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STORIA > Carlo Cattaneo, La China Antica e Moderna (1)


Mentre l’Italia or si conforta nel pensiero d’un’êra al tutto novella, che la virtù d’eroici figli le promette: or si turba nel sospetto che ogni tale sua speranza possa ancor solamente risolversi nell’aggiungere un nuovo volume a una lunga istoria d’inganni e di dolori: essa non dovrebbe non mirare con intensa cura un’altra nazione, assai più grande e più antica, agitarsi parimenti tra la speranza di scuotere un giogo barbaro, e la tema di cadere sott’altro giogo non meno pernicioso perché imposto a nome della civiltà e del fraterno commercio dei popoli. Quando vediamo i tre più grandi governi d’Europa intrudersi nella China e nelle vicine regioni, con quelle medesime arti, d’ambasciatori armati, di mercanti conquistatori, di soldati rapaci e di turbolenti missionarj, colle quali vennero già spogliati e avviliti cento e più millioni d’uomini nell’India: quando li vediamo apportare sempre nuove insidie e nuove ferite al diritto delle genti in Oriente: poca fiducia possiamo concepire nei destini di quelle nazioni dell’Occidente che dovessero mai rassegnarsi alla giustizia e all’umanità dei potenti.
Data questa qualsiasi similitudine di condizioni fra l’India e la China, quella gente lontana e singolare, che a parecchi fra noi nemmen quasi sembra cosa di questo mondo sublunare, diviene immantinenti oggetto d’utile e doveroso studio. Possiamo colà contemplare in ampie proporzioni, e in prospettiva meno intorbidata da domestiche illusioni, le arcane cause per le quali, nulla ostante il numero e la civiltà e la ricchezza, una nazione può lasciarsi trarre nel vortice dell’impotenza e della servitù.

Non è che manchi ai Chinesi la coscienza d’esser nazione; poiché già una volta scossero il dominio straniero dei Mogoli; e già da più generazioni, già fin dal principio del nuovo dominio dei Manciuri, colà millioni d’uomini vivono ascritti a ereditaria e perpetua congiura; e una vasta ribellione, discesa dalle ancora indomite regioni montuose, contende da parecchi anni ai dominatori le più fertili provincie. Né si può dire che manchi loro fierezza di propositi, coraggio e devozione, quando si vedono popolose città interamente desolate dalle guerre civili e straniere, e i loro difensori, anziché lasciare in potere dei nemici le famiglie, trucidarle di propria mano, e gettarle nelle fiamme.

Il pregiudicio che attribuisce sommariamente la debolezza di quei popoli a inerzia mentale, all’odio d’ogni utile innovazione, al nessuno contatto con altre genti, involge alcune parti di vero; ma nel suo complesso è un grave inganno. La debolezza loro dipende veramente da cause che sono assai meno lontane da quelle per le quali siamo caduti noi medesimi, per sì lungo tempo, in sì basso e indegno stato.

La civiltà chinese, iniziata splendidamente venti e più secoli prima della fondazione di Roma, e quando la superba Europa era ancora tutta barbara e in gran parte selvaggia, fu sempre e assiduamente progressiva. E se non neghiamo i fatti più evidenti e solenni, lo è ancora ai nostri giorni. I Chinesi, senza noi, e prima di noi, e a nostro ammaestramento e vantaggio, trovarono la cultura del riso e quella del cotone, dello zucchero, del tè, del limone, dell’arancio, quella della canfora, del rabarbaro e d’altre piante salutari. Trovarono dal principio al fine tutta l’arte di raccoglier la seta, di filarla, di tesserla, di tingerla in colori che sono ancora un secreto per la nostra chimica. Essi, già nei tempi di Marco Polo, or sono sei secoli, avevano scoperto l’uso del carbon fossile, che a quell’illustre viaggiatore parve una pietra. Essi trovarono pur da principio a fine tutta l’arte di comporre e colorare porcellane di mirabile delicatezza; e di fare carta di seta, di gelso, di bambù, d’aralia; di trarre tele e stuoje da specie a noi ignote di palme, d’ortiche, di canapi, di giunchi; e ricavare pur dal regno vegetale sevo, cera, sapone, vernici, lacche; di preparare finissimi inchiostri e aquerelli. Essi inventarono prima di noi la polvere da foco, e la stampa; trasmisero per mezzo degli Arabi agli Italiani la prima invenzione della bussola. Essi, prima di noi, ridussero ad arte la concimazione, la pescicultura, la selvicultura, la costruzione dei giardini, non solo in terra, ma persino sopra zattere galleggianti; essi furono maestri agli Olandesi, agli Inglesi, ai Francesi nella più gentile delle arti, la floricultura. Essi condussero le aque a irrigare, non solo i piani, ma il pendio delle colline; essi scavarono fin da remoti tempi il più largo e lungo di tutti i canali navigabili del mondo; costrussero sovra un braccio di mare un ponte di trecento pile; e con argini di fiumi e tagli di paludi, acquistarono all’agricultura provincie che noi chiameremmo grandi regni. Né il Chinese rifiutò in questi ultimi anni d’accettare utili esempj; adottò largamente le tre culture americane della patata, del maiz e del tabacco; accolse docilmente l’innesto del vaccino, combattuto sì lungamente in Europa; e pur troppo da soli sessant’anni si sottomise al fatale uso e al più fatale commercio dell’opio.


 

Nota:
1. Carlo Cattaneo, La China Antica e Moderna, in “Il Politecnico”, X, 1861, fasc.56, pp. 198-223, ripubblicato nel 1881-1882 dall’editore Le Monnier di Firenze nel III volume delle Opere edite ed inedite di Carlo Cattaneo (7 voll.). Nell’originale sono presenti quattro note, composte a fondo pagina, corrispondenti alle note 2, 7, 9, 10 della presente trascrizione.

 

 

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