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STORIA
> Cesare
Cantù, Storia di cento anni (1750-1850), 1851-1855
Affari d’Oriente.
Della
rivoluzione greca nulla aveano definito i diplomatici (vol.
II, pag. 405), sebbene dopo la battaglia di Navarino avessero
perduto la speranza di rimettere a quei battezzati le catene musulmane.
Morto Alessandro di Russia che, dopo averli sospinti, aveva abbandonato
i Greci per condiscendere a’ suoi alleati, Nicolò favorì
gl’insorgenti, per acquistar su loro un patronato, simile a quello
che esercita sui principati del Danubio. All’Inghilterra poco aggeniava
il costituirsi di questa nuova nazione, che nella sua gioventù
potrebbe rivaleggiarla; e se, trascinata dall’opinione e dal non volere
lasciarla riuscire senza di lei, vi stese la mano, volea debole il
nuovo Stato di modo, che bisognasse del suo appoggio. La Francia,
amica disinteressata sì per indole, sì perchè
aliena da speranze o timori immediati, volea farne un dominio indipendente
da ogni officiosa tutela.
Capodistria, presidente e buon amministratore, fe cessare la pirateria,
organizzò i Romelioti, diffuse l’istruzione pubblica; ma i
patrioti lo guardavano come torcimanno della Russia, e che meditasse
farsi capo del Peloponneso, d’accordo col czar o colla Porta: intanto
gli antichi capi, dopo versato il sangue generosamente, lo scontavano
in prigione o nell’esiglio. La rivoluzione di Francia esacerbò
gli spiriti; alcuni giornali s’invelenirono per modo che fu forza
sopprimerli; alcuni dei resistenti perseguitati, ritiratisi a Idra,
ruppero a guerra civile; Costantino e Giorgro fratello e figlio di
Pietro Mauromicali tenuto prigioniero, trucidano in chiesa il presidente;
Costantino resta ucciso sul fatto, Giorgio al patibolo. La Grecia
esulta d’esser liberata da quello che, per tanto tempo, avea guardato
come suo liberatore; eppure chiama a succedergli il fratello Agostino,
il quale fa rei di Stato il generale Coletti e gli altri avversi alla
Russia. Frattanto la conferenza di Londra, che decideva delle sorti
dei popoli senza i popoli sentire, eleggeva al trono di Grecia Ottone
figlio del re di Baviera, il quale vi giunse con flotta e danaro e
consigli forestieri.
Così un nuovo Stato cristiano costituivasi in Europa; simulacro
di regno, cui la diplomazia surrogava alla speranza d’un greco Impero
rinnovato. È dagli altri singolare, in quanto il regno porta
lo stesso nome che la Chiesa, non volendo i Greci restar dipendenti
dal patriarca greco, per rimovere ogni pericolo di predominio russo.
Con buone fortificazioni ed eccellente marina, estendesi su dodici
milioni di acri, dei quali un nono appartiene a privati, il resto
allo Stato, succedente ai primitivi dominatori: anzi i proprietarj
stessi sono piuttosto affittajuoli, dovendo una decima in natura,
di penosissima e vessatoria esazione. Disusati i terreni dalla cultura,
distrutti dal tempo gli acquedotti antichi, si moltiplicarono acquitrini
e sodaglie; la natura stessa direbbesi in gran parte mutata. Il Cefiso
che arrestò l’esercito di Serse, basta ora a fatica ad inaffiare
i giardini; l’Inaco e l’Ilisso appena alla stagione piovosa ricompajono
nell’arido letto; dei boschi del monte Licabetto, ove si cacciavano
gli orsi, più non sopravanzano che arbusti; e la negligenza
ottomana o lo scoraggiamento della servitù lasciò nudare
di piante l’Imetto, il Pentelico, il Parnaso, il cui terriccio scese
a rialzar la pianura e sepellire gli edifizj antichi. In Morea contatisi
appena sessantasette uomini per miglio quadrato, ventisei nel continente,
trentacinque nelle isole.
Pure il regno è in aumento, come paese nuovo; e mentre nel
1836 non eccedeva i 751,077 abitanti, nel 40 furono 856,470: olivi
e gelsi vi crescono spontanei; abbondantissimo il cotone. Invece di
fabbricare una capitale nuova ed acconcia, per rispetto storico si
scelse Atene, arida, malsana, e dove contrastano l’antica magnificenza
e le nuove meschinità: or conta 26,000 abitanti; e ogni cosa
a buonissimo prezzo. Il territorio è diviso in comuni di tre
classi, secondo contengono 10,000, o 2000, o 200 anime; ogni uomo
a venticinque anni diventa elettore; e i Comuni rispondono delle violenze
e de’ furti commessi nella loro giurisdizione: provedimento necessario
in tante abitudini eroiche. Un terzo della popolazione vive di commerci,
ma piccoli e nuovi; e i grossi hanno case fuori. Il più importante
cambio si fa con Trieste: ma finora i capitali scarseggiano, nè
vie nuove si apersero. Nel 1841 si fondò un banco nazionale:
e tanto mare, tanta fertilità, tanta operosità, promettono
largamente alla popolazione
ventura.
Agli studj si diede avviamento fin prima della rivoluzione. L’idioma
greco era disusato alla letteratura; e Foscolo e Mustoxidi arricchirono
in italiana. Sarà nominato con lunga gratitudine Coray, medico
di Smirne, il quale tradusse da prima in greco moderno il Beccaria;
poi, coi fratelli Zosimos, formò una Biblioteca greca
e dizionarj. Greco Ducas voleva si ripristinasse l’antica favella;
come chi volesse tornare gl’Italiani al latino. Catarsdy sosteneva
l’uso parlato, comunque inforestierito; al che acquistarono favore
alcuni ben successi tentativi, come le liriche di Cristopoulos. Coray,
tenendo il mezzo tra la schifiltà degli eruditi e il sentimento
del popolo, volea purgare la lingua parlata dalle frasi straniere
qualora non mancassero antiche corrispondenti. Fondamento arbitrario,
che, come accade, fu abusato: onde uscirono opere nè intese
dal volgo nè approvate dai dotti, simili alla lingua cortigiana
de’ pedanti d’Italia; e Rigo in una commedia sbertò il nuovo
gergo dei dotti. Ma col governo parlamentare la lingua prenderà
polso e lena, e rimarrà decisa col fatto la quistione della
sua natura.
Qual più bello spettacolo che un popolo il quale si rigenera?
ma la libertà non nasce in letto di rose. Le dispute, che pajono
natura di quella gente, non tardarono a inimicarli per fatto di religione.
Pesano i prestiti, contratti durante la guerra o alla venuta del re;
e le Potenze che se ne portarono garanti, ne traggono pretesto di
mestare nel governo. Questo fu messo dispotico, e al re fanciullo
dato un Consiglio di reggenza, governo bell’e fatto tutto di Bavaresi:
quattromila di questi vennero col re; altri a far fortuna e coprire
cariche, pagati caramente dal paese. Armansperg, tutore del re, sostenuto
dalle Potenze, voleva mantenere l’assolutezza; onde gli antichi patrioti,
esclusi non dal comando solo, ma fin dalla rappresentanza che aveano
avuta durante la insurrezione, fremevano del dominio forestiero. Il
re, congedato Armansperg e assunto il governo, molto fece; ma sempre
era esosa quell’amministrazione imposta e dispotica. Venuto il tempo
che le truppe bavaresi dovevano uscire di Grecia, le intelligenze
si produssero all’effetto; e senza influssi forestieri, per puro sentimento
nazionale, il re fu indotto a soscrivere una costituzione, fondata
sulle solite divisioni dei poteri e colle solite garanzie; dove l’unico
punto di rilievo si è l’obbligo che i futuri re professino
la religione nazionale.
Pertanto la Grecia ricuperava tutte le libertà sottrattele,
e le assemblee deliberanti, per cui e con cui avea combattuto. Anzi
la nazionalità s’infervorò a tale eccesso, che, mentre
nella prima assemblea rivoluzionaria avevano dichiarato Greci tutti
quelli che credono in Gesù Cristo e parlano greco, esclusero
dalle funzioni pubbliche chi non sia nato ne’ confini del presente
Regno (eterotoctoni). Coletti, autore principale della rivoluzione
e rappresentante la parte francese a petto di Maurocordato che rappresenta
la inglese, si oppose indarno a questo autoctonismo; riazione
peloponnesiaca, non solo contro i Bavari, ma contro i ricchi e massime
Fanarioti, che accorrono a frutti pei quali non hanno faticato. (1)
I principi d’Europa riconobbero il nuovo patto, purchè quel
Regno ricusasse estendersi; troppo sentendo come tutta Grecia e l’Asia
Minore guardino con desiderio al paese, che, vogliasi o no, dovrà
un giorno unirli. Ma da quel punto i tanti che vi erano migrati stettero
pessimamente, e dovettero pensare ad abbandonar la nuova patria: ne
uscirono quelli d’Ipsara; molt’altri di Creta, isola che ne rimane
agitata, e le cui turbolenze balenano come speranze all’Inghilterra,
avida delle belle rade della Suda e della Canea.

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Note:
1. Coletti moriva il settembre 1847.
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