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| STORIA > Carlo Cattaneo, DellIndia antica e moderna (*)
Vico, dopo chebbe scoperto nelle istorie della Grecia e di Roma un procedimento commune, lo riputò principio naturale di tutto il genere umano; e lo circoscrisse a un ricorso perpetuo demancipazioni che dalla omerica violenza conducono le genti allequità civile, onde poi per la curva duninevitabile corruttela, e quindi duna recidiva barbarie, sinaugura una nuova carriera demancipazioni. Ma questa sua formula non porge il filo dellincivilimento indiano, nel quale, in luogo delle successive trasformazioni, regna il principio duna ferrea perpetuità, come se la natura umana fosse colà costrutta daltri elementi. Perloché in quella fede dun continuo progresso della quale sembra compreso il nostro secolo, tanto più giusto è il desiderio dintendere il secreto duna società che pare esclusa da quelli che noi riputiamo necessarii destini del genere umano. E forse non è senza pratico frutto lindagare a quali istituzioni per avventura si debba codesta immobilità; perocché in vero mal si potrebbe attribuirla interamente a natura singolare della nazione inda, la quale, a preferenza di molte altre, si collega per lingue, e quindi per antica parentela allEuropa, e nella congerie delle sue dottrine tante ne ha communi con quelle dei nostri antichi e di noi. Fra le due società, la nostra e lindiana, che tremila anni sono aprivano il corso della loro vita sotto limperio di credenze in gran parte medesime, espresse coi medesimi riti e con parole duna medesima radice, ora luna si vede illuminata, audace, scorrere colla potenza del vapore tutti i mari, e seminar di novelle popolazioni quanto rimane di abitabili terre; laltra dopo una prematura gioventù abbellita dalle arti e dalla poesia, declinar subitamente a vecchiezza ingloriosa, inerme, infeconda non curante delli altri né di sé, cieca dogni lume di scienza esperimentale, ammaliata da insanabili superstizioni. Laonde, o non vha generale dottrina delle umane cose, o essa, prima di dirsi tale, deve adoperarsi a schiarire in qualche modo le riposte cagioni, per cui mentre li occidentali salivano alla scienza viva e a sempre crescente potenza, lOriente avviavasi senza riparo sul calamitoso pendio dellinerzia e del decadimento. La suprema delle umane scienze certo sarebbe quella che aspirasse a dimostrare coi fatti di tutte le istorie esservi come unarte del bene, così anche unarte del male; e il progresso dellumanità non essere così spontaneo e vittorioso, come parve a coloro che, per architettare unordinato sviluppo di cause e deffetti, tolsero alluomo la responsabilità e la vigilanza delle sue sorti. La penisola indostanica rammenta sotto certi aspetti naturali, sebbene con superficie dieci volte maggiore, lItalia. Anchessa ha le sue Alpi, ma eccelse il doppio e stese da levante a ponente con arco quattro volte più vasto: anchessa protende fra due mari una catena dApennini; lindole fluviale del Gange simiglia a quella del Po; il Bramaputra raffigura lAdige; la Nerbudda, lArno; lIndo gira intorno alli Imalai come il Rodano alle Alpi; laltipiano dei Seichi e di Casmira potrebbe compararsi a quello dellElvezia come quello dei Rageputi al Piemonte, le campagne dAgra e di Benares alla Lombardia, la laguna veneta al Bengala, i monti dei Maratti alla Liguria e allEtruria, le lande del Coromandel al tavoliere dellApulia, il Malabar alle riviere della Calabria, e lisola di Ceilan, se non giacesse verso levante, alla Sicilia. In pari modo fra i paesi circostanti allIndia, lAfgania potrebbe assimigliarsi per la sua posizione alla Francia, la Persia alla Spagna, il corso navigabile dellOxo, al di là delli Imalai verso la Bocaria e la Chivia al corso del Reno. - Il clima dellIndia è meridionale, la parte protesa fra i due mari è tutta nella zona torrida, la valle del Gange ha la latitudine dellEgitto, e la somma valle dellIndo termina in circa al grado dove avrebbe principio lItalia. La natura provide però che lIndia non fosse estuosa come il suo cielo; poiché, oltre alle nevi accumulate su li Imalai, i venti settentrionali regnano tutto il verno, e viceversa lestate soggiace a venti marini così pertinacemente piovosi, che anche nelle pianure senza fiumi, ma in quei mesi largamente inondate, lagricultore alleva una facile messe di riso. Così unestate torbida e aquosa è necessaria sul Gange a quella coltivazione, alla quale sul Po si richiede il più limpido e vivo sole (1). Nelle
vaste terre e tra i molti popoli dellIndia sono antiche le vestigia
di varie religioni, intese ad onorare le potenze della natura. Tali
erano le dottrine dei Cabiri, che annunciavano misticamente ununica
divinità creatrice; e tale era il culto delli astri, che Colebrooke
riputò predominante in antico fra il Gange e lIndo, e
al quale forse appartenevano quelle famiglie che regnarono nellIndia
sotto il nome di figli del sole. In Ceilan vive ancora la
tradizione che su le rive del Gange la prisca gente abitasse nelle
caverne della terra, e si sfamasse derbe selvagge; e che un
dì allo spuntar del giorno, si vide uscir a poco a poco dal
luminoso disco un uomo bello e maestoso. - Io sono figlio del sole,
egli disse ai popoli che meravigliando ladoravano, e vengo a
governare il mondo. - E regnò sopra di loro, e ammaestrolli
a edificare le case e seminare i campi. Ma, come osserva lillustre
Romagnosi, queste dottrine delle potenze naturali, dopo aver vestito
li astri collimponente maestà desseri intelligenti
e dominatori, dovevano bentosto proscrivere come nociva ogni cognizione
che potesse spogliarli delle qualità e delli onori loro attribuiti;
perloché, occultati i principii e le ulteriori scoperte, le
dottrine arcane dei sacerdoti si divisero sempre più dalle
popolari. - Per tal modo le dottrine che avevano dato il primo impulso
alla cultura, divennero ben presto ostacoli ad ogni progredimento.
Note: 1. Vedi: Notizie naturali e civili su la Lombardia, Milano, Bernardoni, 1844. 2. «Regionem quoque in qua nata est et cujus imperio eam praefecit Hercules, Pandaeam a filiae nomine appellatam Margaritas ex universo mari versus Indiam colligi jussisse, quibus filia ejus ornaretur», Arrian. Ind., VIII, 7, 9. 3. «Liber regem Indis praefecit Spartembam rerum bacchicarum peritissimum A Baccho ad Sandracottum Indi reges numerabant LIII». Arr. IX, 9.
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