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| STORIA > George Feifer, Niente Stazione Finlandia
Verso la fine dellinverno 1916-1917, corrispondenze segrete tra Wilhelmstrasse, i suoi ambasciatori a Berna e altrove e lo stato maggiore confermarono, come qualcuno disse, che «ora dobbiamo davvero cercare di creare il massimo caos in Russia È preferibile sostenere gli estremisti [russi], poiche in tal modo il lavoro viene fatto meglio Secondo tutte le previsioni, riteniamo che, nel giro di circa tre mesi, il processo di disgregazione sarà così avanzato che il nostro intervento militare servirà ad assestare il colpo di grazia alla potenza russa». Fu quindi iniziata una trattativa ufficiale con San Pietroburgo per lo scambio di nazionalisti tedeschi internati in Russia con esiliati marxisti in Svizzera, ai quali fu dato il permesso e i mezzi per il transito. In ogni affare ci sono però due parti e questo era poco attraente per la Russia. Che cosa sarebbe successo se il suo governo non avesse accettato? Politici più esperti non lo avrebbero probabilmente fatto. Nemmeno se fossero stati meno idealisti. Un pizzico di precauzione in più avrebbe potuto trattenerli dallautorizzare il ritorno dallesilio di personaggi le cui intenzioni conoscevano molto meglio di qualunque tedesco, grazie ai rapporti della polizia zarista. Ciononostante, aprirono una porta al fervore rivoluzionario di Lenin, grazie non solo alla paralisi che spesso blocca i politici democratici di fronte al vecchio e persistente dilemma di cosa fare con chi invoca metodi non democratici, paralisi in questo caso resa ancor più acuta da un lungo periodo di repressione da parte dei funzionari zaristi che rese i loro successori particolarmente restii a limitare le libertà di spostamento e parola in Russia. Unaltra circostanza, unaltra possibilità. Inoltre, il governo era convinto di aver poco da temere da un fanatico visionario, soprattutto poiché il suo viaggio propiziato dal nemico lavrebbe senzaltro messo in cattiva luce presso la popolazione le cui sofferenze del tempo di guerra ne avevano intensificato linimicizia verso la Germania. Oltretutto, lautorità e il potere del governo erano, come vedremo tra poco, alle prese con un rivale casalingo. Le cose, tuttavia, andarono diversamente per Ilic, così in centinaia di milioni lavrebbero ben presto chiamato con rispettoso affetto, dopo aver temuto che le porte gli fossero state aperte per farlo finire in trappola e in carcere piuttosto che per lanciarlo nellagone politico in cui smaniava di entrare. Il suo viaggio in treno in un convoglio con ununica carrozza, con applicata letichetta «piombato» poichele autorità tedesche accettarono la sua richiesta che nessun estraneo potesse entrare per alcun motivo, lo avrebbe portato da Gottmadingen vicino al confine svizzero quasi dritto a nord fino a Francoforte, poi a nord-est fino a Berlino e oltre fino alla costa baltica. «Calvo, tarchiato, robusto», con una fronte che a Maxim Gorki ricordava Socrate, indossava un abito a tre pezzi e una bombetta che denotava la nascita agiata da lui condivisa con molti altri rivoluzionari. Lasciando Berna il 13 aprile [1° aprile secondo il calendario russo allora vigente], rimase allerta per tutti e due i giorni del viaggio, e non solo per paura dei nemici esterni, ma perché le sue abitudini personali erano degne del più appassionato dei missionari. Detestando le bevute e i cori di alcuni dei suoi circa trenta compagni desilio, permise alla sua piccola brigata di fumare solo nella toilette, il cui uso concesse per primi ai non fumatori. Queste regole, avrebbe detto scherzando un compagno bolscevico, lo prepararono ad assumere la guida del governo russo. Agli
esuli, però, non accadde nulla durante il loro tranquillo viaggio
lungo gran parte dellasse nord-sud della Germania. (Per evitare
problemi, un treno del Kronprinz fu ritardato di un paio dore
vicino a Berlino.) Continuando via mare con il traghetto, proseguirono
fino alla neutrale Svezia per il tratto finale del viaggio, di nuovo
in direzione nord-est, attraverso la Finlandia. Per dare un benvenuto
anticipato, un gruppo andò incontro al treno al confine finnico.
Tra gli altri Lev Kamenev, futuro vicepresidente del Consiglio dei
commissari del popolo dellURSS prima che, nel 1936, Stalin lo
facesse giustiziare. Kamenev era un pezzo grosso del comitato di redazione
della Pravda, già clandestina, vietata fino a un mese
dopo la Rivoluzione di febbraio e a un mese prima di quel momento,
quando il viaggio di ritorno di Lenin era quasi giunto al termine.
Lillustre passeggero riprese il suo posto nella carrozza solo
dopo aver rimproverato a Kamenev la linea troppo poco rivoluzionaria.
Il giornale del partito, operando fuori dal controllo di Lenin, era
stato prudente. Con così pochi bolscevichi, non più
di 40.000 aderenti in tutta la nazione, Kamenev, come tutti gli altri
capi del partito, chi più chi meno, invocava la collaborazione
con altri partiti socialisti in attesa che, come cera da aspettarsi,
le prospettive rivoluzionarie maturassero. Ilic, però,
considerava tutto ciò come uneresia. Formalmente cordiale
verso i compagni venuti a salutarlo, dentro ribolliva. Poiché
era tempo, come aveva scritto poco prima diniziare questimprobabile
viaggio, che il proletariato russo conquistasse il potere, «con
il popolo armato come un sol uomo».
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