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STORIA > Francesco Algarotti, Viaggi di Russia


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Tutte queste cose, Mylord, potrei narrarle, se io volessi fare il giornale del nostro viaggio: non gli mancherebbono a un bisogno degli ornamenti o ricci scientifici. Potrei dirle, per esempio, che il ventitré del passato mese verso la mezza notte apparve un’aurora boreale in guisa d’arco, la cui sommità guardava l’ouest, venendo, per quanto io ne potei fare stima, ad essere intersecata dallo àzimuth della declinazione della bussola, che cade da l’ouest di dieci a dodici gradi. E ciò consuona con quanto io udii già a Greenwich dal vecchio loro Eudosso, dall’Hallejo, (6) che co’ poli di quel suo terrestre nocciolo va trovando delle relazioni, cosí della direzione della calamita, come della emissione di quel vapore che forma le aurore boreali.

Potrei dirle ancora, che un giorno di calma fece il signor King con gran destrezza la notomia dell’occhio di un castrone: il qual castrone fu poi cotto con egual dottrina dal nostro Martialò. Ce ne mostrò la coroide, ch’era verde; e verde parimente aggiunse essere il colore di cotesta tunica in tutti gli animali che pascono. Sarebbe forse, Mylord, che avesse la natura formato in simili animali quella tunica atta solamente a riflettere i raggi verdi, perché l’erba facesse una maggiore impressione sugli occhi loro, perché ci fosse come una maniera di attrazione tra essi e la cosa con che si nutrono e crescono? o pur sarebbe, che, per lo continuo riflettere che fa quella túnica i raggi verdi, atta soltanto divenga a riflettere quei raggi, e non altri? Sappiamo le forze che ha l’abitudine anche sull’organico e sul fisico. Il suo antecessore Demòstene non divenne egli a forza di esercizio abile a pronunziar nettamente la R, per cui era inabile da natura? E chi si mettesse a non ripetere che una sola parola, diverrebbe forse muto per tutt’altre.

Un’altra osservazione assai curiosa venne fatta anche a me questi passati giorni sull’ottica, la qual mostra, che dagl’inganni de’ nostri sensi ne vengono il piú delle volte regolati i giudizi della mente. Di due oggetti molto lontani il piú illuminato, come a lei è ben noto, è giudicato il meno lontano. Due vele bordeggiavano l’una incontro dell’altra in grandissima distanza da noi: sull’una batteva il sole, sull’altra no: la illuminata dal sole pareami la piú vicina a noi: ma quando furono amendue nella stessa linea col mio occhio, sparí la illuminata coperta dall’altra; e quella, che secondo le regole io giudicava la piú vicina, era forse di una mezza lega e anche meglio piú lontana da noi.

Ma che le dirò io, Mylord, di questa terra, di cui ella ha piú vaghezza d’intendere, che delle venture e dei fenomeni di mare? Io vorrei trovare qualche bel passo di Virgilio per descriverle la bella situazione di Helsingor, come gli ho avuti belli e trovati per descriverle le nostre burrasche. Il mare qui si ficca tra la Danimarca e la Svezia, ed è largo da due miglia appresso a poco, come il Tamigi a Gravesend; non ha corrente veruna come hanno gli altri stretti; salvo se spiri norte o sud, ch’ei guarda per diritto; che allora rapidissima è la corrente, e va ora per un verso ed ora per l’altro, secondo la balla del vento. Le coste della Svezia sono assai selvagge; domestiche all’incontro e amene sono le coste danesi o sia del Zeeland: e se tali fossero altre volte state, già non le avrebbono abbandonate i Tèutoni per cercar nuove sedi a dar briga ai nostri Marii. La verità si è, che al dí d’oggi potrebbero quasi gareggiare con le campagne d’Inghilterra. Bei boschetti, collinette dolci, prati che discendono sino al mare, un verde smeraldino. Sorge pittorescamente sulla spiaggia il magnifico castello di Cronembourg coperto di rame, che in mezzo alla sua cittadella signoreggia il Sund, e guarda come d’alto in basso la povera Helsenberg, che sulla riva opposta rende anch’essa il saluto a’ vascelli, ch’entrando nel Sund salutano il dardanello danese. Povera veramente: se non che di una cosa può gloriarsi, ed è, di aver veduto dalle sue torri i veterani danesi disfatti da’ contadini di Svezia sotto la condotta dello Steinbock a’ tempi di Carlo XII.

Quantità di legni, forse un centinaio, sono qui all’ancora insieme con noi, parte che vanno, e parte che vengono; e ne arriva a ogni instante di nuovi. A questa spiaggia di Helsingor ci sta sempre di guardia una fregata danese che riscuote il peaggio; (7) e questo monta ogni anno a quasi trentamila lire sterline. Io leggeva questi passati giorni nella relazione della Danimarca di mylord Molesworth, che le città anseatiche del Baltico pagavano altre volte a’ Danesi un tanto; sí veramente che da essi fossero su questa spiaggia mantenuti alcuni fanali; nella stessa guisa che da’ vascelli carbonai pagasi ora in Inghilterra una maniera di contribuzione, se vogliono cosí chiamarla, a colui che ha pigliato la impresa di mantenere il faro fluttuante al Nord-Buoy, e quell’altro che è ancorato al banco di Dowzing in faccia alla costa di Norfolk. Le città anseatiche calando dipoi, e la Danimarca all’incontro crescendo di forze; ciò ch’era patto, s’è cangiato in diritto. E di quante simili metamorfosi, Mylord, non si leggono nelle istorie, che altro non sono che gli annali dell’astuzia e della forza? Fatto sta, che il re di Danimarca, padrone delle bocche del Sund, è nel Baltico quello che è ora in Italia il re di Sardegna padrone dell’Alpi. Il peaggio per altro, che paga ciascun legno, regolato sul carico che porta, non è grandissima cosa. Egli è piuttosto il grandissimo numero di legni che passano ogni anno il Sund, che il fa montare cosí alto. Si fa stima che un anno con l’altro ne passino da due mila; seicento svezzesi, (8) e questi per l’ultimo trattato con la Danimarca pagano anch’essi, che altre volte non pagavano; mille Olandesi, i quali da’ loro marosi vanno nel Nord a cercar tavole, ferro, pece, canape, grano, quasi ogni cosa che è necessaria alla vita; tre o quattrocento inglesi; tre o quattro francesi, non piú; alcuni pochi di Lubecca, città ora molto decaduta dall’antico suo splendore; alcuni di Danzica, che fa ancora qualche figura; e due o tre russi, i quali, non molti anni fa, simili agli americani, ponevano la nautica tra le arti di un altro mondo.

Non lungi dalla nostra nave ha dato fondo questa mattina un vascello appunto di quella nazione con un grosso corpaccio alla olandese, il cui padrone è russo, e russa è pure tutta la ciurma, a quello che ci ha detto il capitano della fregata danese, uomo molto pulito, e molto instrutto delle cose di questo emisfero boreale. Non posso dirle il piacere che io sento, Mylord, a veder questi nuovi oggetti, che mi fanno credere di essere come trasportato in un altro mondo. Ci siamo qui rifatti con buone provvisioni, e, a casa il console inglese, d’ogni disagio patito, in somma:

Excepto quod non simul esses, caetera laetus.

Ma ecco che ci mettiamo in punto per salpare. Io chiudo questa mia, e la mando al console, che gliela farà sicuramente pervenire a S. James. Non si scordi, Mylord, di chi navigando al nord-est, pure di tanto in tanto rivolge gli occhi a quel rombo della bussola che a lei fra non molto mi ricondurrà.

 

 

Note:
6. Famosi astronomi. Eudosso di Cnido, greco, visse dal 409 al 356 a. C. Edmund Halley, inglese, visse dal 1656 al 1742.
7. Pedaggio.
8. Svedesi.

 

 

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