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STORIA > George Feifer, Niente Stazione Finlandia (1)


In un libro dedicato alla storia riletta con i “se” – se quella battaglia fosse stata vinta anziché persa, se quel personaggio non avesse compiuto quell’azione ecc. – George Feifer, scrittore americano di successo, si interroga su cosa sarebbe successo se non ci fosse stato Lenin o se Lenin fosse giunto in ritardo a San Pietroburgo col famoso vagone piombato: ci sarebbe stata lo stesso la Rivoluzione del 1917?

 

I compagni brancolavano tutti nel buio fino all’arrivo di Lenin.
Bolscevica Ludrnilla Stal, 1917

L’obiettivo dell’insurrezione è prendere il potere. Il suo dovere politico sarà chiarito dopo che se ne è impadronito… Il popolo ha il diritto e il dovere di risolvere qualunque problema non con il voto ma con la forza.
Lenin, poco dopo il ritorno in Russia nel 1917

Si può dire che Nikolaj Lenin (pseudonimo di Vladimir ll’ic, Ul’janov) abbia vissuto i suoi quarantasette anni in funzione del suo ritorno in Russia nel 1917. Una settimana prima di partire, lo spericolato estremista, come lo considerava la maggior parte dei pochi russi che ne conoscevano l’esistenza, si stava macerando nella frustrazione a oltre duemila chilometri da San Pietroburgo, con un enorme ostacolo nel mezzo. Bloccato a Zurigo, il fondatore e la guida spirituale del partito bolscevico aveva buoni motivi per mordersi le dita nel timore di perdere l’occasione che nemmeno lui avrebbe sognato pochi anni prima. Il percorso studiato per fargli superare quell’ostacolo imponente e farlo arrivare nel fermento della capitale russa presentava rischi molto elevati e, anche se fosse riuscito, i suoi piani successivi erano tutti appesi a un filo.

La sua ultima visita a San Pietroburgo risaliva alla rivoluzione del 1905. Ritornato in Europa occidentale, il maestro delle polemiche tra diverse fazioni passò gli anni successivi diffondendo feroci ma insignificanti denunce tra rivoluzionari europei meno implacabili di lui. (Fu l’unico a prendere in considerazione la Russia arretrata invece delle più avanzate potenze europee, che erano destinate, secondo quanto previsto proprio dal marxismo, a fungere da avanguardia del proletariato mondiale.) Non potendo selezionare tutti i più stretti collaboratori dai suoi rifugi all’estero, lui che amava l’assoluto e teneva sotto controllo ogni possibile aspetto del suo movimento un po’ marginale, dava il benvenuto a chi era riuscito a lasciare la Russia con spavaldi attacchi a ogni deviazione dalle sue idee. Rinnegati! Traditori!

Che cosa sarebbe successo se fosse vissuto tra i compromessi di una realtà politica e sociale russa in rapido cambiamento invece di osservarla da una distanza che inevitabilmente la faceva apparire più semplice? Di fatto, la sua breve permanenza in Russia dal 1905 al 1907 fu l’unica interruzione nei diciassette anni di esilio all’estero, iniziati nel 1900. Da anni prima dello scoppio della Grande Guerra, il perseguitato Don Chisciotte politico si chiedeva se avrebbe mai rimesso piede sul suolo russo. Le sue probabilità di farlo sembravano ridotte quanto le sue idee erano cosmiche. Ora, però, dopo tre anni di quel conflitto catastrofico e la rivoluzione da essi innescata, quella che aveva rovesciato lo zar e il suo governo nel febbraio 1917, il profeta pregustò il riconoscimento e il potere. Il suo primo istinto, quello di agguantare prima il potere e poi portare avanti il suo programma, avrebbe lasciato stupiti anche i suoi più stretti collaboratori. Un istinto che lo distinse da tutti gli altri pensatori rivoluzionari, in particolare dopo averlo fatto passare dal dire delle dispute accademico-giornalistiche al fare, e con il massimo opportunismo.

L’ostacolo posto sulla strada del suo ritorno era la Germania di cui non ci si poteva del tutto fidare pur nel suo impegnativo terzo anno di guerra contro la sua Russia. Gli oneri militari e civili della Germania imperiale erano divenuti enormi. Il Kaiser, i suoi ministri e lo stato maggiore generale avevano sempre più motivo di ritenere la guerra sui due fronti, in questo caso ambedue dissanguanti, il disastro nazionale da molto tempo paventato.

Sì, sul fronte orientale le cose non andavano poi così male. La dinastia dei Romanov era caduta e l’esercito russo si stava disintegrando: l’offensiva Brusilov del 1916 minacciò, per un momento, di diventare il tanto temuto «rullo compressore» e finì, viceversa, per assestare il colpo finale a Nicola II, la cui inflessibilità si rivelò disastrosa e che abdicò quando l’opposizione popolare divenne incontrollabile. Il Reichswehr, però, ben conoscendo la capacità dei russi di resistere e vincere anche dopo perdite spaventose, rimase in allerta, tanto più che il nuovo governo di San Pietroburgo si era impegnato a continuare la guerra. Da qui l’ovvio motivo di permettere e facilitare il viaggio attraverso la terra tedesca di un nemico nazionale: Lenin, autoproclamatosi «rivoluzionario professionista», poteva servire a uno scopo sovversivo.


 

Nota:
1. G. Feifer, Niente Stazione Finlandia, in Se Lenin non avesse fatto la rivoluzione, a cura di R. Cowley, traduzione di G. Maini, Rizzoli, Milano 2002, pp. 231-255. L’edizione originale del libro risale al 2001 col titolo What If-2.

 

 

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