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STORIA > Mario Corti, Storie di italiani in terra russa


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A Mosca, dove giunge l’11 maggio del 1787, Francisco de Miranda incontra un nipote di Nikita Panin, ministro degli esteri di Caterina. Nel mostrare al rivoluzionario ispano-americano un tempio nella tenuta di famiglia a Michalkovo, il giovane lo informa che la casata dei Panin è di origine lucchese, e che il loro cognome originario era Panini.

Il grande scritore russo Nikolaj Leskov in un saggio ironico intitolato Note sui cognomi nobiliari (Zametki o rodovych prozviscach) si burlava dei parvenue che sentivano il bisogno di «inventarsi antenati immaginari». «Dotte ricerche moscovite fanno derivare la casata degli Alfer’ev dal «famoso italiano Alfieri», scrive Leskov. Di Sergej Petrovic Alfer’ev, zio dello scrittore, che era professore all’Università di Kiev e in gioventù era stato di bella presenza, si diceva che fosse evidente in lui «la fine razza italiana». «Com’è possibile – si domanda Leskov – che l’italiano Alfieri abbia potuto moltiplicarsi ovunque in modo tale, che è impossibile contare la sua discendenza». È ovvio che lo scrittore non si riferisse a Vittorio Alfieri, che pur ci ha lasciato qualche scarna testimonianza sulla sua permanenza in Russia (Alfieri si concentrò prevalentemente sui cavalli e sulle barbe): gli Alfer’ev esistevano da molto prima che il poeta facesse la sua comparsa in Russia. Ma è interessante rilevare che nella sua Vita l’Alfieri parla di compagni russi che studiavano all’Accademia militare di Torino e che abitavano con inglesi, tedeschi e altri stranieri nel cosiddetto Primo Appartamento. Forse varrebbe la pena di indagare per capire chi fossero quei moscoviti, «appartenenti alle migliore famiglie del paese», studenti a Torino verso la metà del Settecento.

Non so se i Panin fossero davvero di origini italiane. Certo è che non erano parvenue. Ma il loro fregiarsi di quell’ascendenza dimostra che un tempo in Russia era motivo di orgoglio avere italiani tra i propri antenati.

 

 

 

 

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