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STORIA > Mario Corti, Storie di italiani in terra russa (1)


Nato a Trezzo sull’Adda (MI) nel 1945, Mario Corti ha trascorso l’infanzia in Argentina, per poi diplomarsi al Conservatorio di Milano. È traduttore (conosce undici lingue), giornalista, scrittore, autore e direttore di programmi radiofonici in Germania e nella Repubblica Ceka sulla storia russa, sul samizdat (editoria clandestina espressione della cultura alternativa e dell'opposizione al totalitarismo) e sui rapporti artistico-culturali tra Russia e Italia, fondatore in Italia di molte iniziative italo-russe (tra cui l’editrice Casa di Matriona), organizzatore di mostre documentarie... L’articolo sugli italiani in Russia è già presente sul suo sito personale – al quale si rimanda per leggere La musica italiana nel Settecento a San Pietroburgo – ma lo si ripropone perché inquadra efficacemente le molte sfaccettature che hanno assunto i rapporti tra i due popoli dal XII secolo.

 

Prima di Rastrelli, che ornò Pietroburgo, e prima di Aristotele Fioravanti, che lavorò nel Cremlino, gli italiani si erano insediati nella Russia meridionale già nel XII secolo, lungo le direttrici che portavano in Oriente per via di terra. Spregiudicati e ingegnosi, fecero tutti i mestieri e si allearono con tutti. E diedero origine a un termine del russo antico, frjazin, che indicava ad un tempo il genovese e l’italiano in genere.

«Quivi comenciano le cose vedute et audite per mi, Iosaphath Barbaro, citadin de Venetia, in do viazi, che io ho fatti — uno a la Tana et uno in Persia». Giosafat Barbaro saccheggiava i kurgan. Assieme a un gruppo di amici, il veneziano era andato alla ricerca di un grande tesoro nascosto, a quanto si diceva, in un tumulo chiamato Contebbe, nel quale avrebbe dovuto essere sepolto il leggendario Indiabu, re degli alani. Trovarono di tutto, tranne il tesoro: «scorze di miglio… squame di pesci… alcuni vasi di pietra… 5 o 6 paternostri grandi come naranzi… di terra cotta invetriata… un mezzo manico d’un ramino d’argento picciolino, ch’avea di sopra a modo d’una testa di biscia». Il vero tesoro fu scoperto molto più tardi da un gruppo di archeologi sovietici, non lontano dal luogo in cui avevano scavato Barbaro e i suoi amici. Il sito archeologico sorge nei pressi di Kobjakovo, non lontano da Rostov sul Don, e le sue vestigia risalgono al periodo sarmatico.

Tana era un avamposto dei veneziani e dei genovesi all’incrocio delle rotte commerciali che si diramavano in direzione del Volga, dell’Asia centrale verso la Cina e l’India, della Transcaucasia verso la Persia. Sorgeva più o meno in coincidenza con la moderna Azov, vicino alle foci del Don, l’antico Tanais. Nella letteratura russa antica troviamo diversi riferimenti alle colonie genovesi e veneziane. In particolare, sia il Viaggio di Ignatij Smol’nianin, sia il Viaggio di Pimen, riferiscono la cattura di Pimen, a cui i genovesi nel 1379 avevano prestato del denaro perché potesse comprarsi l’investitura a metropolita di Mosca e di tutte le Russie presso il Patriarca di Costantinopoli: «i franchi stranieri… che allora risiedevano in Azov, assalirono la nave… e lo incatenarono». Pimen, che si recava a Costantinopoli per la seconda volta, fu rilasciato solo dopo aver dato garanzia che avrebbe finalmente pagato il debito.

Se a Tana veneziani e genovesi cercano di convivere per quanto possibile pacificamente, in Crimea la situazione è completamente diversa. Veneziani, genovesi e pisani compaiono a Soldaia nel secolo XII. Ognuno di loro cercava di prendere il controllo della navigazione sul Mar Nero e il Mare di Azov nonché di occupare i crocevia delle rotte commerciali. Usciti dal gioco i pisani, i veneziani, subito dopo la presa di Costantinopoli nel 1204, consolidarono le loro posizioni a Soldaia. I genovesi a loro volta si stabilirono saldamente a Caffa. Ma non appena l’imperatore di Nicea Michele Paleologo, alleato dei genovesi, si insediò a Costantinopoli, i liguri presero il sopravvento in tutta la regione costiera, da Cembalo a Bosporo. Caffa, la “regina del Mar Nero”, divenne il centro di irradiazione dell’espansione genovese e la capitale della regione chiamata Gazaria. Nel 1475 Caffa cadde sotto i colpi dei turchi e dei tatari, segnando la fine dell’influenza genovese nella Tauride.

Nel 1356 la Cronaca di Nikon registra l’arrivo a Mosca del tataro Iryncej accompagnato dai cosiddetti “gosti surozane”. Costoro erano mercanti provenienti dagli insediamenti genovesi della Crimea, che poi si stabilirono a Mosca permanentemente a rappresentare le case commerciali della Tauride e facilitare gli interscambi.

Con i tatari i rapporti furono complessi. Le incursioni contro le città costiere si alternavano a periodi di relativa tranquillità, e comunque i genovesi pagavano un regolare tributo al khan. Fanti genovesi degli insediamenti furono ingaggiati da Mamaj e combatterono nella battaglia di Kulikovo contro le truppe di Dmitrij Donskoj. Sconfitto, Mamaj fuggì a Caffa, e le cronace riferiscono che fu assassinato dai genovesi. Mamaj, «…sotto false spoglie si nascose in quella città, ma riconosciuto da un mercante fu ucciso dai franchi» – dice la Narrazione sulla pugna di Mamaj. Secondo una versione leggendaria, Mamaj avrebbe abbandonato i genovesi sul campo senza avvertirli della ritirata, e i genovesi di Caffa l’avrebbero assassinato per vendicare il suo tradimento. Ma vi è chi sostiene che essi abbiano semplicemente venduto la sua testa al rivale Tochtamys.

La fine della dominazione genovese in Crimea e l’ascesa della potenza portoghese che controllava le vie del commercio verso il Levante, estromise Genova dalle rotte commerciali con l’Oriente. Ed ecco che nel 1520 fece la sua comparsa a Mosca il genovese Paolo Centurione. Portava con sé una lettera di Leone X al Granduca Vasilij III. Al Papa stava a cuore l’unione delle chiese, ma a Centurione e alla repubblica di Genova probabilmente interessava di più l’apertura di una nuova via di traffico verso l’Oriente. Così Paolo Giovio presenta la missione del genovese: «il detto messer Paolo… cercava una nuova e incredibil via da condur le specierie dall’India, avendo egli per fama inteso, mentre negoziava in Soria, in Egitto e in Ponto, che dall’ultima India su pel fiume Indo a contrario d’acqua si potevano condurre spezierie, e quindi per poco spazio di cammino per terra, passando per la sommità de’ monti di Paropaniside, condurle in Oxo, fiume de’ Bactriani, il quale quasi dagl’istessi monti che nasce Indo, con corso contrario, menando seco molti fiumi, appresso ’l porto di Strava entra nel mar Caspio. E finalmente contrastava, dicendo che gli pareva facile e sicura navigazione da Strava infino a Citrachan, città mercantesca, e alla bocca del fiume Volga, e d’indi poi su per il fiume Volga, Occha e Mosco facilmente potersi andare alla città di Moscovia, e da Moscovia per terra a Riga e al mar della Sarmazia e a tutti li paesi di ponente… Ma benchè messer Paolo, sottilmente discorrendo di queste cose e mettendo in grandissimo odio li Portoghesi, mostrasse che se si aprisse questo viaggio molto maggiormente s’accrescerebbono le gabelle del re, e a miglior mercato potriano essi Moscoviti comprar le spezie, delle quali in tutte le vivande ne consumano gran copia, nondimeno non poté in quanto a cotal negozio impetrar cosa alcuna, perciochè Basilio giudicava che non si dovesse a un forestiero e non conosciuto mostrar quei paesi i quali dessero la strada d’andare nel mar Caspio e nei regni de’ Persiani. Sí che, essendo messer Paolo fuor d’ogni speranza d’ottenere il desiderio suo, diventato di mercante ambasciadore, essendo già morto papa Leone, portò lettere a papa Adriano, per le quali il detto Basilio con molto onorate parole dimostrava il suo buon animo verso ’l pontefice romano».

 

 

Nota:
1. M Corti, Storie di italiani in terra russa, in “La Nuova Europa”, n. 4, luglio 2006, pp. 79-85. Il testo è sul sito dell’Autore: http://www.mario-corti.com in lingua italiana e russa.

 

 

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