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STORIA > Francine Dominique Liechtenhan, Sull’abuso della storiografia. Approcci alla storia russa da Herberstein a Custine (*)



Francine Dominique Liechtenhan (1956) è nata in Svizzera, a Basilea, e si è laureata in Storia moderna e contemporanea e in Filologia russa a Parigi, dove risiede e ha pubblicato numerosi saggi e, recentemente, il libro
Les trois christianisme et la Russie. Les voyageurs occidentaux face à l’Eglise orthodoxe russe. XVe - XVIIIe siècle. Gli studi intrapresi hanno portato la storica a interrogarsi su molte questioni relative al popolo russo, non solo sulla religione, ma anche sulle origini storiche, la veridicità dei testi dei viaggiatori, la nascita della storiografia russa e molte altre. Il testo qui tradotto dà diversi esempi di come la storia, prima di diventare scienza, si sia piegata alle convenienze del tempo. Per questo motivo e, quindi, per agevolarne la lettura, lo si è completato con numerose finestre chiarificatrici.

 

La Russie en 1839 del marchese de Custine urtò gli spiriti fin dall’inizio per le sue digressioni e contraddizioni e per l’eclettico aspetto intenzionale di un metodo rivendicato dalla pubblicazione della sua “poetica” ne L’Espagne sous Ferdinand VII. L’autore mescolava scaltramente lettere di viaggio, teorie filosofiche, pensieri teologici, manifesti imperiali, romanzi, favole, poesie, canzoni popolari, dialoghi ed estratti di opere storiche. Fedele alla sua estetica del viaggio, Custine pubblicava con la sua Russia «un libro leggero nella forma, serio nel fondo e disorganico in apparenza, sebbene un legame nascosto riunisca le idee» (1).

La storia del Paese e la storiografia occidentale e russa, allusivamente sfiorate, strutturano come un leitmotiv un testo il cui l’obiettivo era di escludere gli Slavi dell’Est dall’ordinamento delle nazioni europee. Il sistema di riferimenti rinvia tra l’altro ad alcuni lavori storici del XVIII secolo: Karamzin, Lecointe de Laveau, Leclerc, Levesque, Rulhière o Fortia de Piles. Le citazioni risultano puntuali, ma servono al massimo a indurre il lettore in errore o a pubblicare le posizioni del narratore su un dato argomento. Spesso, Custine avanza le sue letture per allusione, per fonte o autore interposti. Senza che il contesto lo imponga, fa allusione a Chappe d’Auteroche o a Masson oppure riprende parola per parola alcune delle loro opinioni, ma nomina soltanto i loro detrattori, Caterina II e Kotzebue. Preoccupato di nascondere le sue fonti principali, il marchese invoca i resoconti degli antichi viaggiatori, quelli di Herberstein, di Petreius d’Erlesund o di Olearius per esempio, ai quali il pubblico aveva difficilmente accesso. Il marchese ritorna al gran dibattito attorno alla Russia dei Lumi ricordando Weber, Montesquieu, Voltaire o Diderot. Situa così La Russie en 1839 in una genealogia di relazioni di viaggio e di opere storiche, in una prospettiva di lunga durata, in cui lettore è tenuto a raccoglierne gli elementi. Le sue allusioni alla preistoria russa fondate su un abile sistema di prestiti, le sue scelte terminologiche (per esempio, «Greci del Basso Impero», «Sciti irreggimentati», «Barbari d’Oriente») e il miscuglio etnografico caricato di stereotipi si piegano al gradimento delle antiche tradizioni risalenti al XVI secolo.

L’opera dello storico e umanista Paolo Giovio è fra i primi grandi testi che evocano la storia russa; servì da fonte ai viaggiatori successivi fino al XVII secolo. Giovio che aveva preso contatto con una delegazione di Vasilij III a Roma, trasse nel 1527 un opuscolo dai suoi colloqui con un diplomatico russo, Dmitrij Gerasimov. Secondo l’umanista italiano, gli Slavi dell’Est appartenevano alla grande famiglia continentale; trovò loro, certamente sotto l’istigazione di Gerasimov, dei legami di vicina parentela con i popoli germanici, con tribù che tuttavia avrebbero venerato Giove e Saturno (2). Quanto ai Tatari, essi diventarono i discendenti diretti degli Sciti. Nazione europea a pieno titolo, la Moscovia si era temporaneamente allontanata dall’ovile per la scelta della religione greca, che era un errore e la fonte di tutti i suoi sbagli, ai quali sfuggiva soltanto Vasilij III. Buon capo di Stato e grande guerriero, Vasilij sfidò insieme Polacchi e Livoniani, quindi preservò l’Occidente dalle invasioni mongole (3).

Herberstein in quello stesso anno 1520 redasse il suo capolavoro sulla Moscovia, dove accordò un ampio posto alla storia antica e recente. Secondo lui, le origini di questa nazione rimanevano oscure, poiché si ignorava l’identità del primo sovrano; non disponendo di alfabeto, mentre l’Occidente viveva i suoi primi apogei letterari grazie ai Greci e ai Romani, essi non avevano scritto cronache sui loro inizi. Lontani discendenti di Jafet, si imparentavano, secondo Herberstein, con gli Sciti. Invece, contestò quelle origini germaniche o varjaghe avanzate da Giovio o Gerasimov, al massimo ammetteva per deduzione che essi ne avevano subìto una certa influenza. Nella sua relazione sulle guerre fratricide che dividevano i principati dal IX secolo, insistette sulla loro cristianizzazione grazie ai contatti con Bisanzio. La Russia era cristiana, certamente, ma le sue radici come la sua storiografia restavano vaghe. L’ambiguità delle sue opinioni culmina nell’affermazione che la storia dei Tatari, certamente più recente, era meglio attestata (4).

Un secolo più tardi, Petreius d’Erlesund, basandosi su Tolomeo e Plinio, collegò i Moscoviti ai Roxolani, popolo sarmata combattuto dai Romani. Attribuì loro una storia antica, ma li situò di primo acchito al di fuori dell’orbita greco-romana fondatrice della civiltà occidentale. Lo Svedese si avventurò anche nell’etimologia per denigrare gli Slavi dell’Est: la parola “russo” significava, secondo lui, staccato e isolato dagli altri popoli (5). La denominazione Moscoviti era da credersi derivata dal nome di uno dei figli di Jafet, Magog, destinato a combattere il popolo eletto (6). Sedentari delle steppe a nord del Mar Nero, essi ne sarebbero stati cacciati a causa della loro corruzione; sarebbero così giunti fino alle rive della Volga e della Moscova. Con queste evocazioni bibliche, il lettore associava i Moscoviti a una peste. Le guerre di Ivan il Terribile nel Baltico furono descritte con un vocabolario attinto dal Libro di Ezechiele (38); il loro «immenso esercito» ricopriva come una «nuvola» la terra conquistata, predando, uccidendo senza riguardo le popolazioni civilizzate. Petreius utilizzò anche la Genesi (18-19) per caratterizzare gli Slavi dell’Est; con innumerevoli particolari, avvicinava i Russi alle popolazioni di Sodoma e Gomorra «autodistruttrici» per la depravazione dei loro costumi. Popolo senza storia attestata o popolo perso, i Russi erano in tutti i casi esclusi dalla famiglia dei popoli europei (7).

Nel 1634 Olearius limitò i suoi ragguagli storici ai cento anni precedenti; secondo lui, l’indagine di Herberstein aveva un carattere definitivo e si accontentò del «resoconto sommario del regno di Ivan IV, di cui le tirannie» erano «così terribili che mai pagàno o Turco a[veva] fatto cose simili» (8). Le sue opinioni riunirono quelle dei suoi predecessori; concentrandosi sulla storia recente, egli si fece cronista per denunciare il sistema politico russo che comportava svilimento e depravazione. Storia antica e storia contemporanea furono assimilate e la Moscovia fu trasformata in un’appendice imbastardita dal Cristianesimo. L’autore lasciò tuttavia un barlume di speranza, lodando il carattere dolce e devoto di Michajl Romanov. Preoccupato di provare le proprie dichiarazioni con riferimenti seri, Olearius canzonò Giovio per aver elogiato Ivan IV: quest’errore cronologico testimonia il suo utilizzo superficiale delle fonti storiche, perché Giovio scrisse nel 1527 quando Ivan non era ancora nato. Nei lavori a carattere storico del XVI e XVII secolo, la confusione tra lo zar terribile e Vasilij III, attribuendo al secondo le atrocità del primo, era frequente; essa serviva a generalizzare la crudeltà e la tirannia dei sovrani russi.



 

Note:
*. F.D. Liechtenhan, De l’abus de l’historiographie. Approches de l’histoire russe de Herberstein à Custine, in “Cahiers du monde russe”, n.1, gennaio-marzo 2000, pp. 135-150. La traduzione dal francese e le note che appaiono nei pop-up sono a cura dell’associazione culturale Larici, 2007; si può vedere l’originale in pdf cliccando qui.

1. Lettre à Victor Hugo del 31 dicembre 1843, Musée Victor Hugo. Sulla poetica di Custine, si veda: F.D. Liechtenhan, Astolphe de Custine, voyageur et philosophe, Paris, H. Champion, 1990.

2. Pauli Jovii de legatione Basilii Magni Principis Moscoviae liber, in quo Moscovitarum religio, mores etc. describuntur, Basileae, 1527, pp. 19 e 27. Tuttavia, la prima tavola dell’edizione tedesca (1579) ci mostra ancora un uditorio degno d’una caverna di Alì Baba.

3. Ibid., pp. 56 ss.

4. Sigmund von Herberstein, Das alte Russland, W. Leitsch, ed., Zürich, Manesse, 1984, pp. 27-28 e 212.

5. Peter Petreius de Erlesund, Historien und Bericht Von dem Grossfürstenthumb Muschkow [...], Lipsiae, Officina Bavarica, sumptibus authoris, 1620, p. 133-134 «das von anderen Ländern und Völckern abgesondert ist und zusammengestossen»; è interessante vedere in questo contesto che Herberstein gli dà un significato contrario.

6. Ezechiele 38,4.

7. Petreius, op. cit., p. 669.

8. Olearius, Relation du voyage de Moscovie, Tartarie et de Perse, Clouzier, 1656, pp. 114 ss. (Originale tedesco del 1634).

 

 

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