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STORIA
> [Francesco Locatelli Lanzi], Lettere
moscovite, 1736
Postfazione dell’Editore
Desidererei
fortemente poter soddisfare in poche righe la promessa che ho fatto
nell’avvertimento posto all’inizio
della lettere che avete appena letto. Potrei dar seguito a questa
intenzione senza fatica, ma dovrei omettere molti dettagli dei quali
però occorre necessariamente informare il pubblico. Ho promesso
in quell’avvertimento una postfazione, termine che sembra annunciare
qualcosa di nuovo e di straordinario. Ma vi prego di non aspettarvi
nulla di simile. So che si parla in modo differente nelle prefazioni,
dove si promettono mari e monti, ma ho creduto che in una postfazione
si dovesse fare il contrario, non promettere nulla, e ho avuto delle
valide ragioni per agire così.
Io non ho altro scopo, nel comporre questa breve parte, che quello
di far sapere al pubblico per quale destino le lettere sono cadute
nelle mie mani, e per esporgli, al contempo, le ragioni che mi hanno
portato a pubblicarle. Su quest’ultimo punto, non dubito che molte
persone mi accuseranno di temerarietà per osar osato porre
allo scoperto un lavoro che parla di una nazione così potente
facendone conoscere tutti i difetti. Tutto quello che posso rispondere
a queste critiche, è che in me ha prevalso l’interesse del
resto dell’Europa che ha superato ogni altra considerazione. Dopo
tutto, l’autore racconta esclusivamente cose vere e ben documentate
e, quanto a me, mi sentirò ben ripagato delle mie pene se la
lettura di queste lettere, produrrà anche il solo effetto di
impedire a un uomo onesto di recarsi in Moscovia, dove correrebbe
il rischio di essere esposto ad avvenimenti così tragici come
quelli di cui parla il nostro Italiano.
Il caso che mi ha fatto trovare queste lettere è del tutto
straordinario, poiché è grazie a un naufragio che ne
sono venuto in possesso. La persona che le ha scritte era destinata
a subire questa nuova disgrazia, che secondo ogni apparenza sarà
stata l’ultima della sua vita. È da supporre che non sia sopravvissuto
al naufragio, quindi gli si potrebbero applicare queste parole:
Fortuna libera mors est (1).
Forse questa disgrazia gli sarà capitata nel viaggio di cui
parla alla fine dell’ultima lettera e che era sul punto di intraprendere;
ma importa poco sapere come, quando e dove il fatto sia avvenuto.
Basterà dire che un baule con dei resti del naufragio è
arrivato fino a me, trovai incollato sotto il coperchio uno scritto
che conteneva una specie di iscrizione concepita in questi termini:
Durae ac dirae captivitatis
Apud barbaros Moscovitas fatis fortiter toleratae sarcinae
Successoribus servatae ac relictae
Cum monitu
Ne adenat ad istam inhumanam nationem,
Nisi ferro et ogne eam depopulandam
Sed si talis non datur facultas
Saltem fequentes preces quotidie
Ex toto corde effundant:
In Moscovitas coelestia templa ruinent,
Terraque se pedibus raptim subducat, & omnes
Inter permistas terrae coelique ruinas
Corpora solventes, abeant per inane profundum,
Temporis let puncto nihil extet reliquiarium.
Desertum praeter spatium, & primordia caeca.
LUCRET. Lib. I. vf, 1098, U feq. (2)
Questa iscrizione stimolò la mia curiosità. Dopo avere
frugato nel baule, in cui trovai per prima cosa alcuni vecchi vestiti,
mi capitò sotto mano un grosso pacco di fogli, che sul momento
mi impedì di fare altre ricerche. Il pacco conteneva delle
lettere scritte con una calligrafia molto difficile da decifrare,
dal che conclusi che fossero state compilate con molta precipitazione.
Comunque riuscii a leggerle, seppure a fatica e non senza essere vivamente
toccato delle disgrazie dell’autore. In parte ero già informato
di tutto quello che egli scrive del governo moscovita, delle sue forze,
delle sue finanze e di tutto ciò che riguarda il ministero.
Ma quanto al resto non ne avevo alcuna conoscenza, e fui piuttosto
sorpreso di sapere che tutti gli sforzi che Pietro I aveva compiuto
per organizzare la nazione erano stati finora inutili.
C’è infatti da stupirsi nel vedere come questi popoli abbiano
ancora oggi dei costumi così selvaggi, nonostante ciò
che si è fatto da più di un secolo per trarli dalla
loro barbarie. Se si può prestare fede a tutto ciò che
dice l’autore di queste lettere, che idea ci si può formare
degli stranieri che hanno la gestione degli affari in quel Paese,
e che abusano in modo così indegno della fiducia che ha posto
in loro la migliore principessa che vi sia al mondo? Ma come, basta
mettere i piedi in Moscovia per diventare uguale ai Moscoviti! Non
ignoravo del tutto il comportamento che tengono quei ministri, ma
non avrei mai creduto che spingessero le cose così lontano.
Sapevo che non cercano che di riempire i loro forzieri per mettersi
al riparo da ogni eventualità futura, e forse non hanno torto
perché, senza essere abili astrologi, è facile presagire
che cosa devono attendersi se l’imperatrice che li mantiene morisse.
Ma, nonostante le misure che prendono, dubito molto che possano evitare
la tempesta che li minaccia, se mai sarà chiamata al trono
l’illustre principessa che ha dei diritti innegabili su quella corona
(3).
Il modo in cui ella è trattata dai ministri è una cosa
che grida vendetta, poiché, invece di essere considerata come
l’erede di un vasto impero, è ridotta a non avere nemmeno i
mezzi per sostenere la propria dignità o per mantenere i suoi
vecchi domestici, i quali preferiscono condurre una vita misera che
lasciare il suo servizio. È proprio la durezza con cui la tengono
in una specie di schiavitù a essere la causa del fatto che
nessuno osa corteggiarla e che ella si trova abbandonata di tutti.
Coloro che si recano in Moscovia non ignorano quello che succede a
questo proposito, e quando ne escono non possono impedirsi di parlarne
con la massima indignazione. Si conoscono fin troppo bene le belle
qualità e soprattutto la grande bontà d’animo dell’imperatrice
regnante perché si possa imputare a lei un trattamento così
rigoroso.
.

.
Note:
1.
«È una fortuna la libertà di morire». Nell’Agamemnon
(atto III, 591) di Seneca si dice che le sventure chiamano la morte
(«[cum] miseros libera mors vocet») mentre nel De
bello civile (VII, 818) di Lucano che la morte non è soggetta
alla fortuna («libera fortunae mors est»). (N.d.T.)
2.
«[Sono questi] i bagagli di una dura e funesta prigionia sopportata
con sufficiente forza d’animo presso i barbari Moscoviti, [bagagli]
conservati e lasciati ai successori, con l’ammonimento di non accostarsi
a questa disumana nazione se non per devastarla col ferro e col fuoco.
Ma se questa possibilità non è concessa, almeno effondano
ogni giorno dal profondo del cuore le seguenti preghiere: “sui Moscoviti
precipitino gli spazi del cielo, e la terra sfugga improvvisamente
sotto i loro piedi, e tutti, fra le rovine mescolate insieme della
terra e del cielo che dissolvono i corpi, svaniscano nel vuoto profondo,
e in un momento non resti e non sopravviva più nulla se non
lo spazio deserto e gli elementi primordiali invisibili”». Ovviamente
la citazione (tra “.”) non è presa testualmente dal Libro I
del De rerum natura di Lucrezio, ma adattata dall’Autore
e trasformata in preghiera per raggiungere il proprio scopo. La citazione
esatta della preghiera è «neve ruant caeli tonitralia
templa superne / terraque se pedibus raptim subducat et omnis / inter
permixtas rerum caelique ruinas / corpora solventes abeat per inane
profundum, /temporis ut puncto nihil extet reliquiarum / desertum
praeter spatium et primordia caeca»: e crollino in alto le volte
tonanti del cielo, e la terra si sottragga rapidamente ai nostri piedi,
e tutta, fra le frammiste rovine delle cose terrene e del cielo dissolventi
i corpi, si inabissi attraverso il vuoto profondo, sì che in
un istante nessun avanzo resti, tranne lo spazio deserto e i primi
principi invisibili (vv. 1105-1113). (N.d.T.)
3.
Il riferimento è a Elisabetta Petrovna (1709-1762), seconda
figlia di Pietro il Grande e di Caterina I di Russia, all’epoca non
ancora sposati. Proprio questa sua “illegittimità” venne utilizzata
poi dai suoi oppositori per tentare di escluderla dalla successione
al trono. Amata dal popolo e ostile ai tedeschi chiamati da Anna Ivanovna,
riuscì a salire al trono nel dicembre 1741. (N.d.T.)
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