, che tra gli altri pretesti addotti da Catterina seconda, per ispodestare il marito, aveva osato anche addur quello di voler dare una certa libertà a’ suoi popoli. Ora trovatili io in una servitù così intera, e quei maladetti soldati in trono non meno che a Berlino, son convinto che questo più ch’ogni altra cosa mi diede quell’odio, e quell’ira che mi durò le sei settimane che vi stetti, e quella aspra reminiscenza, che me ne durò dopo per ben dieci anni; finchè l’età, e la ragione diedero poi luogo al giusto vero.

Ogni cosa moscovitica dunque spiacendomi, non volli altrimenti veder Mosca, come avea disegnato, e mi sapea mill’anni di tornar in Europa. Partii in fin di Giugno alla volta di Riga, per Narva, e Revel; e in quel ritorno per orribili paesi piani, arenosi, ed ignudi scontai il piacere delle selve di Svezia. Proseguii per Konisberga, e Danzica, che allora già era straziata dal mal vicino despota prussiano, e bestemmiando fra me, e Russi, e Prussi, e quanti sotto faccia d’uomo si lasciano a quel segno malmenare dai loro tiranni, e seminando il mio nome, qualità, carattere, intenzioni, ad ogni corpo di guardia prussiano che incontravasi, che a tutti, e sono spessi in ogni borguccio, mi venivan chieste tutte queste cose, mi ritrovai finalmente un’altra volta in Berlino; dopo quasi un mese di viaggio il più spiacevole, il più sgradito e noioso che facessi al mondo al partire di Pietroborgo sino a Berlino. Vidi a Zorendorff il campo di battaglia tra’ Prussiani, e Russi, dove tante migliaia dell’uno e dell’altro armento rimasero; le fosse sepolcrali erano manifestamente accennate dalla bellezza del grano, che nel resto del terreno naturale per sè arido, e ingrato, era misero, e rado. Mi si confermò vieppiù dopo tal vista l’odio pel tiranno di Berlino, che tante migliaia d’uomini costò all’Europa perché una parte di Silesia gemesse sotto lui, in vece di gemere sotto l’Austria. Tutto ciò mi facea fortemente desiderare, e sempre più conoscere, ed amar l’Inghilterra.

 

 

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