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STORIA > Lettera di P. Duban a Monsignore il Marchese di Torcy, ministro e segretario di Stato, sul nuovo stabilimento della missione de’ padri gesuiti nella Crimea

 

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Nel mese di luglio dell’anno 1706, un Francese, nomato ser Ferrando (2), primo medico del kan de’ piccoli Tartari (3), venne a Costantinopoli per alcuni affari, e mille affliggitive cose ei raccontò sullo stato pietoso in cui trovavansi nella Crimea una infinità di Cristiani d’ogni età e d’ogni sesso, fatti schiavi nelle varie scorrerie de’ Tartari e stremi assolutamente d’ogni spirituale soccorso. Ei ci disse di più, che due anni prima un gesuita polacco, al quale egli aveva ottenuto la permissione di entrare nella Crimea, molto bene ei di già faceva agli schiavi della sua nazione, ma vi campò soltanto dieci mesi, essendo morto con più di ventimila infelici, per una terribile peste che desolò queste contrade verso la fine del 1704. Queste notizie non ci erano del tutto ignote, ed anzi sapevamo di più che gli altri Cristiani di questo paese erano al par degli schiavi degni di compianto, e da lungo tempo ci doleva di non essere se non quattro gesuiti per la vasta e faticosa missione di Costantinopoli. Spesse fiate ne avevamo anco ragionato col nostro ambasciatore, il signor marchese di Feriol, il cui zelo per la religione, e la cui grande carità movevanlo a compassione per l’abbandonamento della Crimea (4). Commossi più che mai dall’ultime notizie, proponemmo al signor di Feriol di mandare alcuno di noi al soccorso di questi abbandonati Cristiani; al che di buona voglia acconsentì. Per mia buona sorte su me cadde la scelta, nè mai io dimenticherò i tratti della generosità del signor marchese, degni veramente di un ambasciatore del re. Non solo egli onorò colla di lui protezione la novella missione che da me si principiava, ma volle eziandio addossarsi la cura di mantenerla a sue proprie spese, e di renderla gradita a sua maestà. Voi sapete, monsignore, quali furono le lettere piene di ardore, e di cristianesimo ch’egli vi scrisse allora; scrisse del pari al kan de’ Tartari, suo antico amico, e ricchi doni gli mandò; ed abbondantemente provvistomi di tutto ciò ch’ei credette necessario al mio viaggio, mi pose in istato di tosto partire.
Il dì 19 agosto dello stesso anno m’imbarcai in compagnia di ser Ferrando, ed era allora la bella stagione in cui la navigazione del mar Nero tanto è dolce e sicura, quanto dura e pericolosa negli altri tempi. Il gran pericolo che avvi a navigare su quel mare, deriva dalla quantità de’ suoi bassi fondi, e dalla poca sua estensione; il che rende i suoi flutti sì alti, e nello stesso tempo sì brevi, che le migliori navi a’ raddoppiati colpi a stento resistono, ed anno non iscorre, senza la perdita di molte. Or sono otto o dieci anni, che nove galee del gran signore tutte in una volta perirono.
Mercè del bel tempo velocemente facemmo le dugento leghe che contansi da Costantinopoli alla Crimea. Il tragitto saria men lungo, se diritto si facesse canale, ma si perde molto tempo per cercare le bocche del Danubio. Appena scesi a terra, ad altro non si pensò che a giugnere prestamente a Bagchsaray, capitale del paese (5), ed ordinaria dimora del kan. Le lettere, ed i bei doni del signor di Feriol ci fecero avere pronta udienza, e molte carezze. Il kan, chiamato sultano Gazi Guiray (6), mi parve un principe di forse quarant’anni, di bella persona, con aria nobile, penetrante sguardo, e regolari tratti; ben diverso dagli altri Tartari, che tutti quasi hanno deforme il viso. Egli, e tutti quelli che il circondavano feano più mostra di guerriero contegno, che di magnifico. Ciò che assai mi allegrò fu la bontà colla quale ei mi ricevette. Molte dimande mi fece sul re e sulle guerre della Francia, che mi parve assai gli stesse a cuore: mi parlò eziandio dell’ambasciatore con mille dimostrazioni di stima, e di amicizia; e colsi quel momento per chiedergli la facoltà di assistere gli schiavi, e gli altri cristiani de’ suoi stati, che subitamente mi concedette, e in maniera tanto estesa, e favorevole, quant’io desiderar poteva.
Il kan della piccola Tartaria è signore di un assai vasto paese, ed ha la qualità di padicha o d’imperatore (7); egli è considerato quale erede presuntivo dell’impero turco, in mancanza di figli maschi degli Osmani (8). Con tutti questi titoli ei però non lascia di essere vassallo del gran signore, che lo innalza e il depone a voler suo; non mai però dannando a morte il deposto, e sempre sostituendogli uno de’ principi del suo sangue. Questi principi del sangue di Tartaria, chiamati sultani, non vivono lungi dagli affari, e rinchiusi al par di quelli di Turchia, ma occupano grandi cariche, ed ha ciascuno i suoi assegnamenti. Il diritto della nascita acquista loro numerosi seguaci guerrieri, che si dedicano a’ loro interessi; il che è causa nello stato di movimenti, che ancor sarebbero più frequenti se i sultani fossero ricchi; ma per lo più nol sono. Lo stesso kan lo è ben poco per un sovrano, poichè se gli mancano le pensioni della Polonia, e dello czar, siccome accadde dopo la pace di Carlowits (9), non altro gli rimane, che le entrate delle sue terre, una parte delle gabelle, e pochi leggieri tributi. Egli è però vero che sostener non deve grandi spese, giacchè fin’anco la sua guardia di forse duemila uomini, è mantenuta dal gran signore, e le più numerose armate nulla gli costano nè a levarle nè a farle sussistere. Tutti i Tartari sono soldati, e quand’è stabilito il ragunamento vi accorrono essi nell’indicato giorno colle loro armi, co’ loro cavalli, e con tutte lo provvisioni. La speranza del bottino, e la licenza del saccheggio, tengono luogo di paga.
Dopo i sultani, seguono i cherembey (10), che sono siccome l’alta nobiltà, ed i depositarj delle leggi del paese. Il loro uffizio è di mantenere la libertà de’ popoli, contra le vessazioni de’ kan, e contra le invasioni della Porta (11), attenta sempre a sottomettere di più in più i Tartari, il cui irrequieto e belligero carattere le è causa di continue inquietudini. Questo corpo di nobiltà, distinto inoltre per le sue ricchezze, e per le frequenti alleanze colla casa reale, ha il suo capo, che chiamasi bey, o signore per eccellenza, il quale ha, siccome il kan, il suo kalga, ed il suo noradino (12).

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Note:

2. Nel testo è “Ferrand”. Una sua lettera sulla propria esperienza in Crimea e in Tataria è presente nell’originale francese delle Lettres édifiantes. (N.d.C.)

3. Il khan era il capo delle tribù dell’Asia centro-meridionale. I territori compresi tra il fiume Dnepr e il Mar del Giappone, costituivano la Tataria. La parte soggetta all’Orda d’Oro era chiamata Piccola Tataria, per distinguerla dalla vasta area dell’Asia centrale e della Siberia che era la Grande Tataria. (N.d.C.)

4. Charles Ferriol (1637-1722), marchese d’Argental e ambasciatore di Luigi XIV a Costantinopoli, è noto per aver fatto pubblicare a Parigi, nel 1714, una raccolta di incisioni che divenne la più influente per quanto riguardava le conoscenze sui costumi ottomani, tratta per lo più dai quadri di Jean Baptiste Van Mour. Ma il suo nome è legato anche al fatto che durante una delle persecuzioni subite dal popolo armeno, Ferriol, per ordine di papa Clemente XI, fece rapire il patriarca armeno di Costantinopoli, Avedic Tokat, e lo portò in Francia, dove nel 1711 questi fu condannato dall’Inquisizione. (N.d.C.)

5. È Bahchisarai, in ucraino, o Bachcisaraj in russo, o Bahçesaray, in tataro), città allora capitale del Khanato di Crimea, una delle maggiori potenze dell’Europa Orientale fino al XVIII secolo. (N.d.C.)

6. Il khan Gazi III Giray (1662-1708) regnò in Crimea dal 1704 al 1707, quando morì durante la guerra russo-svedese. I Giray (o, seguendo la fonetica, Guiray o Ghiray) erano i discendenti di Gengis Khan e quindi gli unici nobili legittimati a diventare sovrani. (N.d.C.)

7. Padicha o padishah era la più alta carica dell’impero ottomano. Il termine, persiano, è formato da pad, “maestro” e shah, “re”. (N.d.C.)

8. La dinastia ottomana degli Osmani ebbe come capostipite Osman I (1259?-1326) che conquistò varie città bizantine e fondò un piccolo principato nell’Anatolia nord-occidentale. I suoi discendenti ampliarono i domini in Asia Minore, nei Balcani e nel Mediterraneo orientale, fino a creare un grande e vasto impero. (N.d.C.)

9. Il trattato di pace di Carlowitz (città nell’odierna Serbia) fu firmato il 26 gennaio 1699 mettendo fine alle guerre tra la Lega Santa (Impero Asburgico, Repubblica di Venezia, Confederazione Polacco-Lituana, Moscovia; fu detta “santa” perché promossa da papa Innocenzo XI nel 1684) e l’Impero Ottomano, il quale dovette cedere numerosi territori europei iniziando così il suo declino. (N.d.C.)

10. Qaraçi beys o Karaçi beys. Il termine bey proviene dal turco antico beg’ e significa “signore”. (N.d.C.)

11. Ossia di Costantinopoli, la “Porta d’Oriente”, alla quale si accedeva passando dalla “Porta d’Oro”. (N.d.C.)

12. Il khan aveva due alti funzionari, che di solito erano i suoi parenti anziani più stretti: il kalga (o, in russo, galga) che era l’erede al trono e si occupava delle guerre, e il nuradino o muradino che si occupava dell’amministrazione. (N.d.C.)

 

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