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| STORIA > Francine Dominique Liechtenhan, Sull’abuso della storiografia. Approcci alla storia russa da Herberstein a Custine (*)
Le origini oscure dei Russi relativizzavano la loro appartenenza al mondo cristiano. Questa fittizia esclusione in tempi di conflitti religiosi rassicurava: la Moscovia diventata potenza militare non sarebbe intervenuta a favore di uno o dell’altro. Situata a fianco del Turco o del Tataro, essa poteva in compenso contribuire a riequilibrare il sud-est europeo. L’«ostracismo religioso», ambiguo nella sua essenza, perché attestato tra le pagine più buie dell’Antico Testamento, era ben assecondato da un solido senso strategico al quale la Storia fungeva da sostegno, anzi di scuse. In Francia, le cui relazioni con la Russia erano state costanti fino alla morte di Luigi XIV, tali verdetti potevano oscillare verso il loro opposto. Nel 1717, Parigi accolse Pietro il Grande e si riconobbe sconcertata dai suoi costumi (10). Dopo la sua morte nel 1725, agiografi e burocrati, in Francia come in Germania, si impadronirono della personalità di questo zar per trasformare il suo Paese in modello dei Lumi (11). Con questo nuovo Prometeo, la storia e la storiografia della Russia ripartivano da zero. Fra gli esempi più sorprendenti è il Dictionnaire philosophique (1764 ca.), dove Voltaire proclamò sotto la voce “Russia”: «Vedere Pietro il Grande». Dunque, senza quello zar la nazione non esisteva (12)! Non si trattava di un altro modo di relegare gli inizi della grande nazione slava nei segreti della storia o almeno di non affaticarsi con lunghe e difficili ricerche? Il miracolo russo o petrino generò una serie di pubblicazioni in Francia, in Inghilterra e in Germania, e numerose erano le traduzioni nell’una o nell’altra lingua. Autori ed editori insistevano molto sul valore della testimonianza per far comprendere il fenomeno petrino. Lo stupore del viaggiatore doveva trasmettersi a un lettore impregnato di antichi stereotipi. D’ora in avanti la Storia fu interrogata in nome di una realtà contemporanea (13). Nell’edizione francese delle Mémories (1737) di Weber, si legge: «Coloro che [...] sono i testimoni oculari [dell’opera di Pietro] non possono impedirsi di essere sbalorditi, i posteri saranno ben scusati se dubiteranno che un’opera così difficile sia stata eseguita in vent’anni da un popolo così selvaggio e così scontroso come quello» (14). In questo contesto, «selvaggio» significava escluso della Civiltà, la cui essenza risiedeva nella memoria storica. Nella sua Histoire de l’Empire de Russie sous Pierre le Grand, Voltaire tacciò di «inutile lavoro» o di «strana impresa» il voler provare l’origine dei popoli ed egli si infischiò della pretesa ascendenza dei Moscoviti a Jafet (15). Lo Scita moderno, Pietro, lo interessava più del filosofo scita Anacharsis. L’origine dei Russi non rappresentava più un argomento di discussione. Il lungo sviluppo sugli errori storici di Olearius riduceva tutta la storiografia precedente a una «trascrizione di racconti» (16). Voltaire si iscrisse deliberatamente in una nuova corrente storiografica; egli mirava a «fissare l’attenzione degli uomini» evocando «le rivoluzioni sorprendenti che avevano cambiato i costumi e le leggi dei grandi Stati» (17). Per situare il suo eroe nel giusto valore, gli zar successivi, sia Ivan il Terribile che Boris Godunov o il primo Romanov, scomparvero dalla cronologia che partiva dai Roxolani o dai Sarmati e arrivava a Aleksej Michajlovic, padre del grande uomo. La prima parte della Histoire de l’Empire de Russie apparve nel 1760, con l’approvazione di Pietroburgo, e fu seguita dalla Histoire des Révolutions de l’Empire de Russie di Lacombe (1760). Le traduzioni in tedesco di questi due testi non tardarono. Secondo Lacombe, la storia di Pietro, posta nella leggenda, si prestava alla leggenda: essa «passerebbe per una favola, se i fatti più singolari non fossero di questo secolo e se l’eroe che ne forma il principale interesse non fosse stato nostro contemporaneo» (18). Per trovare una logica nei «brandelli informi di storia», o nelle «memorie particolari e mal digerite» sempre così oscure sulla preistoria russa, consigliava di far ricorso al fantastico. Lacombe sottolineò la differenza tra Storia antica e Storia nuova, l’una attinta nelle favole uscite dalla notte dei tempi, l’altra messa al servizio di un (su un) miraggio vivente. Pur russofilo, l’autore accusava il Paese di non avere né cronache, né annuali, né monumenti che potessero testimoniare il passato, e si rassegnò a riprendere, a modo suo, le dichiarazioni dei vecchi testimoni, garanzia più affidabile. La poesia epica sostituiva la Storia, grazie all’intervento di un autore affrancato da ogni costrizione politica, di cui le scelte, la retorica e lo stile rappresentavano una logica e una verità interna al testo. Egli evocò velocemente la storia dei Rjurikidi (al punto da confondere anche lui Vasilij III con Ivan IV) e dei primi Romanov, per dedicare l’essenziale del suo resoconto allo zar creatore di una nuova nazione. I regni seguenti vennero appena illustrati, ma la figlia del grand’uomo, Elisabetta, fu onorata di un passaggio molto eloquente: ella apriva una nuova era della storia russa, quella della pace, della virtù, del gusto. «Eroina dell’umanità», l’imperatrice fu celebrata come «benefattrice degli ingegni e illustre erede della Potenza e del Genio di Pietro il Grande» (19). Tali agiografie, che garantiscono la perpetuità di un mito oltre la realtà storica, causarono reazioni ostili, soprattutto in Francia, paese fondatore del miraggio russo. Invece, le confutazioni di testi giudicati irriverenti provenivano spesso da oltre il Reno. L’immaginario fu messo ancora una volta al servizio di una causa diventata filosofica. Fra i primi testi contestatori, bisogna contare le Lettere moscovite pubblicate nel 1736 a Königsberg e poi a Parigi. L’autore anonimo nascondeva un diplomatico o un militare al servizio di Luigi XV di cui la vera identità non fu mai rivelata (20). L’opera, molto dispregiativa, suscitò l’ira di Kantemir, che allora era all’ambasciata russa di Londra; egli rispose all’iniquo autore con una violenta diatriba (anonima) intitolata Die sogenannten Moscowitische Brieffe, oder die wider die löbliche Russische nation von einem aus der anderen Welt zurückgekommenen Italiäner ausgesprengte abendtheuerliche Verläumdung und Tausendlügen. Gli sviluppi sulle origini scite dei Russi attirarono la particolare attenzione del poeta-diplomatico. Egli accusò il compilatore del libello di aver deformato Erodoto e Giustiniano (21); in seguito, per Locatelli, i Russi discendevano non dagli Sciti ma dai loro schiavi cacciati dal Paese dopo esser stati sorpresi in flagrante reato con le spose di quei fieri guerrieri. I Russi erano, quindi, non soltanto di bassa estrazione, ma traditori, vili e ribelli. Fedele alla tradizione, l’autore delle Lettere moscovite avanzò che i Tatari fossero i soli discendenti diretti degli «Sciti famosi»: una tribù che seppe «farsi onore» dalla sua prima origine per il comportamento fiero e incorruttibile. E culminò nell’affermazione: «Se ci fossero dei preadamiti, i Moscoviti ne sarebbero i discendenti», maniera di escludere i Russi dalla famiglia dei popoli giudeo-cristiani (22). Nella confutazione, Kantemir si perse in inutili spiegazioni; anziché ritornare sulla preistoria russa, preferì insistere sugli eventi politici più recenti. La Russia certamente sembrava attardata ma, secondo lo scrittore, non toccava a una nazione così giovane, piena di linfa, dare il cambio alla Grecia, a Roma, all’Italia, alla Francia... (23). Kantemir e il suo segretario si affrettarono a sottolineare l’uguaglianza innegabile tra una Russia armoniosa grazie al suo sovrano despotico, e una Francia omogenea grazie al sistema assolutista. La bilancia dell’Europa era così ristabilita: la Francia e la Russia rappresentavano, agli antipodi del Vecchio Continente, l’eredità ma anche la modernità degli Antichi (24).
Note: 10. Si vedano le testimonianze di Saint-Simon, Buvat o Duclos. 11. Fontenelle con il suo Éloge au défunt souverain ha fornito il modello. 12. Voltaire, Dictionnaire philosophique, Paris, Garnier, 1879, t. IV, p. 81. 13. Simone Blanc, Un disciple de Pierre le Grand dans la Russie du XVIIIe siècle, V. N. Tatiscev (1686-1750), Lille, Service de reproduction des thèses, 1972, I, p. 544. 14. Anonimo [Friedrich Christian Weber], Mémoires, anecdotes d’un ministre étranger [...], La Haye, Van Duren, 1737, p. VIII. 15. Voltaire, Histoire de l’Empire de Russie sous Pierre le Grand, Oeuvres historiques, Paris, Gallimard, La Pléiade, 1957, pp. 341 e 344. Questa diatriba era nella recente edizione francese della Relation di Strahlenberg, di cui l’originale era stato pubblicato nel 1730 a Stoccolma. 16. «Ceux qui répètent les anciennes fables, dans lesquelles l’origine de toute les nations est enveloppée peuvent être accusés d’une faiblesse commune à tout les auteurs de l’antiquité; ce n’est pas là mentir, ce n’est proprement que transcrire des contes». Ibid., p. 351. 17. Ibid., p. 345. 18. Jacques Lacombe, Histoire des Révolutions de l’Empire de Russie, Paris, J.-Th. Hérissant, 1760, p. III. 19. Ibid., p. 381 20. Per questo, si veda l’articolo: F.D. Liechtenhan, «La progression de l’interdit: les récits de voyage en Russie et leur critique à l’époque des tsars», in Revue suisse d’histoire, 1993. 21. È usato il termine Geschichtsverdreher. Anonimo [Commentari e traduzione de Kantemir e del suo segretario Gross] Die sogenannte Moscowitische Brieffe [...], Frankfurt - Leipzig, Montag, 1738, p. 303. 22. Anonimo [Francesco Locatelli], Lettres moscovites, Paris, Aux Dépens de la Compagnie, 1736, p. 142. 23. Tematica di un discorso di Pietro del 1714, que Kantemir aveva messo nel poema «V pochvalu nauk». 24. «Die russische Nation weiss gar wohl, dass ehe und bevor das russische Reich zu der itzigen Monarchischen verfassung gediehen, selbigen grossen Theils aus republican bestanden. Auch ist derselben nicht verborgen, dass es nicht möglich, eine so weitlaüfige und aus so vielen Völckern zusammengewachsene Monarchie, als die Russische, ist, ohne ihren praesenten in Ruh nach Art einer Republique zu regieren. Sie siehet hier nechst, dass der Frantzösische Fuss, auf welchen Petrus der Grosse, nach des Brief-Stellers Vorgeben, den russischen Staat gesetz haben soll, der unumschränkte gewalt, welche Frankreich über seine Unterthanen ausübet, weder geschadet, noch Unruhe nach sich gezogen, und ist dahero umso mehr versichert, dass die von allerhöchstgedachten grossen Monarchen in Russland eingeführete Regierungsform, weder der Souveränität nachtheilig, noch die Nation auf die gedancken der Republicaner zu bringen, zureichlich seyn können.» Die sogenannte Moscowitische Brieffe, op. cit., pp. 232-233.
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