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STORIA > Alain Besançon, Le fluttuazioni della storiografia della Russia


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In quale modo la storiografia russa diede al nuovo impero i titoli della nobiltà? Esisteva una Cronaca dei tempi passati, datata XII secolo, che faceva risalire a Jafet l’origine degli Slavi, segnalava una visita dell’apostolo sant’Andrea nei luoghi della futura città di Kiev, dove avrebbe piantato una croce, e, infine, riferiva la famosa chiamata ai Varjaghi, tribù scandinava, da parte degli Slavi del Nord affinché li governassero. Questo primo nucleo si arricchì a partire dallo XVI secolo, facendo diventare i prìncipi di Mosca consanguinei dell’imperatore romano Augusto, in quanto discendenti diretti di suo cugino, il germano Prus. Questa leggenda si ampliò di contributi polacchi e ucraini nel XVII secolo: ora gli Slavi discendevano da Mosoch, figlio di Jafet, che aveva dato il proprio nome a Mosca. (1) In realtà, il nome deriva da una parola slava che significa gloria.

Si cominciò a parlare di una «nazione slavo-russo-cristiana», predestinata a estendersi ai quattro punti cardinali. Nel XVIII secolo, questa leggenda è fissata nella raccolta intitolata Synopsis (Sinossi), che è ancora alla base della storiografia. Il primo storico post-petrino e, da un certo punto di vista, il primo storico dei Lumi russi, fu Tatiscev, che, verso il 1740, conservò ancora l’etimologia gloriosa degli slavi, ma si riferì più a Erodoto che alla Bibbia nel collegare i Russi agli Sciti e ai Sarmati di famosa memoria. Aggiunse anche che i Russi avevano sempre usufruito dei vantaggi di una monarchia assoluta e autocratica, poiché tale era, secondo Erodoto, il governo degli Sciti e dei Sarmati.

Solamente nel 1749, uno storico tedesco, Gerhard Friedrich Müller, membro della giovane Accademia delle Scienze di San Pietroburgo, osò dire, in un discorso solenne, che i Russi erano arrivati nelle loro steppe soltanto nel VI secolo, che i primi prìncipi russi erano dei normanni e che la parola rus’ era il nome di una tribù varjaga svedese-finnica. Scandalo! Il discorso fu censurato e Müller retrocesso. È stato il primo di una lunga serie di episodi difficili per gli storici della Russia amanti della verità.

Il nascente nazionalismo russo aveva anche un’ispirazione religiosa che ben presto si confuse con l’esaltazione dello Stato russo.

Quando, nel 1441, il metropolita Isidoro ritornò a Mosca dal Concilio di Firenze, in cui era stata proclamata l’unione tra la Chiesa bizantina e quella latina, il Gran Principe Vasilij lo fece immediatamente imprigionare. L’Unione fu dichiarata nulla e non avvenne. Questo fatto consentì alla Russia di rompere con Costantinopoli che, firmando l’Unione, era caduta in eresia e, di conseguenza, punita dal cielo con l’invasione dei Turchi. Rimaneva così un solo territorio ancora ortodosso, cioè cristiano: la Russia moscovita. Il monaco Filoteo di Pskov ritenne quindi che lo zar Ivan III fosse «il solo zar cristiano, che tiene le redini di tutti i seggi divini della Santa Chiesa ecumenica, la quale non si trova a Roma o a Costantinopoli ma è nella città di Mosca, prescelta da Dio». E scrisse allo zar: «Tutti gli imperi della fede cristiana ortodossa si sono congiunti nel vostro solo impero. Tu sei l’unico zar sotto il cielo». A questo punto viene in mente quella frase che sanno tutti i bambini russi: «Due Rome sono cadute, ma la terza è ancora in piedi e una quarta non ci sarà». Era il 1512: la Russia stupiva l’Europa con la sua barbarie, ma non ancora con la sua forza, troppo debole. Ciò non impedì, ma la spiega, quest’esplosione di megalomania, che si rafforzò con un’altra leggenda, quella della mitra (klobuk) bianca, data da Costantino il Grande a papa Silvestro, che, dopo molte peripezie, era miracolosamente arrivata a Novgorod: «Il Signore eleverà lo zar russo al di sopra di tutte le nazioni e molti zar delle altre nazioni saranno sotto il suo impero - dice una profezia. - A sua volta, la dignità patriarcale sarà trasmessa da questa città imperiale alla terra della Russia per restare sotto la sua sovranità e il paese si chiamerà la Santa Russia». Il mito della Santa Russia restò vivo fino all’ascesa di Pietro il Grande, nel XVIII secolo, poi si indebolì quando l’imperatore pietroburghese eliminò il patriarcato e secolarizzò la Chiesa sul modello protestante prussiano e svedese. Ma rinacque più bello di prima nel XIX secolo.


 

Note:
1. Ciò non ha nulla di originale: la maggior parte dei popoli recentemente entrati nel novero delle nazioni cristiane sente la necessità di mettere solide origini sul modello biblico della storia di un popolo eletto da Dio. I resoconti mitici non mancano nella storia nazionale della Francia, dell’Inghilterra, dei Sassoni ecc. I Franchi, cioè i francesi, discendono da Francus, principe troiano.

 

 

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